L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 gennaio 2022

Attenzione ai segnali, soprattutto quelli minimi. Perché una volta uscito dal tubetto, il dentifricio della rabbia economica e sociale è impossibile da rimettere dentro in maniera ortodossa

Temevano quello del Mes, si accorgeranno dello stigma del Quirinale. Già da giovedì?

30 Gennaio 2022 - 06:00

Come giudicherà il mercato l’epilogo sul Colle? Quanto surplus di re-price temere, in caso la Bce prepari una stretta? E attenti allo scollamento dall’economia reale, perché i Cds corporate europei..


Sull’epilogo della corsa al Quirinale, ognuno ha il proprio punto di vista. E, a mio avviso, soltanto la penna illuminata di Ennio Flaiano potrebbe dire qualcosa di sensato. C’è però da porsi una domanda, questa sì decisamente più costretta in un novero di angolazioni limitate: ovvero, come reagirà il mercato a quanto accaduto? Anzi, meglio porla in altra maniera: un detentore di Btp, come valuterà da un punto di vista di gestione del rischio di portfolio un simile showdown?

Da un lato, certamente sarà rassicurato dalla permanenza di Mario Draghi a Palazzo Chigi, quantomeno a livello di interazione diretta con la Bce e di asse con l’Eliseo nel tentativo di sminare i tratti più rigoristi del Patto di Stabilità, la vera battaglia. Dall’altro, però, il fatto che mille uomini politici non siano stati in grado di trovare un accordo e siano ricorsi giocoforza a una soluzione-tampone di questa entità e contraccolpo reputazionale rischia di configurarsi come un potenziale disvelamento del tallone d’Achille del Paese.

Ovvero, al netto dei parafulmini domiciliati a Piazza Colonna e al Quirinale, l’insipienza pare regnare sovrana. Nonostante il PNRR, il Pil record del 2022, i 209 miliardi del Recovery Fund e la pandemia che sembra allentare la presa. E questa sensazione di scollamento, quasi di totale perdita di aderenza con la realtà sottostante del Paese che arranca è emersa plasticamente nelle piazze di Milano e Napoli, quando le manifestazioni in ricordo del giovane morto in fabbrica nel suo ultimo giorno di stage studio-lavoro sono state interrotte a colpi di cariche e manganellate.

Intendiamoci, nel Paese di Giorgiana Masi e del G8, trattasi di avvenimenti all’acqua di rose. Normale amministrazione della piazza. Però stride un parallelo. O, almeno, quest’ultimo comincia a insinuarsi sotto forma di dubbio, quasi un sospetto. Fino a quando i giovani hanno protestato contro il cambiamento climatico, paralizzando le città nei giorni feriali, tutto bene. Al primo accenno di protesta socialmente scorretta, botte. Sicuramente è stato un caso. Ma quando il Corriere della Sera e non la riedizione di Lotta continua ammette che quei cortei erano pacifici e che il Viminale dovrebbe scusarsi, qualcosa scricchiola paurosamente.

Perché il sospetto che potrebbe prendere corpo è quello di una gioventù che viene coccolata, vezzeggiata e applaudita quando garantisce megafono a una causa che, all’atto pratico, si è finora tradotta unicamente in un enorme business green. O ESG che dir si voglia. Se invece chiede di non morire in fabbrica e soprattutto di avere una classe politica che sappia delineare e garantire i binari di un mercato del lavoro equo e dignitoso, invece riceve un altro trattamento. Decisamente meno garbato.

Certamente tutto casuale, meglio ripeterlo. Ma ugualmente pericoloso in un Paese come l’Italia, dove gli anni Settanta hanno lasciato il segno. Perché quel dubbio di favoritismo verso chi opera strumentalmente da ignaro fiancheggiatore - molto social e mediatico - del greenwashing potrebbe poi allargarsi ad altro: se l’intero castello di carta del Next Generation EU si basa sull’alibi green per inondare di emissioni il mercato, forse il messaggio in controluce potrebbe essere quello di un sistema ormai talmente dipendente dall’indebitamento strutturale da non poter più prezzare o incorporare alcun elemento di critica o messa in discussione.

Ancora più pericoloso. E quanto accaduto alla Camera rischia di inserirsi di diritto in questa logica, se visto con gli occhi del mercato. Non quello delle Borse manipolate dai buybacks o dagli short squeeze o degli spread artificialmente calmierati dal Qe strutturale, bensì quello di chi investe e rischia di suo. Il quale potrebbe cominciare a potare qualche ramo secco, poiché per quanto la Fed millanti rialzi che in realtà non potrà compiere, da qui alle elezioni di mid-term di novembre qualche scossone serio va messo in conto.

Magari già a partire da giovedì, quando Christine Lagarde prenderà a parola al termine del board Bce. E questa volta dovrà dire una parola definitiva sul futuro del Pepp, sul reinvestimento titoli, sul concambio di detenzioni con il Mes, sull’inflazione. Perché la Germania non permetterà altro tergiversare. Se la Bce si rivelasse davvero meno colomba del previsto (e sperato), quanto pagheremo immediatamente di surplus nel re-price di rischio per lo stigma del Quirinale, potenzialmente molto più serio di quello tanto temuto legato all’utilizzo del Mes durante i due governi Conte?

Questo grafico

Andamento dell’indice dei credit default swaps del debito junk corporate Ue Fonte: Bloomberg

dovrebbe far riflettere, poiché mostra il più classico dei canarini (inascoltati) nella miniera. Al termine dell’ultima, turbolenta settimana, il costo per assicurarsi rispetto alla detenzione di junk bond corporate europei è salito al massimo dal novembre 2020, proprio in risposta alla volatilità crescente e alla potatura preventiva di qualche asset giudicato troppo a rischio. L’indice dei credit default swaps tracciato da Markit parla chiaro: 295 punti base alla chiusura di venerdì non sono un dramma immediato ma rappresentano un omen per le aziende indebitate del Vecchio Continente che necessitano di rifinanziarsi in tempi di incertezza su tassi e crescita.

E a differenza degli spread obbligazionari sovrani, quelli corporate godono in maniera pressoché nulla dello schermo Bce in seno al Pepp: di fatto, una cartina di tornasole del mondo reale. Quello che vede le fabbriche bloccare la produzione per il caro energia e le criticità sulla supply chain. Quello da cui pare drammaticamente scollegata la politica che ieri ha salutato con un sospiro di sollievo il passo indietro del neo-presidente Mattarella. Attenzione, però. Perché quel trend sui junk bond societari è stato decisamente repentino, essendo frutto della peggiore settimana dell’indice dei CDS corporate europei dal marzo 2020 e del peggior mese di gennaio addirittura dal 2016, avendo segnato +51 punti base.

That escalated quickly, insomma. La proverbiale palla di neve che diventa valanga, rotolando a valle . E se il mercato deve far paura, attenzione alla piazza. Perché il premier canadese Justin Trudeau, non certo un politico autoritario e anzi uno dei campioni del politicamente corretto, da questo fine settimana vive con la sua famiglia in una località segreta per ragioni di sicurezza. Il motivo? La protesta del camionisti in Canada sta andando fuori controllo, tanto che ieri le strade di Ottawa sono state letteralmente paralizzate da un esercito di auto-articolati.

Attenzione ai segnali, soprattutto quelli minimi. Perché una volta uscito dal tubetto, il dentifricio della rabbia economica e sociale è impossibile da rimettere dentro in maniera ortodossa. E dopo la sbornia del 6%, negozi deserti e serrande abbassate stanno diventando il panorama tipico delle città italiane. Così come le nuove voci che si sommano quotidianamente nei dossier di crisi aperti al MISE. Guai a sottovalutare lo stigma del Quirinale, insomma.

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