L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 gennaio 2022

Un bellissimo racconto surreale sul Monlupiravir farmaco antivirale già esistente e volutamente rallentato al massimo il suo uso. Tant'è che a tutt'oggi, boh

Mea culpa, mea maxima culpa.... ovvero, chi o cosa ha ritardato la ricerca sulle profilassi antivirali per il Covid-19?
di Michele Di Mascio
18 gennaio 2022


Prologo

Attraverso un dialogo immaginario tra madre e figlia[ref1], si dipana il racconto dell’angoscia famigliare alla notizia di positività al SARS-CoV-2 di una delle due, scandito dalla loro navigazione frenetica online per rispondere alla domanda…e adesso cosa bisogna fare? Ma ѐ saltando da un sito all’altro che le due realizzano che altre domande restano senza risposta..

Come mai le prime due pillole per le profilassi anti-Covid da fare a casa (Molnupiravir e Paxlovid) sono giunte al traguardo insieme, visto che una delle due pillole, il Molnupiravir, esisteva già da diversi anni prima della pandemia?

Come mai lo studio di fase uno del Molnupiravir (lo studio di tossicità fatto su 120 volontari sani per il costo di un appartamento nella periferia di Washington) ѐ stato postato online a distanza di un anno dall’inizio della pandemia, senza far troppo rumore, quando nel frattempo diversi studi sui vaccini e gli anticorpi monoclonali avevano già completato, sotto i fari dei media accesi giorno e notte, la fase uno, due e tre?

Come mai nessuno ha pensato nella decade precedente di trasformare il Remdesivir (un farmaco simile al Molnupiravir ma, al contrario di quest'ultimo, disponibile solo nella sua versione endovena) in farmaco da somministrare in pillola o in una via alternativa di somministrazione per poterlo utilizzare, all’occorrenza, a casa e non in ospedale?

Quante vite sarebbero state risparmiate, quante terapie intensive sarebbero state evitate e che effetto una profilassi antivirale da fare a casa avrebbe avuto se disponibile sin dai primi giorni del contagio?

I.

Poiché da svariato tempo si discute in variegata misura di profilassi anti-Covid preventiva1, è bene cominciare rapidamente ad interrogarsi su come tende a porsi una certa comunicazione scientifica attraverso i media con riferimento a tale suddetta eventualità.

È un esercizio credo che potrebbe aiutare ad evidenziare alcuni fattori eziologici alla base dello scetticismo diffuso verso le istituzioni, fenomeno certamente noto alle democrazie, ma reso più visibile ed esasperato, attesa l’ineluttabile dinamica di una vicenda così drammatica e che riguarda indistintamente ciascuno di noi. Per fare un primo esempio, ho assistito ad una trasmissione televisiva nel mese di Novembre in cui si è discusso della vaccinazione nella fascia d’età dai 5 agli 11 anni. Si ѐ parlato del numero di morti da Covid negli USA in questa fascia e dell’importanza di prevenire anche una singola morte, ma nessuno ha fatto riferimento, almeno una volta durante l’intera trasmissione, a quale numero corrispondano i morti per influenza nella stessa fascia d’età.

Questo fatidico numero avrebbe fornito una più corretta contestualizzazione dell’informazione, per così consentire di elaborare prima di tutto la magica definizione di “ritorno alla normalità”, soprattutto quando si discute di un paese complesso come gli Stati Uniti di oltre 300 milioni di abitanti, e di quali principi etici e costituzionali vanno invocati per supportare tale intervento.

Orbene, indipendentemente dal nostro punto di vista sull’utilità o meno di questa contromisura (la vaccinazione anti-Covid nei bambini), l’enfasi che io vorrei porre ѐ sugli attributi minimi di logica, efficienza e trasparenza che ogni comunicazione tra istituzioni e cittadino dovrebbe possedere, perché la loro assenza ѐ ciò che genera quel senso di insoddisfazione, soprattutto in quella parte della popolazione che ha maggiori strumenti per farsi un’idea (si pensi a chi ha in famiglia un medico; alla coinquilina che fa la biologa, che conosciamo da anni e del cui punto di vista ci fidiamo).

È questa insoddisfazione che si ripercuote incessantemente e che contribuisce ad alimentare quello scetticismo di cui si ѐ parlato spesso in questi mesi, che poi porta certe persone a prendere decisioni per istinto quando in gioco ѐ la propria salute e quella dei propri cari. È un processo irrazionale l’istinto, ma non ѐ schizofrenico o degenerativo della coscienza, come viene spesso classificato. Si assiste spesso invece ad una ripresa di una inutile retorica su questa problematica, con conseguente concentrazione sulle mele marce, invece di porre una lente di ingrandimento sul malessere più profondo circa il rapporto tra cittadino e quel triangolo costituito da scienza, politica e giornalismo.

Il trafiletto scelto ѐ uno dei tanti possibili trafiletti che campeggiano i media in questi giorni con contenuti molto sovrapponibili. Ci raccontano che sono arrivate armi nuove, le profilassi anti-Covid da fare a casa, i cui dati di “efficacia e sicurezza appaiono interessanti”2, e che potrebbero dunque rivelarsi arsenali utilissimi a contrastare la pandemia e che si spera a breve siano approvate anche in Italia. Si tratta di due farmaci, il molnupiravir (di Merck) e il paxlovid (di Pfizer), pillole prodotte da due case farmaceutiche statunitensi, approvate per il loro uso profilattico (l’una o l’altra) in via emergenziale da agenzie regolatrici del farmaco in diversi paesi, proprio nelle ultime settimane del 2021, a due anni dunque dall’inizio della pandemia. Spieghiamo prima perché l’arrivo di questo arsenale, la profilassi anti-Covid da fare a casa, rappresenta un traguardo importante per la lotta a questa pandemia. Ci concentreremo poi su come la notizia ѐ stata impacchettata attraverso dichiarazioni rilasciate dalla comunità scientifica e cosa scorre nei circuiti della coscienza collettiva alla ricezione di questa notizia.

Sono detti antivirali specifici in quanto attaccano direttamente il virus, bloccandone immediatamente la replicazione virale. Uno di questi due farmaci, il molnupiravir, appartiene alla famiglia degli analoghi nucleosidici, una famiglia ben nota ai farmacologi3, e che agisce inibendo la polimerasi virale. La polimerasi ѐ un enzima virale, una sorta di macchina fotocopiatrice in miniatura che il virus si porta dietro per copiare incessantemente il genoma virale, per poi impacchettarlo nelle progenie virali. Quello che il molnupiravir fa ѐ staccare la spina alla macchina fotocopiatrice, cosi da bloccare immediatamente la replicazione virale.

II.

Ho provato a catturare in un dialogo il cambio di pagina che tale contromisura (la profilassi anti-Covid preventiva) ha il potenziale di apportare.

I due protagonisti sono una donna, immaginiamola intorno alla fine dei quarant’anni che chiama sua madre per informarla sull’esito positivo del tampone, di cui aveva fatto cenno il giorno prima a pranzo: “sono positiva”.

La madre riceve un doppio shock, quello di un problema potenzialmente grave per la salute della figlia, ma anche quello di poter essere stata infettata avendo trascorso molto tempo insieme a lei nei giorni precedenti. Ecco poi associare immediatamente il proprio raffreddore ad un potenziale sintomo del Covid, con inevitabile angoscia. La giornata iniziata serenamente si conclude con l’ardua domanda: “ma adesso cosa bisogna fare?”. Fino a questa fase della pandemia (la cd. pre-profilassi) non si può fare nulla; si può solo sperare o pregare che il virus esca fuori dalle nostre case il prima possibile senza infliggere danni. Questa condizione di impotenza e al tempo stesso di rassegnazione al corso che il virus decide di intraprendere se abbiamo avuto la sfortuna di ritrovarcelo in casa, ѐ causa ed effetto di una visione costruita sul teorema secondo cui ѐ necessario e sufficiente intervenire solo se si sta davvero male (ovvero se si arriva in ospedale), in quanto la risposta immunitaria naturale e quella indotta dai vaccini (al loro arrivo) sarebbero state sufficienti a vincere la battaglia in corso tra specie umana e virus: vittoria che non ѐ ancora nelle nostre mani.

Nella fase pandemica post-profilassi, il dialogo assumerebbe invece una piega diversa. Alla stessa domanda della madre…che si può fare adesso? la figlia infatti potrebbe rispondere…:

-Mamma, ho paura; ho fumato per oltre vent’anni, non so se i miei polmoni riusciranno a reggere, ho avuto questa notte tosse e raffreddore…ho fissato una consulenza online con il mio medico nel pomeriggio, il suo assistente mi ha detto che proprio questa settimana hanno approvato l’uso di un antivirale con azione preventiva. Potrei prendere la prima pillola entro questa sera..

-Ma c’ѐ proprio bisogno? E per quanti giorni la devi prendere? Che effetti collaterali ha?

-Due volte al giorno, per cinque giorni. Non so nulla sugli effetti collaterali, ma ѐ stata già approvata anche in altri paesi, se la danno in via preventiva deve essere apparsa ragionevolmente sicura sulla base degli studi tossicologici. Certo, come per ogni nuovo farmaco o nuovo vaccino, solo col tempo e aumentando il numero di persone che ne fanno uso sapremo quante persone manifestano effetti collaterali, ma sulla base di ciò che ѐ stato osservato finora, pare che il rischio di effetti collaterali sia inferiore al rischio che alcune categorie di soggetti corrono senza cominciarla. Ma sentiamo quello che dice il medico, non so nemmeno se a me la danno o se bisogna appartenere a categorie più a rischio di progressione della malattia per potermela prescrivere.

-Ma perché non vai allora a fare il vaccino?, chiede la madre.

Apprendiamo così in questa finzione, che la figlia ѐ una di quelle persone che non si ѐ fatta il vaccino, per motivi che però non importa conoscere per l’uso che ne facciamo di questo paradigma…

- Il vaccino serve (spiega la figlia) per produrre anticorpi che poi abbattono la replicazione virale, ma occorrono almeno 3-6 settimane prima di produrli a livelli sufficienti per combattere contro il virus…oramai per me ѐ tardi, il virus ѐ già entrato nel mio corpo e non farebbe dunque in tempo a fare effetto. Mentre queste molecole antivirali penetrano nei tessuti in poche ore dall’assunzione e cominciano subito ad abbattere il virus. Prima si prende la pillola, prima si abbatte la crescita del virus nel polmone e si trasforma così l’infezione in benigna, semmai il virus dovesse decidere di intraprendere una via più impervia nel mio corpo; motivo per cui, vorrei che anche tu e papà parlaste con il vostro medico per discutere di questa profilassi, il prima possibile…

- Stai tranquilla, vedrai che sono negativa…ma, ammesso che siamo positivi, a noi che il vaccino l’abbiamo già fatto da diversi mesi, secondo te la darebbero la profilassi, ma soprattutto avrebbe senso cominciarla?

- Secondo me si, avrebbe senso cominciarla. Se stanno spingendo per il richiamo vaccinale dopo sei mesi, ѐ perché i livelli di anticorpi prodotti dal vaccino vanno giù col tempo …non sappiamo quanti anticorpi stanno circolando a questo punto nei vostri corpi, ma in una situazione come la nostra, in cui il virus sappiamo con certezza che ѐ entrato nelle nostre case, più barriere si mettono, più alta ѐ la probabilità di uscirne fuori senza danni.

- Quindi, se siamo positivi, secondo te dovremmo cominciare la profilassi per assicurarci di abbattere quanta più replicazione virale nel nostro corpo e il prima possibile. Forse per noi, data l’età, il diabete e tutto il resto, avrebbe senso prepararci a questa eventualità.

- Anche se risultate negativi al tampone, a mio avviso nel vostro caso, avrebbe senso cominciare la terapia, in quanto non possiamo escludere che, pur essendo negativi, stiate incubando il virus, visto che abbiamo trascorso tutto il tempo insieme negli ultimi giorni e la probabilità di trasmissione del virus all’interno delle case sembra essere molto alta1b,c … chiaramente a patto che gli effetti collaterali siano sufficientemente bassi da consigliarla, quindi sentiamo cosa dice il medico.

Se il molnupiravir ѐ preso entro cinque giorni dai sintomi, riduce significativamente la probabilità di ritrovarsi in terapia intensiva o di morte, e questa probabilità pare che si riduca ancora di più con il paxlovid se preso entro tre giorni.

-Ma allora prima si comincia, più alta ѐ la probabilità di successo indipendentemente dai farmaci?

-Non so, bella domanda. Hanno disegnato i due studi in modo diverso, hanno aspettato fino a cinque giorni nel caso del molnupiravir, e fino a tre giorni nel caso del paxlovid. Certo, più si aspetta, più si abbassa l’efficacia della profilassi. Ma questo vale per ogni profilassi antivirale4. Nel caso di queste pillole anti-Covid credo che questo dato non sia ancora estraibile dagli studi clinici finora completati, ma questa correlazione ha senso sulla base di studi sugli animali e da quanto leggo sul web, dunque se presa entro uno o due giorni dai sintomi, la probabilità di successo potrebbe essere molto molto alta. E magari apprenderemo che, se presa per esempio quando il virus ѐ ancora in incubazione (ovvero siamo infettati ma il tampone risulta negativo perché ci si trova ancora nei primissimi giorni dal contagio), una profilassi da fare a casa ѐ in grado di ridurre la probabilità di progressione della malattia con quasi totale certezza (il 100%?). Questo non lo sappiamo ancora, ma qualcosa di simile ѐ stato studiato con gli anticorpi monoclonali1b. È questo il motivo per cui, se si ѐ ad alto rischio di progressione della malattia e c’ѐ una buona probabilità di essere stati contagiati, potrebbe aver senso cominciare a prendere queste pillole subito, senza aspettare che i primi sintomi si manifestino e senza nemmeno aspettare l’esito del tampone. Peraltro, aggiunge la figlia, prendere questa pillola abbatte subito la replicazione virale nel corpo e così facendo dovrebbe diminuire di gran lunga la probabilità di infettare chi vive intorno. Lo hanno dimostrato un anno fa sugli animali5, trattando farmacologicamente quello infettato si riduce la trasmissione di infettare quelli intorno, un risultato prevedibile sulla base di argomentazioni discusse già durante le prime settimane della pandemia1a,c.

Pensa per esempio a Paolo che ha passato tutto il tempo con noi durante le feste, e che l’ho appena informato del mio risultato positivo!. Se anche Paolo ѐ positivo (o se negativo ma con il virus in incubazione), data la sua situazione, non può permettersi di passare due settimane senza prendere in braccio il figlio di un anno. Un antivirale da prendere subito potrebbe ridurre notevolmente il rischio di trasmettere il virus al figlio che non ѐ vaccinato. Una profilassi da fare a casa farebbe dormire tante persone, direttamente o indirettamente colpite dal virus, molto più tranquillamente. Peraltro con un arsenale così in mano, persone potenzialmente infettate sarebbero molto più motivate a farsi il tampone…

A questo punto la madre dice:

- Dormiremmo più tranquilli con un antivirale a casa, dopo aver ricevuto la notizia di positività al tampone fatto su noi stessi o su qualcuno con cui abbiamo avuto contatti stretti, perché le pillole ridurrebbero la probabilità di esacerbazione della malattia e al tempo stesso la probabilità di trasmettere il virus intorno, ma meno tranquilli se queste pillole inducono effetti collaterali seri.

- Lo studio della fase-uno del molnupiravir, la fase in cui cioè si studia la tossicità di qualsiasi farmaco o vaccino la prima volta che questo viene somministrato sull’uomo, afferma che si tratta di un farmaco sicuro, non avendo evidenziato alcun effetto collaterale in quello studio6, anche se ci sono esperti che hanno delle perplessità sulla sua tossicità, e ciò pare sulla base di studi fatti su molecole simili al molnupiravir e sugli animali, ma non ѐ chiaro se questi effetti collaterali sono mai stati osservati sugli studi animali fatti col molnupiravir. Occorre tempo per vedere gli effetti collaterali a lungo termine, ma questo vale in generale per qualunque nuovo farmaco o vaccino. Sugli effetti a breve termine occorre prima dare il farmaco a diverse migliaia di persone, così come si ѐ fatto per i vaccini. Con un numero così alto di persone infettate (e persone che vivono insieme a loro), i numeri sufficienti per comprendere quanto conveniente sia questa strategia si dovrebbero raggiungere in tempi brevi, come ѐ accaduto per i vaccini. Ma data l’alta probabilità di finire in ospedale (per non dire altro) di soggetti più a rischio, tanta di quell’angoscia con cui molti di noi hanno trascorso il primo anno e mezzo di pandemia senza i vaccini, sarebbe stata certamente evitata con un arsenale del genere in mano.

- Buon punto. Con un simile armamentario in possesso, la tossicità dovrebbe essere al centro del dibattito scientifico e pubblico in quanto credo che sia diritto del cittadino stabilire il costo che intende pagare per la propria serenità. Infatti, se molto tollerabile (o al pari di tanti altri farmaci che assumiamo quando ci ammaliamo), avrebbe senso che più persone positive, o a stretto contatto con esse, facessero questa profilassi, se ѐ vero che, oltre a ridurre la probabilità di esacerbazione della malattia, una profilassi antivirale è in grado di ridurre anche la probabilità di trasmettere il virus alle persone che gravitano intorno alle nostre vite. Occorre, a questo punto, chiedersi come mai sia stato necessario così tanto tempo per testare l’efficacia di queste molecole. Evidentemente dovevano essere progettate ex-novo, ma a differenza dei vaccini o degli anticorpi monoclonali (anch’essi non esistevano prima della pandemia) i metodi per la progettazione di questi proiettili molecolari devono evidentemente essere più complessi e dunque richiedono più tempo. Altrimenti, gli studi sulla loro efficacia dovrebbero, in teoria, avanzare più rapidamente degli studi sui vaccini, in quanto il vaccino (o il placebo) va dato a diverse migliaia di persone e poi bisogna aspettare che alcune di loro si infettino e contare quanti di loro si infettano nel gruppo vaccino rispetto al gruppo placebo (non c’ѐ altro modo per disegnare questi studi). Motivo per cui se circola poco virus in società, per esempio, questi studi possono impiegare anni. Nel 2020 la pandemia era così rampante che il numero sufficiente (poche centinaia o giù di lì) di infettati nei due gruppi per trarre conclusioni cliniche ѐ stato raggiunto in pochi mesi. Nel caso di un antivirale, si dà il farmaco direttamente alla persona infettata e\o alle persone che vivono a casa di persone infettate…senza essere esperti di statistica, credo che sia intuibile che i tempi per verificarne l’efficacia dovrebbero essere più brevi…infatti, se si mettono insieme tutte le forze, un centinaio di pazienti disposti a testare l’effetto di un antivirale si trovano in pochi giorni…ma quanto costano queste pillole in termini di euro?

- leggo che i costi sono ingiustamente alti; non ho idea su chi li copra, nessuno ne parla ancora. Ma i governi, quando ѐ necessario, si mettono pure d’accordo sui prezzi e sulla distribuzione su larga scala e trovano soluzioni a riguardo, come ѐ avvenuto negli anni ’90 per i farmaci anti-HIV7, soprattutto in quanto nel caso specifico di profilassi anti-Covid si parla di cicli di terapia molto brevi (di soli cinque giorni). Ci deve essere qualche problema legato alla loro produzione su larga scala, poiché sembra che queste pillole non siano ancora facilmente reperibili. Ma anche per i vaccini si ѐ parlato tanto lo scorso anno dei problemi legati alla loro produzione, lasciando per qualche settimana molti paesi con il fiato sospeso…poi, i governi si sono messi d’accordo e la soluzione l’hanno trovata per farli produrre su larga scala, in poche settimane..

III.

Una profilassi antivirale, migliorerebbe prima di tutto la qualità di vita del paziente che, indipendentemente dai sintomi, vivrebbe il periodo di tempo, in cui il virus replica nel proprio corpo, percependo un rischio minore di progressione della malattia e al tempo stesso un rischio minore di infettare le persone intorno, rendendo così meno angoscianti i rapporti all’interno dei nuclei familiari. Anche i vaccini ci fanno dormire più tranquilli, ma questi vanno somministrati a tutti, mentre l’antivirale solo a chi ѐ direttamente colpito dal virus (o a chi ѐ a stretto contatto con qualcuno direttamente colpito). Si pensi per esempio alle fasi iniziali di una pandemia, o dopo un periodo prolungato di lockdown, quando il pool delle persone infettate ѐ costituito solo di poche centinaia di persone al giorno nell’intero paese. Si pensi anche a chi era in attesa di ricevere la prima dose di vaccino o chi lo ѐ oggi per ricevere il booster, mentre la pandemia incalza ma occorre aspettare fino a un mese (o parecchio di più pare..) prima che si liberi un posto per la vaccinazione o il booster....anche questa angoscia era stata prevista da diverso tempo8

-hmmm….. Ma se ѐ vero che riducendo la carica nel corpo si riduce anche la probabilità di trasmettere il virus intorno, una domanda ben posta ѐ allora questa: oltre a migliorare la qualità di vita all’interno dei nuclei familiari direttamente colpiti dal virus, potrebbe una terapia antivirale anche ridurre il numero di nuovi casi al giorno? Cioè impattare proprio sul resto della società?

Questa ѐ una domanda epidemiologica a cui non mi risulta sia stato dato sufficiente spazio nel dibattito. L’ultima analisi importante che abbiamo visto in cui pandemie di virus respiratori sono state attaccate da questa angolazione, risale in realtà al 2006 con uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature dell’Imperial College of London1a,c, in cui fu postulato l’uso della profilassi antivirale anche per il controllo di pandemie di virus respiratori, ma il dibattito mi sembra sia rimasto in soave sospensione.

A supporto di questa ipotesi c’ѐ un’osservazione che un gruppo di matematici di Harvard presentò proprio durante le prime settimane della pandemia1a. Loro avevano notato che la quarantena centralizzata a Wuhan (ricorderete le immagini dei lazzaretti, quei grandi centri in cui a persone positive al virus veniva chiesto di trasferirsi per un paio di settimane, per tagliare la trasmissione del virus all’interno delle loro case) era associata ad una riduzione del numero di nuovi infettati al giorno, più drastica rispetto all’Italia o ad altri paesi occidentali con lock-down severi ma non severissimi come in Cina (ovvero in paesi in cui non ѐ stata mai implementata una quarantena centralizzata, ma in cui le persone positive al virus hanno fatto le quarantene nelle loro case). In altre parole, tagliare la trasmissione all’interno delle case potrebbe avere un effetto importante nel resto della società. Chiudere scuole, ristoranti, chiese e imporre l'uso inderogabile delle mascherine non è sufficiente se poi, rientrando a casa, si abbassa la guardia. In effetti, Il monitoraggio del territorio durante tutto il 2020 ha poi confermato che il tasso d'infezione dentro le case ѐ altissimo, dal 10 al 20% e può arrivare a toccare picchi del 50% per le coppie1b. Ovvero per ogni due coppie con uno dei due partner positivi al virus, ci sarà una trasmissione al partner negativo prima di eradicare il virus nel partner infettato! E come si fa a tagliare questa trasmissione all’interno delle case? O con una quarantena centralizzata o, se si resta a casa (secondo questa ipotesi), con una profilassi antivirale. Ma occorre probabilmente agire subito, durante le fasi iniziali di una pandemia (o dopo un periodo prolungato di lock-down1c), se si vuole impattare sulla curva delle incidenze, in quanto questo virus viaggia in società alla velocità della luce. Le simulazioni di Wu et al. pubblicate nel Lancet il 31 di Gennaio del 2020 dicevano che, senza restrizioni, vaccini o antivirali, avremmo infettato più del 50% della popolazione in pochi mesi1a. Importante notare che, come alcuni studiosi della Merck hanno evidenziato nella stessa pubblicazione sulla fase-uno del molnupiravir, circa la metà dei soggetti che hanno un risultato positivo al test PCR, sanno di essere stati esposti al virus giorni prima6.

IV.

A questo punto la figlia del dialogo che ci occupa dice: eureka!....ah il motivo per cui queste pillole sono arrivate dopo due anni dall’inizio della pandemia, adesso ricordo, ѐ proprio come hai detto tu…avevano intervistato un esperto un paio di settimane fa in una trasmissione televisiva, in cui si spiegava che le pillole antivirali sono arrivate più tardi rispetto ai vaccini e agli anticorpi monoclonali, in quanto occorreva disegnarle su bersaglio molecolare, sicché il loro disegno ѐ più complesso e dunque ha richiesto più tempo.

La figlia e la madre cominciano allora a navigare online, per capire di più questo nuovo arsenale…. E navigando scoprono che una di queste due molecole, il monlupiravir, esisteva in realtà da parecchi anni prima della pandemia. I chimici la chiamavano EIDD-2801, una molecola studiata presso la Emory University di Atlanta, negli Stati Uniti, e dalla navigazione online escono fuori le pubblicazioni sugli effetti inibitori di questa molecola contro altri Coronavirus o altri virus appartenenti alla grande famiglia dei virus ad RNA, alla quale i Cornavirus appartengono- l'EIDD era stata studiata da diversi anni (prima della pandemia), insieme ad altri analoghi nucleosidici, in quanto la polimerasi del Sars-Cov-2 (la macchina fotocopiatrice del genoma virale) ѐ molto conservata nel processo di speciazione virale e dunque simile alla polimerasi di altri mostri virali, minacce conosciute da tempo e ancora esistenti per la specie umana (l’Ebola, il Marburgh, il MERS-CoV uno dei due cugini cattivi del SARS-CoV2, anche il primo SARS, l’altro cugino cattivo, ѐ inibito da questa molecola, ed altri virus..1c).

Era dunque stata oggetto di studio nell’ultima decade insieme ad altre molecole di questa famiglia (quali il Remdesivir) per beccare più piccioni con una fava sola (motivo per cui vengono chiamate, queste molecole, broad spectrum antivirals, antivirali ad ampio spettro). Ricordate il Remdesivir? Il farmaco che fu dato a Trump e Berlusconi quando si sono ammalati di Covid? Ecco ci ritorniamo subito sul Remdesivir, una molecola che ha un meccanismo d’azione leggermente diverso da quello del Molnupiravir ma che fa la stessa cosa, stacca la spina alla macchina fotocopiatrice…

A questo punto la madre ѐ confusa e chiede:- posso capire che l’informazione sul motivo del loro ritardo possa essere stata data erroneamente, errore fatto sicuramente in buona fede, e che la dice comunque lunga sul fatto che se n’ѐ evidentemente parlato poco, anche all’interno della comunità scientifica di questi arsenali. Ma non riesco più a seguirti…visto che il remdesivir era già stato utilizzato sull’uomo e fa la stessa cosa del molnupiravir, ovvero stacca la spina alla macchina fotocopiatrice del virus, perché occorreva aspettare il molnupiravir? Il remdesivir ѐ anch’esso un farmaco che appare piuttosto sicuro sulla base dei dati prodotti dalla Gilead, la casa farmaceutica statunitense che lo produce9, anch’esso va dritto al cuore dei coronavirus bloccandone la replicazione, e quindi avrebbe molto probabilmente mostrato sull’uomo la stessa capacità preventiva del molnupiravir se preso in tempo, come del resto preconizzabile, di certo senza ambiguità, quando il remdesivir ѐ stato utilizzato per trattare animali, tra cui i macachi, appena infettati con il virus del Covid-19, o con altri virus ad RNA che hanno la stessa macchina fotocopiatrice o molto simile1a,b,c. Ma non ѐ stato mai studiato da questa angolazione, ovvero sul piano della prevenzione, in quanto il remdesivir ѐ solo disponibile nella sua versione per endovena (somministrato per via orale, poco o nulla raggiunge i polmoni), sicché occorre un infermiere per somministrarlo, due volte al giorno per cinque giorni consecutivi. È questo il motivo per cui il remdesivir ѐ stato solo studiato su pazienti ospedalizzati. Un suo uso preventivo avrebbe riempito gli ospedali di tutto il mondo. È anche il motivo per cui il remdesivir non ha mai mostrato gli stessi effetti di guarigione del molnupiravir o del paxlovid (o degli anticorpi monoclonali), in quanto ѐ stato somministrato solo a pazienti già ospedalizzati, dunque con un’infezione già avanzata, ed ѐ noto che queste molecole funzionano bene solo nel bloccare le fasi iniziali dell’infezione10.

V.

Ed allora, torniamo al problema della comunicazione idonea a promuovere la notizia circa l’arrivo delle profilassi anti-Covid, cercando di capire perché questo problema continua a restare tale.

“Finalmente arrivano le prime due pillole per la profilassi antivirali”…La prima domanda che sorge spontanea ѐ: come mai arrivano al traguardo insieme, visto che una delle due pillole, il molnupiravir, esisteva già da diversi anni prima della pandemia?

La fase-uno dello studio, ovvero la fase che analizza la tossicità di un qualsiasi farmaco o vaccino, nel primo momento concernente la somministrazione nell’uomo, con espresso riferimento al molnupiravir poteva essere disegnata ancora prima della pandemia, proprio in vista di un nuovo salto di qualità di virus ad RNA di cui si era parlato parecchio nell’ultimo trentennio. Invece lo studio, che ha richiesto 120 volontari sani, da completare in un paio di mesi per il costo di un appartamento nella periferia di Washington, ѐ stato postato online per la prima volta solo nel mese di Dicembre del 2020, quindi dopo un anno dall’inizio della pandemia e senza fare troppo rumore, quando nel frattempo diversi studi sui vaccini e anticorpi monoclonali avevano già completato la fase uno, due e tre.

Come se ci fosse stato meno interesse da parte dei media sulle profilassi antivirali, diversamente dai vaccini e dagli anticorpi monoclonali che hanno invece stimolato un certo interesse ad opera del mondo giornalistico –Ricordate… durante l’estate del 2020 tutta l’attenzione era su quei pochi studi sui vaccini e gli anticorpi monoclonali in cui sono stati investiti miliardi di dollari e di euro, non milioni ma miliardi. Per accelerare la ricerca e la produzione di questi importanti arsenali per il controllo della pandemia, però con tutto il fiato sul collo dei ricercatori che dirigevano quegli studi… (il New York Times seguiva l’avanzamento di quegli studi con i tracker..come si fa con le spedizioni Fedex), mentre per gli antivirali c’ѐ stata una proliferazione incessante di studi, centinaia e centinaia...quindi di dimensioni microscopiche al confronto. Come se non si volesse scommettere troppo sugli antivirali. L’efficacia del remdesivir del resto era risultata un po’ dubbia, ma di quale efficacia si parlava? Di prevenire la mortalità se somministrato il farmaco a pazienti in ospedale con Covid già avanzato, o di prevenire l'esacerbazione della malattia se detta somministrazione avveniva in tempo? O si parlava dell’efficacia volta a ridurre la trasmissione del virus a chi ѐ intorno? Si è già detto ad nauseam che i farmaci che bloccano la replicazione virale agiscono bene se presi subito, assunti troppo tardi fanno pochino. Tutti concetti che non sono stati comunicati. Non ѐ stato spiegato che anche se avesse funzionato bene il remdesivir, questa non sarebbe stata la soluzione perché esisteva soltanto la sua versione endovena. Nessuno ha pensato però nella decade precedente di trasformarlo in farmaco da somministrare in pillola o in una via alternativa di somministrazione per poterlo utilizzare, all’occorrenza, a casa e non in ospedale. Solo nello scorso Settembre un gruppo californiano ha dimostrato che il remdesivir può essere trasformato in farmaco da assumere per via orale11, e che il governo americano ha provveduto a stanziare nuovi consistenti fondi sulle nanoparticelle lipidiche per la veicolazione efficace di farmaci anti-covid nel corpo12, con importanti ramificazioni, peraltro, sulla farmacologia dei paesi in via di sviluppo1c. Ma come ho tentato di spiegare in quegli articoli1, la trasformazione in strutture lipidiche dei farmaci ha più di 50 anni di storia, e i dati sui macachi avevano già dimostrato da tempo la possibilità di tramutare in strutture lipidiche farmaci come il tenofovir, un farmaco anti-HIV con proprietà molecolari molto simili al remdesivir, in programmi di ricerca che però avanzano in tutto il mondo con singolare lentezza. Non ѐ tutto questo motivo sufficiente per un mea culpa collettivo da parte della comunità scientifica internazionale e dei governi che la finanziano, per non aver prestato attenzione ai timori e tremori di quegli esperti di Malattie-Virali-Emergenti circa i rischi di un nuovo salto di specie di virus ad RNA? Peraltro, studi in laboratorio con questi virus sono stati portati avanti nelle ultime decadi in tutto il mondo, ragione in più per mettere in piedi arsenali profilattici di pronta somministrazione volti ad arginare nell’immediato potenziali fughe di laboratorio di questi patogeni per incidenti involontari (invocando principi di base di biosicurezza, ma anche taluni esempi nella storia13).

Merita attenzione l’intervista rilasciata da Steve Kirsch, un mecenate californiano e fondatore del COVID-19 Early Treatment Fund (CETF)14, una piattaforma messa in piedi appunto per accelerare lo studio delle profilassi anti-Covid da fare a casa, di circa un anno fa15, con somma sorpresa mai catapultata sui main stream media, in cui si spiegava che alla domanda da lui formulata ad esperti di coronavirus su cosa avrebbero preferito come prima cosa da fare se avessero scoperto di essere positivi al SARS-CoV-2 la risposta ѐ stata: mi inietterei il remdesivir.

VI.

E non abbiamo tempo per discutere del fatto che in tanti paesi detti “sviluppati”, come l’Italia, non abbiamo nemmeno gli strumenti per poter accelerare questi approcci, in quanto manca una programmazione scientifica preclinica1d, con la maggior parte dei cittadini ignari del fatto che la spesa pubblica necessaria per mettere in piedi questi programmi ѐ irrisoria rispetto al potenziale che queste risorse possiedono per la salvaguardia della salute degli uomini. Ma paesi europei in cui queste risorse sono disponibili, e la stessa Cina che conta piu di cento laboratori ad alta biosicurezza non mi sembra si siano buttati a capofitto sulla messa a punto di profilassi antivirali ad ampio spettro in preparazione ad un nuovo salto di specie di virus ad RNA. Solo il remdesivir endovena ѐ stato testato sui macachi fino all’estate del 2020 in laboratori statunitensi e i primi studi sui primati nonumani per testare la tanto discussa idrossiclorochina (che ha tenuto occupati parecchi ricercatori clinici durante i primi mesi della pandemia), dimostrandone in poche settimane l’inefficacia, sono approdati solo dopo l’estate del 2020 grazie ad un team francese seguito, subito dopo, da un altro americano1d.

È un argomento complesso sul piano bioetico, quello della ricerca sui primati nonumani, uno dei motivi probabilemente per cui se ne parla poco, ma occorrerebbe parlarne di piu, contestualizzandolo, prima di tutto, sulle missions abbracciate da quei paesi che, così facendo, hanno contribuito a produrre linee guida di sanità pubblica adottate dalla maggior parte dei paesi al mondo, incluso il nostro1d. Gli studi che utilizzano queste risorse mettono in moto, galvanizzano o ridirezionano la ricerca clinica in modo incisivo, perchѐ in grado di spiegare fenomeni, altrimenti non osservabili sull’uomo (non ѐ possibile effettuare una biopsia sul polmone o sul cervello di un paziente, per vedere quanto farmaco penetra o quanto virus circola in quegli organi...per fare un esempio rapido).

Modificare la via di somministrazione di un farmaco per ottimizzare la sua distribuzione sui tessuti (per una più lunga durata dell’effetto antivirale nei tessuti e dunque per una ridotta frequenza delle somministrazioni) attraverso le nanoparticelle lipidche, costituisce un profilo assolutamente paradigmatico di sperimentazione preclinica sui macachi, realizzabile invero mediante strutture di ricerca che avrebbero potuto far decollare questi progetti in poche settimane, come peraltro ho già sottolineato nelle mie pubblicazioni1c,d. È noto del resto come molti paesi, tra cui in particolare l’Italia, la quale, uscita dal dramma della seconda guerra mondiale, è stata occupata ad investire le proprie risorse nella ricostruzione nazionale, abbiano sostanzialmente delegato gli USA a produrre linee guida sia sulla sperimentazione preclinica che sulla gestione in via generale della programmazione scientifica, avvenuta su scala globale. Ciò, naturalmente, ha determinato la creazione di una coscienza biomedica negli Usa, tale da giustificare la movimentazione di enormi risorse economiche da destinare alla scienza nel suo complesso, aspetto questo carente lì dove, avendo come detto delegato gli Usa a questo compito, si è ritenuto, più o meno legittimamente, di occupare le risorse in altri settori. Seguendo un processo dialettico altrettanto naturale, in macabra sintonia con politiche di austerità, privatizzazioni selvagge e tagli al settore pubblico, si ѐ consolidata invece da noi la coscienza degli ultimi della classe in materia, quella che fa inspiegabilmente desistere davanti a compiti di oggettiva e imminente realizzabilità, come ad esempio la riproducibilità di dati sperimentali prodotti in altri paesi utilizzando programmi di sperimentazione preclinica che semplicemente non hanno mai visto luce nel nostro Bel paese.

VII.

L’altra importante caratteristica di queste molecole ѐ che inibiscono con la stessa forza il ceppo originario di Wuhan e tutte le varianti successive, in quanto, al contrario dei vaccini e degli anticorpi monoclonali che attaccano principalmente la proteina spike, in continua mutazione, queste bloccano la polimerasi, la macchina fotocopiatrice del virus, che abbiamo detto ѐ molto conservata nell’evoluzione. È simile tra diverse specie virali ad RNA, figuriamoci tra le varianti di una stessa sotto specie virale, quale il SARS-CoV-2. Avevo discusso di questa ipotesi, utilizzando sempre il condizionale, dicevo..”dovrebbero” funzionare queste molecole contro tutte le varianti, ma nessuno le testava. Solo qualche settimana fa la Merck ha comunicato che esperimenti eseguiti nei loro laboratori confermano che tutte le varianti vengono inibite.

Anche dopo le prime approvazioni per l’uso emergenziale di queste pillole, che dovrebbero dunque essere diventate molto più percepibili intorno a fine dello scorso Novembre, i giornalisti del main stream media non parlavano ancora, in quei giorni, di questo arsenale. Per esempio con l’arrivo della variante omicron, si ѐ parlato subito molto della preoccupazione della perforazione dei vaccini16, della possibile perdita di efficacia degli anticorpi monoclonali, ma a nessuno veniva ancora da formulare domande quali …ci sono ragioni per pensare che queste due pillole potrebbero non funzionare contro questa variante? Per esempio, rispetto alla critica fatta al governo olandese sulla gestione dei passeggeri nel volo dal Sud Africa17 (in cui sono stati trovati 14 positivi alla variante omicron), avrebbe potuto una profilassi antivirale (se offerta a passeggeri negativi al tampone ma con alta probabilità di incubazione del virus) avere un impatto significativo sui tempi di propagazione di questa variante..?

Un certo imbarazzo persiste, per non dire altro, quando si realizza che la ricerca sul Molnupiravir fu rallentata, pare, per via di alcune preoccupazioni sulla potenziale tossicità indotta sull’uomo da questa molecola, sulla base però di dati e pubblicazioni non chiare e di cui si ѐ occupata Alesya Finley, una giornalista non-scientifica, in un editoriale del Wall Street Journal del mese di Ottobre scorso18 e ai quali avevo accennato su un editoriale pubblicato sul NewEurope un anno fa1d, dopo le speranze per una sua rapida approvazione di cui parlai durante le primissime settimane della pandemia1a.

Un’altra cosa che emerge da questo editoriale, e che non sapevo, ѐ che pare che personaggi dell’amministrazione Trump avessero spinto verso l’accelerazione di questo arsenale già prima dell’inizio della pandemia, ma senza riuscirci. Orbene, indipendentemente dal corso che prenderà questa controversia aperta dalla Finley, e a prescindere dal successo che il monupiravir mostrerà nella prossima fase pandemica, le domande ben poste rimangono ancora le stesse:...Quante vite sarebbero state risparmiate, quante terapie intensive sarebbero state evitate e che effetto una profilassi antivirale da fare a casa avrebbe avuto se disponibile sin dai primi giorni del contagio?

Note
1 Il presente articolo è la riproduzione scritta, con qualche spiegazione in più, del contenuto della mia presentazione dell’8/12/2021 a Torino (Politiche Pandemiche organizzato da Cacciari\Agamben\Freccero\Mattei al minuto 1:00:14 di https://www.youtube.com/watch?v=_ZLFlY7y_2w&t=168s), in cui sono stato invitato a parlare di Covid-e-contromisure, e che ho già tentato di elaborare in alcune mie pubblicazioni dell’ultimo biennio. Premettendo di non avere conflitti di interesse su Covid-19, di non essere consulente di case farmaceutiche, e di non essere neppure un esperto di coronavirus - il mio punto di vista ѐ e resta personale e fondato solo su analisi e letture di dominio pubblico. Nello specifico si tratta di quattro miei contributi, due in lingua italiana, apparsi su ScienzaInRete, il primo del 21/03/2020 a-Quarantena fuori casa e accelerazione sui farmaci. https://www.scienzainrete.it/articolo/quarantena-fuori-casa-e-accelerazione-sui-farmaci/michele-di-mascio/2020-03-21, il secondo del 27/03/2021 (b-Antivirali: fondamentali nella prossima fase della pandemia https://www.scienzainrete.it/articolo/antivirali-fondamentali-nella-prossima-fase-della-pandemia/michele-di-mascio/2021-03-27); gli altri due sono apparsi in lingua inglese, uno su una rivista biomedica (c-Towards COVID-19 Prophylaxis: An AIDS Preclinical Research Perspective. (M. Di Mascio) Cancer Stud Ther. 20 Luglio 2020. https://researchopenworld.com/towards-covid-19-prophylaxis-an-aids-preclinical-research-perspective/ ) e l’altro su NewEurope (d-Government choices and the scientific community’s choices. (M. Di Mascio) NewEurope. 13 Novembre 2020 https://www.neweurope.eu/article/government-choices-and-the-scientific-communitys-choices/ ). In tali pubblicazioni ѐ possibile rinvenire molti riferimenti bibliografici a sostegno di alcune questioni trattate nel presente intervento.
2 -"Per dicembre credo che dovremmo averle e potranno rivelarsi armi utili a contrastare questo colpo di coda che il virus ci ha sferrato".......i due medicinali sperimentali orali di Merck (Msd fuori da Usa e Canada) e Pfizer rappresentano "un'arma nuova che finora non avevamo. I dati “su efficacia e sicurezza", almeno alla lettura, sembrano essere molto interessanti, in Adnkronos 20 novembre 2021.
3 Con analoghi nucleosidici vengono trattati pazienti infettati con il virus dell’influenza, o dell’epatite C o dell’AIDS, nel caso di quest’ultimi con trattamenti che durano per tutto il resto delle loro vite.
4 Nel caso della profilassi per l’HIV per esempio, bisogna prendere le prime pillole (due di queste appartengono anch’esse alla famiglia degli analoghi nucleosidici) entro 72 ore dall’esposizione al virus, ma prima si comincia più alta ѐ la probabilità di eradicare il virus, come gli studi sui macachi hanno mostrato.
5 Therapeutically administered ribonucleoside analogue MK-4482/EIDD-2801 blocks SARS-CoV-2 transmission in ferrets. (Cox et al.) Nature Microbiology. 3 Dicembre 2020.
6 https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.12.10.20235747v1 preprint apparso online a Dicembre del 2020, e pubblicato pochi mesi dopo. Human Safety, Tolerability, and Pharmacokinetics of Molnupiravir, a Novel Broad-Spectrum Oral Antiviral Agent with Activity Against SARS-CoV-2. Painter et al. Antimcrob Agents Chemother. 2021. 65(5):e02428-20
7 Government choices and the scientific community’s choices. (M. Di Mascio) NewEurope. 13 Novembre 2020 https://www.neweurope.eu/article/government-choices-and-the-scientific-communitys-choices/
8 Da citazione 1b- Indipendentemente dalle varianti, l’efficacia di un vaccino dipende anche dalla quantità di anticorpi prodotti nel soggetto vaccinato, che comincia a scemare qualche mese dopo la vaccinazione, purtroppo più rapidamente proprio nelle popolazioni più vulnerabili e la cui tenuta effettiva ancora non è nota; dunque, nei mesi successivi alla vaccinazione, una convergenza di fattori sfavorevoli (tra cui il rilassamento di restrizioni, seppur necessarie per la ripresa dell’economia del paese e/o gli intervalli di somministrazione dei richiami vaccinali, in assenza di mascherine o distanziamento sociale) potrebbe far vincere la partita al virus, se vengono a mancare altre armi, come quelle della profilassi antivirale.
9 nessuna tossicità ѐ stata rilevata su volontari sani trattati per cinque giorni, o, finora, confrontando pazienti con Covid che sono stati trattati con questo farmaco rispetto al placebo https://www.fda.gov/media/137566/download
10 motivo per cui, la Gilead ha appena annunciato che il remdesivir endovena ѐ utile per trattare anche pazienti non ospedalizzati, ma limitandone l’uso a quelli a piu alto rischio di progressione della malattia https://www.gilead.com/news-and-press/press-room/press-releases/2021/12/gilead-announces-new-england-journal-of-medicine-publication-of-data-demonstrating-veklury-remdesivir-significantly-reduced-risk-of-hospitalization
11 Rethinking Remdesivir: Synthesis, Antiviral Activity, and Pharmacokinetics of Oral Lipid Prodrugs (Schooley et al). Antimicrobial Agents and Chemotherapy. 17 Settembre 2021. https://journals.asm.org/doi/10.1128/AAC.01155-21
14 Con un panel eccellente di scienziati. Chiedete in giro a chi si occupa di ricerca sulle malattie infettive, il calibro dei nomi che Kirsch ѐ riuscito a mettere insieme. https://www.prnewswire.com/news-releases/as-covid-19-surges-leading-doctors-epidemiologists-and-business-leaders-call-on-americans-to-support-the-covid-19-early-treatment-fund-301095815.html
16 La variante Omicron è in Europa. Servirà aggiornare i vaccini? Pfizer: «Ci occorrono 100 giorni». https://www.corriere.it/politica/21_novembre_27/variante-omicron-arriva-europa-divieto-ingresso-otto-paesi-5bf70870-4eed-11ec-b469-c1722a8a0160.shtml
17 https://www.nytimes.com/2021/11/30/world/europe/omicron-variant-plane-travel.html How 2 Flights to Europe May Have Spurred Spread of New Variant – New York Times. 1 Dicembre 2021. “They went around the world, who knows where,” “If this variant is very contagious, this flight is an explosive bomb,” especially because they could have caught the virus on the flight and tested negative as it incubated. https://economictimes.indiatimes.com/news/international/world-news/omicron-how-two-flights-to-europe-may-have-spurred-spread-of-new-covid-variant/articleshow/88022331.cms?from=mdr

18 Who slowed down Marck’s Covid Remedy? Wall Street Journal. Allysia Finley. 10 Ottobre 2021. https://www.wsj.com/articles/covid-remedy-antiviral-government-funding-merck-molnupiravir-11633897174

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