L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 gennaio 2022

Costanzo Preve integrava le critiche del cattolicesimo reazionario con la chiara identificazione del nemico: il capitalismo

Radicalità e agorafobia intellettuale
di Salvatore Bravo
13 gennaio 2022

La casa editrice Petite Plaisance continua nell’azione meritoria di pubblicare i testi di Costanzo Preve. Uno degli ultimi testi ripubblicati “Le avventure dell’ateismo” è un testo breve e prezioso per orientarsi in una realtà storica sempre più liquida e caratterizzata dalle campagne informative di Stato sempre più coincidenti con gli interessi oligarchici del grande capitale.

Nel testo Costanzo Preve chiede al lettore di trascendere categorie e stereotipi politici consegnati alla storia per mettersi in ascolto del presente. Senza comprensione del passato politico della sinistra il futuro non si apre dinanzi a noi. Il passato va trasformato in esperienza per decodificare il presente e riorganizzare il futuro. Senza la capacità critico-filosofica di tenere assieme i tre segmenti: presente, passato e futuro non vi è politica e non vi è speranza.

L’attualità si connota per l’azione critica del cattolicesimo reazionario che ha in Monsignor Viganò il punto di riferimento. Si susseguono in rete gli appelli critici del Monsignore che uniscono la critica alla chiesa di Bergoglio sempre più alleata ed integrata con la globalizzazione alla critica al nuovo reset globale.

Tali critiche non vanno rigettate, ma ascoltate, in esse vi è un’analisi del presente che spesso sfugge alla sinistra non parlamentare. Il purismo ha sempre indebolito le opposizioni, per cui il dialogo con tali frange reazionarie, almeno, sul livello teorico potrebbe contribuire a produrre una pressione sociale sui poteri istituzionali oggi molto debole. Condividere le critiche non significa collaborare con tali sull’alternativa di governo, benché non siano da escludere punti di contatto: le strade divergono dopo l’incontro. Quest’ultimo è occasione per capire la profondità del disastro che il capitalismo assoluto sta generando nelle coscienze e nell’ambiente sociale. Rifiutare il dialogo significa rinchiudersi nuovamente in nomenclature che si giudicano depositarie della verità e della critica con l’effetto di mettere in atto un insano processo di asfissia intellettuale. Il purismo ha danneggiato la sinistra, l’ha trasformata in una nicchia di privilegiati e ciò ha eroso lentamente il suo potenziale progettuale ed elettorale.

La sinistra si sta riorganizzando, ora è minoritaria, ma c’è, ha l’ingrato compito di costruire una visione totale della comunità che verrà, pertanto non può permettersi di ripetere gli errori del passato. Dialogare non significa contaminarsi, ma consente all’identità politica di viversi dialetticamente e ciò rafforza la capacità progettuale. I purismi settari sono stati acidi che hanno contribuito a dissolvere la sinistra in una pluralità in guerra e ciò ha favorito la vittoria attuale del turbocapitalismo.

Costanzo Preve dinanzi alle critiche dei cattolici reazionari come Del Noce non ebbe un atteggiamento di chiusura preconcetta, ma apprezzava la profondità dell’analisi, benché ne sottolineasse i limiti. Il cattolicesimo reazionario o di destra palesava i limiti di un sistema che inseguiva il relativismo e l’individualismo anticomunitario, ma identificava in Cartesio e nella filosofia moderna la causa del disastro sociale. Costanzo Preve ne accoglieva le istanze critiche, ma da filosofo di formazione marxiana integrava le critiche del cattolicesimo reazionario con la chiara identificazione del nemico: il capitalismo. La critica filosofica non può limitarsi alla sovrastruttura, ma deve essere radicale, deve avere il coraggio della profondità e di denunciare la vera causa del problema. Senza tale radicalità la destra reazionaria coglie solo aspetti parziali del problema, in quanto non mette in discussione la struttura economica. Dialogare significa chiarire e consolidare la critica nella chiarezza del nemico da abbattere. Non vi è compromesso con l’attuale capitalismo, esso va trasceso con una nuova progettualità. Bisogna avere il coraggio della radicalità senza la quale nessuna alternativa è possibile, essere radicali non significa rinchiudersi in recinti da cui giudicare il mondo, ma disporsi in ascolto per acquisire plasticamente categorie e concetti con cui elaborare la radicalità dell’opposizione:

“Si può dunque dire che i due problemi cruciali dell’ateismo moderno e del comunismo moderno sono stati affrontati in modo abbastanza acuto ed intelligente da pensatori cattolici “reazionari” come Fabbro e Del Noce. Del resto non è la prima volta, e non sarà certamente l’ultima, in cui i ”reazionari” intelligenti sono più acuti e profondi dei “progressisti” sciocchi, che soffrono di “agorafobia intellettuale”. Essi temono spazi aperti, e si schiacciano spaventati contro i muri identitari. Se tutti per caso parlano di ecologia, pacifismo e femminismo, essi si inventano subito un Dio agro-pastorale, un Dio non-violento, e soprattutto un Dio donna, o meglio con il sesso incerto.

Tutto questo è molto simpatico, ed io lo approvo (e parlo sul serio) da un punto di vista pratico, ma in questo modo si evita di porre in modo radicale le questioni1”.

Essere radicali significa strappare il velo osceno che ammanta il capitalismo assoluto, mostrare che dietro la retorica melensa e distruttiva del femminismo come ultima tappa dei diritti civili, si nasconde il tentativo del sistema capitale di legittimarsi e di coprire con una foglia di fico la pratica della violenza economica divenuta strumento di dominio e negazione dei legami comunitari e sociali. L’ateismo del capitale è negazione della verità allo scopo di scindere i legami sociali e a tal fine la retorica dei diritti individuali in salsa femminista e gender ben si presta al nuovo ateismo che nega ogni trascendenza, ovvero la possibilità di vivere legami sociali stabili all’interno della democrazia sociale. La lotta alla religione è simbolica della lotta alla verità e alla trascendenza nella comunità, la quale deve decomporsi sotto i colpi dell’atomismo e dell’ideologia dei diritti individuali (immanenza) senza diritti sociali (trascendenza). Capire che la lotta alla religione è parte della lotta alla verità in nome dell’irrazionalismo economicistico è fondamentale, in quanto il nemico non è la religione, ma il modo di produzione capitalistico, da tale “verità” bisogna ripartire per riprogettare in senso olistico il futuro.

Note

1 Costanzo Preve, Le avventure dell’ateismo, Petite Plaisance Pistoia, 2021 pp. 24 25

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