L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 8 gennaio 2022

Infosfera - I dominatori e i dominati vivono lo stesso ambiente, ma i dominanti sono i nuovi feudatari dell’informazione, il flusso rischia di travolgere anche loro

Iperstoria
di Salvatore Bravo
7 gennaio 2021

La filosofia è ricerca della verità, essa è storica, perché è nella storia e risponde alle sollecitazioni materiali della stessa, ma pur essendo parte integrante degli eventi storici, discerne nella storia con il suo metodo d’indagine olistico e dialettico il contingente dal necessario. La filosofia non è ideologia, perché ha quale obiettivo l’universale e non il particolare (ideologia). Filosofare non è un atto descrittivo che registra l’accadere, ma concetto che diviene prassi nella critica qualitativa. Negli ultimi decenni la filosofia sembra aver “dimenticato” la passione per la verità per rendersi organica al mercato. La filosofia adattiva è parte del sistema, lo descrive ed indica la fatalizzazione del tempo storico. L’infosfera è la nuova via all’adattamento capitalistico sostenuto dalla filosofia accademica, parte dal postulato che il digitale è il nuovo ambiente dell’essere umano, si consuma una nuova cesura nella storia, si passa dalla storia all’iperstoria. Il digitale è presentato come una realtà oggettiva, un nuovo realismo tecnologico (ICT) che crea il mondo, il suo ambiente e gli esseri umani. Dietro l’impalabile presenza dell’interconnessione digitale non vi è che il digitale, scompaiono le strutture economiche e ideologiche, pertanto l’iperstoria viene a noi nel segno del destino.

Ancora una volta è la resilienza a governare la condizione umana: il digitale impera, per cui bisogna adattarsi o scomparire nell’iperstoria:

“Potrebbe trovare utile rappresentare l’evoluzione umana come un missile a tre stadi: la preistoria, in cui non ci sono ICT; la storia, in cui ci sono ICT che registrano e trasmettono informazioni ma le società umane dipendono principalmente da altre tipologie di tecnologie che riguardano le risorse primarie e l’energia; l’iperstoria, in cui ci sono ICT che registrano, trasmettono e soprattutto processano informazioni, in modo sempre più autonomo, e in cui le società umane dipendono in modo cruciale dalle ICT e dall’informazione in quanto risorsa essenziale per la loro stessa crescita. All’inizio del terzo millennio, potrebbe concludere il nostro storico del futuro, innovazione, benessere e valore aggiunto cessano di essere collegate alle ICT per divenire da loro dipendenti1”.

La grande rivoluzione dell’iperstoria è l’iperattività del digitale con le sue interconnessioni che finiscono con l’essere la causa del nostro benessere, sono la nuova natura naturante artificiale apparsa sull’orizzonte della storia. La rivoluzione passiva si concretizza nella dipendenza dall’interconnessione digitale. L’umanità è spettatrice della destinale apparizione e non può che inseguire il nuovo ordine mondiale. Nell’iperstoria le idee sono nel mercato libero e sregolato del digitale, pertanto il mercato resta la divinità nascosta che tutto muove, ma dalla filosofia accademica è valutato come il nuovo dogma della religione del modo di produzione capitalistico che regna sovrano. Il digitale vela il dio nascosto, il nuovo ambiente dell’iperstoria più che il digitale che crea e ricrea il mondo è il capitale/mercato sciolto da ogni limite che incapsula tutto e tutti nel nuovo ambiente-mercato:

“Disporre di pattern di piccola scala è importante, nell’iperstoria, poiché costituiscono la nuova frontiera dell’innovazione e della competizione in ambiti differenti, dalla scienza al business, dalla governance alle policy sociali, fino ai diversi generi di politiche della sicurezza. Nel libero e aperto mercato delle idee, se qualcuno riesce a sfruttare tali modelli di analisi meglio e più rapidamente di noi, ci costringe a uscire dal mercato, a mancare una scoperta decisiva – e con questa il futuro Nobel –, fino a mettere seriamente a rischio le fortune del nostro paese2.

Memoria dimenticata e l’infosfera

Il digitale volatilizza i dati con i cambiamenti perpetui dei supporti e dei programmi informatici. La grande opportunità del nuovo ambiente umano è sempre più sull’abisso del nulla. La memoria che dimentica è il vero successo del capitale, ogni totalitarismo vorrebbe cancellare la storia ed eternizzare il presente. L’innovazione continua coincide con la scomparsa della storia e della memoria della lotta. Ogni generazione rischia l’apocalisse della memoria, dinanzi all’iperstoria che si ribalta in neolitico futuro la filosofia accademica si limita ad auspicare la presenza dei custodi della memoria. Le nuove Vestali del destino iscritto nell’iperstoria sono le nuove ed inutili protagoniste della storia antiquaria: si conserva senza prassi:

“Una pagina web che si aggiorna costantemente è un sito che non conserva memoria del proprio passato, e lo stesso sistema dinamico che consente di riscrivere migliaia di volte lo stesso documento rende altamente improbabile la conservazione delle versioni precedenti per un esame futuro. “Salva questo documento” significa “sostituisci le versioni precedenti”, per cui ogni documento digitale di qualsiasi genere è destinato a questa natura astorica. Il rischio è che le differenze siano cancellate, le alternative amalgamate, il passato costantemente riscritto e la storia ridotta a un perenne qui e ora. Quando la maggior parte della nostra conoscenza è nelle mani di tale memoria che dimentica, possiamo trovarci imprigionati in un eterno presente. Questo è il motivo per cui sono vitali le iniziative volte a conservare la nostra crescente eredità culturale digitale per le future generazioni, come la National Digital Stewardship Alliance (NDSA) e l’International Internet Preservation Consortium (IIPC). Il lavoro di custode dell’informazione è destinato a diventare sempre più importante. V I è però anche il potenziale rischio catastrofico di immense quantità di dati create simultaneamente3”.

L’infosfera è il nuovo spazio-tempo che cresce su stessa, le tecnologie sempre più autonome producono nuove relazioni, sono i nuovi utenti e padroni che sfuggono alla comprensione degli umani, i quali divengono semplice presenza. Dietro la cortina dell’infosfera e dell’iperstoria l’umanità non può che perseguire quale unico obiettivo l’adattamento resiliente. La filosofia accademica benedice il presente con il turibolo delle argomentazioni astratte, poiché i rapporti di forza sono abilmente elusi dinanzi al nuovo che avanza inesorabile. La vergogna prometeica è tra di noi, la regressione civile ed etica sono orchestrate dai padroni dell’etere, ma tutto questo non turba la filosofia ufficiale, che diviene la sovrastruttura acritica del presente:

“In un’infosfera non più frammentata ma pienamente integrata, l’impercettibile coordinazione tra dispositivi sarà senza soluzione di continuità nello stesso modo in cui il nostro smartphone interagisce con il nostro portatile e questo con la stampante. È difficile prevedere cosa accadrà quando le cose comunicheranno regolarmente le une con le altre, ma non sarei sorpreso se le società di computer e di software iniziassero a progettare e vendere elettrodomestici, come la TV, nel prossimo futuro. Tecnologie in veste di utenti che interagiscono con altre tecnologie in veste di suggeritori tramite altre tecnologie: questo è un altro modo di descrivere l’iperstoria in quanto stadio dello sviluppo umano che si profila allorché relazioni tecnologiche di terzo ordine divengono la condizione necessaria per lo sviluppo, l’innovazione e il benessere. Si tratta anche della riprova ulteriore che abbiamo fatto ingresso in tale stadio iperstorico del nostro sviluppo4”.

L’iperstoria è la fine dell’Umanesimo e di ogni prassi. Con l’iperstoria comincia il transumanesimo escrescenza del capitalismo assoluto. L’essere è l’artificiale produzione senza fondamento veritativo. L’opportunità digitale implica la liberazione da ogni vincolo etico in una rincorsa verso l’iperproduzione senza fini oggettivi. L’iperstoria divora il tempo, lo disperde nell’innovazione senza fondamento metafisico, per cui le tecnologie divengono nella loro ipercinetica trasformazione le protagoniste assolute del nuovo corso della storia.

L’emancipazione dai processi di reificazione è la “memoria dimenticata” della storia. Senza memoria si recide il futuro ed il presente, l’iperstoria cancella con l’Umanesimo la verità, non resta che il regno del digitale. L’infosfera è il nuovo ambiente costituito dai supporti che interagiscono e fondano il mercato digitale. Il flusso di interazioni è costituito da informazioni. Si occulta il dato primario: le informazioni gestite dai supporti alimentano il mercato. I nuovi padroni dell’etere permeano le tecnologie con la logica del profitto, per cui il flusso inarrestabile di dati è la nuova merce del nuovo capitalismo. Ogni attimo della vita è dono sacrificale al mercato che lo sublima in plusvalore. I gestori della rete di informazioni vampirizzano gli “utenti umani” per estrarre dalla vita i nuovi pacchetti azionari da vendere sul mercato digitale:

“Le ICT stanno mutando la natura vera e propria, e in tal senso il significato stesso, della realtà, trasformandola in un’infosfera. Infosfera è un neologismo coniato negli anni Settanta ed è basato sul termine “biosfera”, che fa riferimento a quella limitata porzione del nostro pianeta caratterizzata dalla vita. Si tratta anche di un concetto in rapida evoluzione. A un livello minimo, l’infosfera indica l’intero ambiente informazionale costituito da tutti gli enti informazionali, le loro proprietà, interazioni, processi e reciproche relazioni. È un ambiente paragonabile al, ma al tempo stesso differente dal, cyberspazio, che è soltanto una sua regione, dal momento che l’infosfera include anche gli spazi d’informazione offline e analogici. A un livello massimo, l’infosfera è un concetto che può essere utilizzato anche come sinonimo di realtà, laddove interpretiamo quest’ultima in termini informazionali5.

La natura umana nell’infosfera

L’infosfera è costituita da informazioni liquide, in quanto il supporto può mutare con facilità, anche l’umanità è paragonata alle tecnologie. Si opera un rovesciamento antiumanistico, l’essere umano è comparato all’infosfera, per cui non è che flusso di informazione senza supporto stabile. I dominatori e i dominati vivono lo stesso ambiente, ma i dominanti sono i nuovi feudatari dell’informazione, il flusso rischia di travolgere anche loro. Nelle interazioni vi è il rischio di un’eccedenza rispetto alle intenzioni di dominio che può sfuggire ai dominatori. L’euristica della paura dovrebbe guidare la filosofia accademica, invece ancora una volta si constata la presenza dell’infosfera, ma si sottovalutano i rischi annessi allo scopo di legittimare la nuova frontiera del mercato:

“I filosofi moderni hanno preferito associare l’esistenza alla possibilità di essere soggetto a percezione. Le loro menti, molto più empiriche, hanno insistito sull’idea che potesse qualificarsi come esistente soltanto ciò che fosse percepibile attraverso i sensi. A immutabilità e percepibilità possiamo aggiungere oggi l’interattività. La nostra filosofia sembra suggerire che “essere è essere in interazione”, anche se ciò con cui interagiamo è solo transitorio e virtuale6”.

Se l’infosfera è il nuovo ambiente dove si raccolgono le illimitate correnti che trasportano le informazioni, l’essere umano non può che essere attraversato dalle nuove forze digitali e dalla logica predatoria che le guida: la natura umana è costituita da bit. Nessuna stabilità, nessun fine metafisicamente fondato, ma come ogni supporto digitale l’essere umano è interno al flusso, interagisce passivamente con la corrente dei bit per diventare solo oggetto di “transazione” che non guida la storia, ma docilmente si adatta alle condizioni del nuovo ambiente. Lo sguardo con cui il soggetto incontra il volto dell’alterità è aumentato dai dispositivi, al punto che la sua inaudita moltiplicazione dovrebbe rendere il soggetto più consapevole, secondo la diagnosi dei sostenitori del nuovo ordine digitale. Se si riporta l’astratto al concreto non è difficile verificare che la società dell’immagine non è consapevolezza di sé, ma dimenticanza dell’unità dell’identità rifratta in mille pose. Lo sguardo da soglia di incontro diviene seduzione predatoria dietro cui si nasconde la solitudine narcisistica racchiusa nella distanza dei dispositivi. Solo la relazione in presenza può essere l’inizio di una storia e della storia, in quanto si vive nella concretezza della scoperta. Lo sguardo disperso consuma immagini senza responsabilità, prepara identità liquide e patologiche:

“In primo luogo, l’esperienza dello sguardo rivolto su di sé risulta amplificata, posposta (in termini di età) e prolungata (in termini di durata). Ciò significa che la tendenza dello sguardo a modificare la natura del sé che vi è soggetto è diventata una caratteristica stabile dell’esperienza onlife. Il sé iperconsapevole non smette mai di tentare di comprendere come è percepito dagli altri. In secondo luogo, attraverso lo sguardo digitale, il sé vede se stesso dalla prospettiva di una terza persona, il cui sguardo è condizionato dalla natura del mezzo digitale, che offre soltanto un’osservazione parziale e specifica. È un po’ come essere costretti a guardare a se stessi attraverso uno specchio distorto che non offre accesso7.

In un’intervista di Enzo Biagi del 1971 Pier Paolo Pasolini verificava che la TV e lo schermo in generale falsificano la relazione. La distanza mediatica impoverisce la comunicazione al punto da porre colui che si mostra nello schermo su un podio invisibile. Il senso di superiorità acquisita dalla distanza secondo lo scrittore è la nuova barbarie che si profilava nella società a capitalismo integrale. Pasolini era supportato nella sua analisi dalla dialettica e dalle categorie marxiane. La nuova filosofia accademica ha scelto l’astratto, ha scollato il digitale dalla logica che lo governa, pertanto “rischia” di essere “il supporto” del capitalismo assoluto. Alla filosofia adattiva bisogna opporre più filosofia teoretica e critica per far crescere la consapevolezza comunitaria delle pratiche del digitale, le quali sono investite dall’ideologia del controllo e del consumo. La vera urgenza non è decantare le potenzialità della tecnocrazia, ma svelare la logica del dominio in atto. La prassi si elabora con processi che conducono fuori della spelonca svelando la presenza della caverna a coloro che hanno naturalizzato lo sguardo. Senza filosofia non vi è storia e non vi è politica, e questa dovrebbe essere la verità prima da cui iniziare il processo di liberazione.

Note

1 Luciano Floridi, La quarta rivoluzione Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore

Milano, 2017, Tempo l’iperstoria.

2 Ibidem Dati

3 Ibidem Dati

4 Ibidem Spazio L’Infosfera

5 Ibidem La vita nell’infosfera

6 Ibidem La vita nell’infosfera

7 Ibidem Percezione: lo sguardo digitale

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