L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 12 gennaio 2022

La Russia ha posto, a cominciare dal riconoscimento delle frontiere attuali della Nato come frontiere definitive, mentre gli Stati Uniti consapevoli delle ragionevoli richieste tentano di spezzettare la trattativa. La crisi è simile alla crisi dei missili a Cuba nel 1962 a parte invertite.

«Usa-Russia, il conflitto è possibile se la Nato non rinuncerà all’Ucraina»
di Paolo Valentino, nostro inviato a Ginevra

Dmitrij Suslov, consigliere di Putin, mette in guardia dai rischi di una guerra: «Possibile una crisi paragonabile a quella dei missili a Cuba nel 1962»


«Ci troviamo in una nuova Guerra Fredda o se vuole di nuova confrontazione. Se continuassimo a ignorare la realtà e a violare i reciproci interessi esistenziali, potremmo scivolare verso una guerra. Ma non una guerra tra Russia e Ucraina, bensì tra la Russia e la Nato o addirittura un conflitto nucleare tra Russia e Stati Uniti».

Dmitrij Suslov pesa le parole. Ma con cognizione di causa. Suslov dirige infatti il Centro di Studi europei e internazionali presso la Scuola Superiore di Economia di Mosca, uno dei pensatoi di politica estera più vicini al Cremlino, regolarmente consultato da Vladimir Putin.

Cosa si aspetta Mosca dal negoziato aperto a Ginevra?

«È già evidente dalle prime ore che gli Stati Uniti cerchino di dividere il negoziato per compartimenti, concentrandosi sul controllo degli armamenti, mentre Putin vuole mettere l’accento sulla dimensione politica delle trattative, cioè sulle garanzie che la Russia ha posto, a cominciare dal riconoscimento delle frontiere attuali della Nato come frontiere definitive. Quindi nessun ampliamento all’Ucraina o alla Georgia. Ma non penso che per la Russia il tentativo americano di progredire solo sul disarmo sia accettabile. Non può funzionare poiché la parte politico-strategica della trattativa è dal nostro punto di vista più importante di qualsiasi altro tema. Mosca vuole entrambi. Dunque, se l’esito del negoziato fosse un rigetto delle richieste politiche da parte degli Usa, mi aspetto un serio deterioramento dei rapporti tra la Russia e la Nato, compresa la possibilità di una crisi militare tra Russia e Stati Uniti. Qualcosa di paragonabile alla crisi dei missili a Cuba nel 1962. È impossibile per la Russia ridurre la tensione ritirando le proprie richieste, dopo tutta la carica retorica e l’eco mediatica che le hanno accompagnate. La situazione è molto seria».

Ma le richieste di Putin sono realistiche? Come si può ipotecare il futuro di Paesi sovrani?

«Penso di sì, sono realistiche se le vediamo attraverso il prisma del confronto tra Nato e Russia. Dobbiamo semplicemente ammettere che siamo avversari. Certo, non lo sono se viste dalla prospettiva del periodo immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda nelle relazioni internazionali, dominato da una sola potenza. Ma quel periodo è finito. Non siamo più in quella fase».

Che ruolo gioca l’Ucraina?

«Un ruolo passivo ma critico. La Russia non permetterà mai un suo ingresso nella Nato, poiché la considera una minaccia esistenziale. Mosca userebbe la forza militare. La regola del gioco è che Kiev non dovrà mai essere parte della Nato, l’Alleanza deve dichiararlo in modo formale, gli Usa devono ridurre l’intensità della cooperazione militare con l’Ucraina, che dovrà essere zona neutrale, cuscinetto tra la Russia e l’Occidente».

Ma la forza è già pronta: che ci fanno centomila soldati russi ai confini dell’Ucraina? Putin prepara l’invasione?

«No. La presenza di quelle truppe ha due scopi: primo dissuadere l’Ucraina dal lanciare un’operazione militare in Donbass, quindi una funzione deterrente. Se dovessero farlo, invece di applicare gli accordi di Minsk, allora si ripeterebbe lo scenario della Georgia nel 2006, quando le truppe russe intervennero per fermare i militari georgiani in Ossezia del Sud. Secondo, trascinare gli Stati Uniti al tavolo negoziale, segnalando che le richieste russe erano molto serie. Si può criticare la mossa russa e la retorica che l’ha accompagnata, ma è un fatto che questo obiettivo sia stato raggiunto: gli Stati Uniti e la Nato hanno accettato di trattare seriamente».

La crisi in Kazakistan può influenzare i negoziati aperti a Ginevra?

«Non c’è alcun link tra quanto accade in Kazakistan e i colloqui di Ginevra. Ma gli Stati Uniti hanno reso chiaro che il loro interesse politico e strategico in Asia Centrale, soprattutto dopo il ritiro dall’Afghanistan, è molto basso, direi trascurabile. Questo è perfettamente in linea con la priorità numero uno dell’Amministrazione Biden, che poi è anche ciò che rende possibili i negoziati di Ginevra con la Russia: il contenimento della Cina. Washington non vuole sprecare risorse ed energie in teatri che considera marginali. Questo però è anche un segnale per Mosca che gli Usa sono pronti a una certa flessibilità rispetto alle sue richieste».

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