L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 19 gennaio 2022

Le televisioni voltano pagina un poco meno di Paura&terrore soppiantato dalla corsa al potere quirinalizio. I partiti tutti con la bava alla bocca

Perché l’elezione del presidente della Repubblica è diventata più importante che mai
Forse mai nella storia repubblicana si era avuta un'elezione così attesa nel mondo politico per il presidente della Repubblica
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 18 Gennaio 2022 alle ore 07:43


Non si era mai vista nella storia recente un’attesa così spasmodica per l’elezione del presidente della Repubblica, figura autorevolissima e apicale nel nostro ordinamento costituzionale, ma nei fatti quasi esclusivamente cerimoniale. Tutti gli occhi sono puntati sulle votazioni della prossima settimana, quando si spera che il Parlamento insieme ai delegati regionali sarà in grado di esprimere il successore di Sergio Mattarella.

La rilevanza del presidente della Repubblica è diventata crescente dal 1992 in poi. Con il crollo della Prima Repubblica, i vecchi partiti sono stati rimpiazzati da nuove formazioni sempre più deboli e incoerenti, con il risultato che non si sono rivelate capaci di gestire alcuna crisi. Ed è così che in meno di trenta anni, l’Italia ha avuto ben quattro premier “tecnici”, ognuno in coincidenza con una fase problematica da affrontare: Carlo Azeglio Ciampi nel 1993-’94 con il collasso delle istituzioni dopo “Mani Pulite”; Lamberto Dini nel 1995-’96 per permettere all’Italia di approvare una riforma delle pensioni necessaria e sulla quale era caduto il precedente governo Berlusconi; Mario Monti nel 2011-2013 per reagire alla crisi dello spread; Mario Draghi nel 2021 per gestire la seconda fase della pandemia e i fondi europei del Recovery Fund.

Partiti deboli hanno trasferito inconsciamente potere decisionale al Quirinale, dove il presidente della Repubblica si è dimostrato decisivo in più occasioni: nel 1995 quando Oscar Luigi Scalfaro impedì al Cavaliere di tornare ad elezioni anticipate; nel 2011 quando Giorgio Napolitano nei fatti caldeggiò l’ingresso di Monti a Palazzo Chigi, tra l’altro nominandolo senatore a vita solo qualche giorno prima; nel 2018 quando Sergio Mattarella impedì a Paolo Savona di diventare ministro dell’Economia e nel 2019 quando sempre Mattarella acconsentì a PD e Movimento 5 Stelle di accordarsi per evitare le elezioni anticipate.
Se vogliamo, anche nel 2016 l’attuale presidente della Repubblica forse mutò il corso degli eventi negando al premier dimissionario Matteo Renzi le elezioni anticipate dopo la sconfitta al referendum costituzionale.

Presidente della Repubblica, l'”anomalia” di questa votazione

In questa occasione, però, c’è un elemento ulteriore che suggerisce quanto sarebbe importante disporre di un presidente della Repubblica vicino al proprio schieramento o partito. A differenza di ogni altra elezione avvenuta nella Seconda Repubblica, il centro-sinistra non ha la maggioranza in Parlamento, neppure relativa. Per la prima volta è il centro-destra a poter aspirare a nominarne un proprio candidato. Questo cambierebbe molte cose. Il potere mediatico e nell’establishment di cui gode ad oggi il PD, malgrado i magri risultati ottenuti di elezione in elezione, dipende perlopiù proprio dal fatto di essere il riferimento politico dell’inquilino al Quirinale.

Tra un anno si vota e secondo i sondaggi il centro-destra vincerebbe le elezioni politiche. Esso sarebbe a trazione melonian-salviniana, esponenti euro-critici. Nel frattempo, ci sono da gestire quasi 200 miliardi di euro dell’Europa, che ci saranno erogati entro il 2026 dietro l’attuazione di centinaia di micro-riforme. Il prossimo presidente della Repubblica avrà l’onere di garantire per questo ingente flusso di denaro. In sostanza, la politica sta per eleggere il fideiussore in grado di fare da prestanome in sua vece. Non sarà marginale che venga da destra, centro o sinistra. Dovrà essere una figura credibile, senz’altro. Al contempo, meglio che fosse anche rappresentativa di una qualche area politica, altrimenti rischia di non avere alcuna presa su partiti e governi che si succederanno sotto il suo mandato.

Nei prossimi anni si prospettano momenti difficili per l’Italia. Il costo del denaro salirà e indebitarsi sarà più oneroso per il Tesoro. Lo spread potrebbe risentirne e tornare ai livelli di guardia, cosa che in parte sta già accadendo. La politica vivrà momenti di forti frizioni per la campagna elettorale prima e la formazione del prossimo governo dopo.
Dovremo saper impiegare gli oltre 230 miliardi del Pnrr e realizzare le riforme per accelerare i tassi di crescita del PIL rispetto al decennio pre-pandemico. Sfide gravose, che richiederanno verosimilmente l’uso dei poteri di “moral suasion” da parte del prossimo presidente della Repubblica a più riprese. Ecco perché l’identikit del successore di Mattarella suscita così tanto interesse. Mai come in questa occasione risulta difficile averne uno definito.

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