L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 gennaio 2022

L'Inflazione "transitoria" non è più transitoria e questo l'abbiamo sempre saputo. E poi le cassandre che non ci azzeccano mai hanno cominciato ognuna a portare acqua al proprio mulino

Perché è tempo di temere l’alta inflazione
Di Salvatore Zecchini | 11/01/2022 -


Si è tenuta anche quest’anno la riunione degli economisti dell’American Economic Association. Generale il consenso sul ritenere l’attuale inflazione straordinariamente elevata rispetto ai due o tre decenni precedenti un problema molto serio, che va affrontato con decisione perché ha perduto il suo aspetto di transitorietà che aveva inizialmente. L’analisi di Salvatore Zecchini

Come ogni anno, nei giorni scorsi si è tenuta la riunione degli economisti dell’American Economic Association nonché delle sue consorelle, a cui hanno partecipato economisti ed esperti di tutto il mondo per fare il punto sulla situazione economica e discutere le politiche più opportune per promuovere la crescita nella stabilità.

Per il secondo anno consecutivo la riunione si è dovuta tenere in formato virtuale a causa del persistente imperversare della pandemia. La partecipazione è stata come sempre molto ampia e così pure la messe di studi e ricerche, e i confronti di tesi analitiche sulle radici dei maggiori problemi dello sviluppo. Questa volta l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’economia americana per la sua capacità di condizionare gli andamenti nel resto del mondo e i mercati finanziari internazionali. La Cina e l’Europa hanno ricevuto un’attenzione minore ma significativa.

Le differenze di conclusioni tra studiosi sono una nota costante di questi seminari, ma su alcuni punti si è vista una sostanziale convergenza che non mancherà di influire sugli orientamenti dei responsabili della gestione delle economie in questa fase delicata di bilanciamento tra necessità di fronteggiare gli impulsi recessivi derivanti da una pandemia non ancora domata e gli squilibri crescenti che le misure adottate nell’ultimo biennio hanno prodotto e reso sempre meno sostenibili nel tempo.

Vi è stato un generale consenso secondo cui l’attuale inflazione straordinariamente elevata rispetto ai due o tre decenni precedenti è un problema molto serio, che va affrontato con decisione perché ha perduto il suo aspetto di transitorietà che aveva inizialmente. Se così non fosse, le conseguenze sarebbero peggiori di quelle che vi sarebbero se si dovesse agire in ritardo con varie misure penalizzanti per la crescita. Si è ben lontani dalle tesi che prevalgono in Europa, e in Italia in particolare, che accettare una dinamica dei prezzi superiore nettamente agli obiettivi di stabilità sia un prezzo minore da pagare per sospingere la crescita. Soltanto due tra i maggiori economisti, Stiglitz e Rogoff, hanno mostrato qualche simpatia per questa possibilità. Guardando all’esperienza americana dal secondo dopoguerra si è sottolineato che disancorare le aspettative degli operatori economici dalla stabilità dei prezzi mantenuta negli scorsi decenni, dopo anni di forti tensioni, comporterebbe nuovamente lunghi anni di restrizioni alla domanda e interventi sull’offerta per ritornare all’ancoraggio.

Consenso anche sul ruolo che la politica di bilancio debba continuare a svolgere per assecondare l’espansione dell’economia e per assistere con il welfare i più vulnerabili, ma sempre che sia bilanciata in rapporto alla condotta della politica monetaria e alle altre misure operanti dal lato dell’offerta. Nei due anni della pandemia si è visto, infatti, uno sbilanciamento, perché le tre principali leve in mano ai governanti sono state rivolte contemporaneamente e massicciamente a ottenere una rapida ripresa delle attività produttive. È quindi inevitabile che si siano manifestate tensioni su più versanti, tra cui bruschi rialzi dei prezzi dei manufatti e dei beni primari.

Convergenza pure sul ruolo determinante che le nuove tecnologie della digitalizzazione, in particolare Intelligenza Artificiale e Big Data, continueranno ad esercitare nell’evoluzione delle economie, dopo l’accelerazione negli anni del Covid, con effetti di impulso alla produttività.

Significative differenze, invece, si sono manifestate sul da farsi in questi frangenti e sui tempi d’intervento. L’analisi si sposta, in primo luogo, sui fattori all'origine della fiammata dei prezzi. In breve, si è generato un eccesso di domanda tanto sui prodotti essenziali per contrastare la pandemia, quanto sugli altri a causa della rapidità di aumento delle richieste rispetto ai tempi più lenti con cui il sistema produttivo poteva soddisfarle. Intoppi nelle forniture di input produttivi e nei trasporti, restrizioni sanitarie alle produzioni, ai commerci e ad altri servizi, e forme di protezionismo commerciale hanno concorso a generare tensioni. Le alte quotazioni delle materie prime e delle fonti energetiche sono altri riflessi del disallineamento tra domanda e disponibilità di offerta.

Ad essi si aggiungono due sviluppi inconsueti: carenze di lavoratori ed eccesso di risparmio, che rimane in forme liquide e non trova sbocchi adeguati nel finanziamento degli investimenti. Negli USA il tasso di disoccupazione è sceso a livelli minimi (3,9%), ma permane un problema occupazionale perché il tasso di occupazione è molto basso (59,5%) e le imprese incontrano difficoltà a procurarsi forze di lavoro. Per ottenerle devono offrire incrementi retributivi, che hanno già sospinto la dinamica salariale, senza tuttavia condurre al risultato sperato di convincere a tornare al lavoro. La situazione occupazionale, peraltro, varia da zona a zona, con eccessi di forza lavoro in alcune e carenze in altre, e varia anche tra tipi di competenze richieste. Di questa aumentata pressione salariale le autorità monetarie non possono non tenere conto.

Quanto al settore famiglie, il reddito disponibile delle persone ha sostanzialmente tenuto, mentre si è ristretta la spesa e si è accumulato risparmio. Questo fenomeno è evidente anche in Germania e in altri paesi sviluppati. Quale destinazione possa avere prossimamente questo risparmio resta incerto, potendo orientarsi o verso investimenti produttivi, o sui consumi, con possibili ripercussioni sui prezzi. In questo contesto di tensioni, non vi è nemmeno certezza sull’effetto calmieratore dell’incremento di produttività, che dovrebbe condurre a prezzi relativamente più bassi.

Secondo L. Summers ed altri, l’autorità monetaria americana ha allentato i freni troppo a lungo, col risultato di trovarsi attualmente in ritardo nel suo compito di contenimento dell’inflazione. Un indicatore proviene dal calcolo del tasso d’interesse reale “neutrale” (che stabilizzerebbe la dinamica dei prezzi), stimato a circa -1,5% mentre il livello attuale sarebbe a -3%, ovvero troppo accomodante. Alcuni si attendono per il prossimo biennio un tasso d’inflazione tra il 3% e il 4%, con rischi di ritmi ancor più alti, che induce Summers a ritenere che tassi d’interesse a quei livelli sarebbero relativamente bassi per poter placare l’inflazione. Se si applicasse la ben nota regola di J. Taylor come riferimento per la Fed, il tasso d’interesse guida dei Federal Fund, avrebbe dovuto raggiungere 2,2% a fine 2021, essere portato al 2,6% nel 2022 e al 2,8% nel 2023. Secondo Taylor, le dichiarazioni recenti della Fed mostrano che tende ad avvicinarsi a quei livelli negli anni dal 2022 al 2024, ma lentamente e senza raggiungerli nemmeno nel 2024.

Di fronte a questo quadro di crescita nell’inflazione gli economisti si sono divisi nelle risposte che consiglierebbero ai governanti. Summers e un nutrito gruppo ritengono che per riportare la stabilità la Fed dovrebbe aumentare i tassi in misura più consistente e rapida di quanto annunciato, mentre la politica di bilancio dovrebbe essere orientata a finanziare progetti ad alto rendimento sociale. In contrasto, Stiglitz ed altri sono dell’avviso che contenere l’eccesso di domanda mediante l’aumento dei tassi d’interesse non sarebbe la scelta più opportuna a causa dei problemi esistenti dal lato dell’offerta. Assegnano, invece, un ruolo maggiore alla politica di bilancio e a quella per il sistema dell’offerta, in specie per superare con investimenti i colli di bottiglia esistenti, accrescere la concorrenza di mercato, contrastare le posizioni dominanti sui mercati e sviluppare le politiche sociali (ad es., il retraining dei lavoratori) e per l’ambiente. Trascurano, invece, che i benefici di queste politiche si avvertono dopo anni.

Analogamente i giudizi sulle prospettive si differenziano: tra i primi prevale il pessimismo e la necessità di una condotta monetaria prudente alla luce dell’eccesso di risparmio esistente. Summers, in particolare, insiste sulla tesi di un meccanismo di stagnazione secolare, che può essere superato convogliando con vari strumenti il risparmio eccedente verso investimenti redditizi per l’economia e la società. Altri economisti vedono nella diffusione delle nuove tecnologie e nell’innovazione la chiave di volta per ritornare su un più alto sentiero di crescita della produttività e del reddito. In ogni caso non si ritornerà alla normalità pre-Covid, perché la pandemia ha prodotto cambiamenti profondi nel funzionamento delle economie e nello stesso quadro politico, che si intreccia con le scelte economiche.

Sottostante alle opinioni sulle prospettive resta il problema del rilancio della produttività, che è considerato alla luce delle tecnologie della digitalizzazione, del ruolo dell’IA e di Big Data, e delle modifiche delle modalità di lavoro con l’espansione di quello a distanza. Sul ruolo dell’IA due dei maggiori esperti, Acemoglu del MIT e Chui di McKinsey, hanno presentato un quadro rassicurante, in contrasto con le preoccupazioni espresse in Europa e negli USA. Il primo sottolinea che IA può svolgere tre funzioni: usare Big Data per automatizzare l’analisi e previsione di comportamenti ed effetti; fungere da complemento della conoscenza umana, come in ambito medico e nelle ricerche di mercato; ed aiutare i processi decisionali dell’uomo mediante la tecnica del machine learning. Secondo calcoli, 1000 robot spiazzano l’occupazione nella misura dello 0,2%, ma creano occupazione in altri compiti e settori, come dimostrato dal fatto che le imprese che ne fanno largo uso hanno aumentato le loro forze di lavoro, invece di ridurle.

Nelle tre forme, l’IA aumenta la produttività ed abbassa i costi con ricadute positive su tutta la società, ma la semplice automazione che comporta la sostituzione di lavoro con tecnologia, non gioca a favore della prosperità di tutti. Ai vantaggi di un’impresa resa più competitiva dal ricorso all’IA può corrispondere lo spiazzamento di altre, e il fenomeno si riproduce su scala internazionale, in quanto la concorrenza gioca a favore del paese più competitivo. Uno dei fattori dell’atteggiamento critico verso l’IA è dovuto al fatto che vi è stata finora più automazione che le altre forme d’impiego, con il risultato di generare incrementi di produttività ma anche spiazzamenti di occupazione e più diseguaglianze sociali. Chui smentisce, nondimeno, che il famoso studio della McKinsey, spesso citato per criticare l’IA, preveda un taglio dell’occupazione del 50%, in quanto valuta solo quelle prestazioni che potrebbero essere automatizzate in un processo che non avverrebbe in tempi brevi. Sottolinea anche l’importanza di politiche pubbliche dirette alla formazione del personale nelle nuove tecniche e a favorirne l’adozione in tutte le attività. Acemoglu si spinge oltre, auspicando che l’intervento pubblico non sia semplicemente regolatorio, compito molto difficile, bensì orienti lo sviluppo dell’IA e delle altre tecniche nella duplice funzione di aiutare il lavoratore nello svolgere meglio i suoi compiti e di migliorare il benessere dell’intera società. Aggiunge che le politiche pubbliche dovrebbero farsi carico di gestire gli aspetti ridistributivi dei guadagni di produttività dovuti alla diffusione della digitalizzazione.

Confrontando l’esperienza americana con quella europea, può apparire che l’economia della nostra area sia in condizioni migliori: la sua ripresa è meno condizionata da problemi di rientro al lavoro perché le imprese hanno trattenuto i lavoratori durante la recessione e con il Pnrr si è fatto grande ricorso a politiche dell’offerta. Per altro verso, l’inflazione è in rapida ascesa, l’accomodamento monetario e fiscale continua imponente, la carenza delle ricercate competenze è acuta, l’adozione delle nuove tecnologie lenta, e i benefici degli interventi sul sistema produttivo (l’offerta) si vedranno tra anni.

Dalle tante analisi ed argomentazioni del raduno si può trarre un messaggio: siamo in tempi di accentuata incertezza sull’andamento futuro e sulle politiche più opportune. Pertanto, bisogna essere pronti ad affrontare grandi squilibri e grandi aggiustamenti con spirito innovatore per poter avanzare verso una prosperità superiore al passato, più diffusa tra gli strati sociali e più sostenibile.

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