L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 20 gennaio 2022

Mes in stallo o vale il testo tedesco e allora strame dell'articolo 11 Costituzione o va in vigore violando la Costituzione tedesca

Ecco le notizie (non buone) che arrivano da Eurogruppo ed Ecofin


Che cosa si è detto all’Eurogruppo e all’Ecofin. Il punto di Giuseppe Liturri

Ieri e oggi importante due giorni a Bruxelles per le tradizionali riunioni di inizio anno dell’Eurogruppo e del Consiglio nel formato Ecofin.

E’ nota l’importanza di queste riunioni alle quali è difficile appassionarsi, ma che, quasi sempre, determinano – anche a distanza di anni – l’effettivo andamento della nostra economia.

L’Eurogruppo di lunedì ha confermato il proprio ruolo di crocevia fondamentale del futuro dell’eurozona, dove nulla viene formalmente deciso – non è una istituzione della UE propriamente detta – ma da quelle riunioni escono quasi sempre gli orientamenti e le indicazioni che poi la Commissione “traduce” in proposte di Regolamento adottate dal Consiglio, co-legislatore della UE.

L’agenda dell’Eurogruppo tenutosi lunedì pomeriggio era già piuttosto fitta: Laurence Boone, capo economista dell’OCSE, ha discusso con i ministri sul recente andamento dell’economia dell’eurozona, comparato con le altre grandi economie del pianeta; la Commissione ha presentato la bozza delle raccomandazioni sulla politica economica dell’eurozona, da adottarsi nell’Ecofin di martedì; è stata intavolata la discussione sul percorso di riforma delle regole di bilancio dell’eurozona, per la quale si attende la proposta della Commissione nel corso dell’anno; è stato fatto il punto sullo stato di avanzamento del processo di ratifica del Mes e, soprattutto, sul definitivo rafforzamento e completamento dell’Unione Bancaria.

Partendo dal Mes, come riferito sabato, il fatto che Francia, Italia e Germania non abbiano ratificato non appare affatto casuale. Forse in pochi ricordano che nel 2012, la ratifica del Trattato originario fu caratterizzata da un “incidente” che, di fatto, ci ha condotto ad avere due testi del Trattato del Mes: uno valido per la Germania e l’altro per i restanti 18 Paesi dell’Eurozona. Infatti, durante il processo di ratifica davanti al Bundestag, una sentenza della Corte Costituzionale tedesca – giunta a ratifica ormai avvenuta da parte di tutti gli altri Stati dell’Eurozona – pose una importante riserva interpretativa su due articoli del Trattato del Mes. Per evitare di riavviare il processo di ratifica in tutti gli altri Paesi, si adottò l’escamotage di adottare delle “dichiarazioni interpretative” che facevano salva la posizione della Corte tedesca. Da allora, il Trattato del Mes è in bilico: o vale il testo tedesco, violando però il principio di reciprocità sancito dall’articolo 11 della nostra Costituzione, o il Trattato vige nella sua forma piena, violando così la Costituzione tedesca.

Anche questa volta siamo nella stessa situazione, essendo pendente da giugno scorso un ricorso alla Corte di Karlsruhe da parte dei liberali tedeschi che, ironia della sorte, sono rappresentati in questi giorni a Bruxelles proprio dal loro leader Christian Lindner, nel ruolo di ministro delle finanze. Rispetto al 2012, questa volta però il Bundestag – fedele al principio “niente spese senza autorizzazione parlamentare” (no taxation without representation) – potrebbe superare le obiezioni della Corte approvando la ratifica con la maggioranza qualificata dei due terzi. Ma ci vorrà comunque tempo.

È quindi ragionevole ipotizzare che, in questa tornata, Parigi e Roma non si vogliano trovare nella stessa imbarazzante situazione e si siano messe alla finestra per attendere Berlino. Per l’Italia potrebbe esserci il problema aggiuntivo di una maggioranza parlamentare non proprio compatta sulla ratifica e probabilmente col fiato corto a causa delle trattative per il Quirinale. Per il momento, a Bruxelles il ministro Daniele Franco si è limitato a confermare il mantenimento dell’impegno.

Stupiscono le considerazioni emerse a proposito dell’andamento dell’economia dell’eurozona: si ammette che questa volta, al contrario del 2009-2011, la politica di bilancio espansiva ha giocato un ruolo decisivo nell’evitare una crisi più profonda e nel migliorare la velocità della ripresa; si ammette che sono state proprie le sciagurate scelte di lockdown e azzeramento dei contatti sociali a provocare un calo dell’economia peggiore di altre aree. Date queste premesse, la lezione per il futuro è quella di… rifare esattamente gli stessi errori del passato. Cioè pensare alla riduzione del debito, rifarsi alle solite politiche dal lato dell’offerta (le ormai mitologiche “riforme”) e lasciare agli investimenti del Next Generation UE il ruolo di stimolare l’economia dal lato della domanda. Non sembra che la lezione del passato sia servita.

Il dibattito sulla riforma delle regole di bilancio non è andato oltre qualche battuta di circostanza, con il neo arrivato ministro austriaco Magnus Brunner che ha pensato bene di esordire con una frase “alla Schauble”: “il debito resta debito”. Giusto per offrire la misura della distanza delle posizioni e delle difficoltà che emergeranno nel secondo semestre, quando il dibattito entrerà nel vivo.

Il piatto forte dell’attività dell’Eurogruppo per il 2022 sarà costituito dal completamento dell’Unione Bancaria, tuttora a due gambe (vigilanza unica e risoluzione unica delle crisi bancarie) e priva della terza (assicurazione comune sui depositi).

I tedeschi sostengono da tempo che quest’ultima fase dell’Unione Bancaria richiede preventivamente che anche ai titoli del debito pubblico nei bilanci bancari sia assegnato un livello di rischiosità. Si intenderebbe così spezzare il legame tra banche e debito pubblico che però è, almeno da dieci anni, una fonte significativa dei profitti delle nostre banche. Su questo tema nessun segnale decisivo è giunto dalla riunione di ieri. Solo la conferma che questo sarà il tema centrale del 2022. E non è poco, poiché per la stabilità finanziaria del nostro Paese sarà una partita decisiva.

L’Ecofin di martedì non ha riservato sorprese. Tutto si è svolto nel solco già tracciato dal calendario del semestre europeo, accompagnato dai roboanti proclami del francese Bruno Le Maire che ha fissato le priorità della presidenza francese per questo semestre.

I ministri economici hanno convenuto di proseguire il lavoro per trasferire l’accordo raggiunto ad ottobre in sede OCSE per un regime di tassazione minima delle imprese multinazionali, in una proposta di direttiva. Hanno inoltre fatto il punto sullo stato di avanzamento del Recovery Fund, che vede ancora 4 Paesi in attesa che la Commissione approvi il rispettivo piano nazionale.

Le raccomandazioni di politica economica proposte dalla Commissione e poi adottate dal Consiglio sembrano calate da un’altra epoca storica, come se la crisi del Covid non ci fosse mai stata: siamo sempre alla “spending review” e alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro per mezzo di uno spostamento dell’imposizione “verso tasse meno distorsive”.

Tutti messaggi che hanno prevalentemente un destinatario: Roma. L’unica (enorme) differenza è che questa volta non potranno essere ignorati, perché il PNRR è un’arma di ricatto molto convincente.

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