L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 2 gennaio 2022

Noi non abbiamo colpa, ci obbligano solo a pagare il canone Tv

Il capodanno Rai è il simbolo di un’Italia terminale

di Max Del Papa1 Gennaio 2022, 18:2672.7kVisualizzazioni 102Commenti


Un Capodanno accussì nun l’agge mai passato. Prima il congedo mattarelliano, cinque minuti striminiziti di retorica tardorisorgimentale, letta male, sbrigata con frigida indifferenza, come da uno che ha già le valigie in mano. Un discorsetto a metà fra l’elogio di big Pharma (mancava solo la scritta: questo programma è stato offerto da Pfizer) e le cronache marziane: il Paese civile, solidale, unito l’ha visto solo lui, mai dal 1948 ci eravamo sentiti così divisi, sospettosi come topi, auguranti il male fisico tra ultrà del vax e groupie del novax, con tanto di dotti medici e sapienti che fanno le filastrocche per sfottere chi si contagia e la poco intellighenzia delle palettare e dei saltafila che vuol vedere i dissidenti ridotti a “poltiglia verde”, a “mosche che cascano”. Unico brivido di irriverenza: quando ha incitato i giovani a “morderla, la vita”: lì il nostro Notaio ha ricordato l’Iggy Pop dei tempi migliori. Davvero trasgressivo, irriverente, rock and roll, quasi punk.

La noia del veglione 2021

Poi il solito tragico veglione su Rai Uno, con solito tragico Amadeus che di fatto lo riduce a un’anteprima sanremese, gli stessi ospiti ce li ritroveremo tra i maroni entro due mesi: Massimo Ranieri, ritintissimo, che canta “Rose rosse” un successo del 1970 con arrangiamento straziante a cura del Maestro Canello, quello di Fantozzi. Achille Lauro, il marginale contro il sistema griffato Gucci, quello che copia i tempi andati più lui dei Maneskin, e ce ne vuole. Tutta una serie di cariatidi, di solite facce, sempre quelle, in saecula saeculorum, da spararsi proprio, fino al climax raggiunto con sapiente tempismo: Orietta Berti, 79 anni, che a ridosso della Mezzanotte ancora ci infligge il grattacielo nel Perù e il fidanzato di Cantù: ma perché santo Dio debbo sopportare dopo un anno di merda una fine di merda con canzoncine idiote di 52 anni fa? Perché devo festeggiare, si fa per dire, con le stesse canzoni che m’intristivano quando avevo 6 anni? Ma cazzo, possibile che in questa landa derelitta dal tempo, dove tutti “corrono ma non partono”, non succeda mai mai mai niente di nuovo davvero?

Cosa c’è da festeggiare?

Tra l’altro un insopportabile inno al qualunquismo: “Finché la barca va, lasciala andare”, e sembra il completamento del pistolotto (pistolino, data la brevità) presidenziale. Come a dire, ma sì, ma che ci frega, l’economia è al dissesto, la Costituzione, per dirla con Catullo, cacata carta, la libertà un vizio da estirpare, i diritti sono astrazioni filosofiche, la psicosi regna sovrana e perfino i numeri mentono, tutto pur di vietare, abusare, rinchiudere, terrorizzare, tutto pur di non fare, tutto pur di perdere tempo, di accoppare il cavallo agonizzante, ma va bene così, finché la barca va non ti lamentare e corri al centro vaccinale.

L’anno che verrà

Al brindisi c’era mi pare, ma potrei sbagliarmi, Alba Parietti, freschissima, in mancanza di Al Bano che dopo 3 dosi si è beccato la Omicron ma è tutto contento perché “poteva andar peggio”. Frizzi e lazzi, e compare Edoardo Vianello con gli immancabili Watussi, il fucile le pinne e gli occhiali.
Alla Rai infieriscono sapendo di inferire. Mai un colpo d’ala, un fremito di vita, sempre lo stesso museo delle cere. Malgioglio con lo scopettone in testa e poi una che canta roba anni Novanta. E fingono allegria, ma a vederli viene una botta d’angoscia da lanciarsi dalla finestra come un petardo umano. Il Paese “del dolce sì” è diventato quello dell’eterno ritorno circolare, l’Italia è una monarchia fondata sul deja-vu: tutto pare replica di una replica, i discorsi del Colle, i Capodanni con la fatidica “Caro amico ti scrivo…”. Sì, così mi dispero un po’. L’anno vecchio è finito ormai ma c’è niente proprio qui che va. Non si esce la sera, nemmeno quando è festa, e c’è chi ha messo le mascherine vicino alla finestra. E non si va a lavorare per intere settimane e a chi non ha il megagreenpass del tempo ne rimane. Ma la televisione ha detto che il nuovo anno porterà un’altra stretta totale e tutti quanti stiamo già aspettando. Sarà tre volte lockdown, tamponi tutto l’anno, anche i vax saranno reclusi, mentre gli altri è un pezzo che ci stanno. E senza grandi disturbi qualcuno sparirà, ma diranno “nessuna correlazione”, così intanto la barca va.

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