L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 gennaio 2022

Pechino sta sgonfiando sotto attento controllo la bolla del comparto immobiliare. Mentre negli Stati Uniti le aziende gonfiano i valori delle loro azioni acquistandole a piene mani, esempio Apple. Il Casinò di Wall Street DEVE continuare a giocare

Le demolizioni di Evergrande? Del 2018. La Cina sta cuocendoci a fuoco lento?

4 Gennaio 2022 - 10:20

Si può davvero pensare che le autorità locali abbiano preso una decisione autonoma dal governo? In compenso, Apple che sfonda quota 3 trilioni di market cap (in piena crisi dei chip) appare normale


C’è da sperare che tutto sia parte di un’enorme messa in scena, una recita a soggetto. Più o meno tacita. Perché se realmente qualcuno ritiene l’ordine di demolizione di 39 complessi residenziali che alcune autorità locali cinesi hanno intimato entro 10 giorni a Evergrande sia un potenziale cigno nero, allora la questione si fa seria.

Non tanto per la tenuta del mercato immobiliare e conseguentemente di quello finanziario, bensì per il livello di distorsione della realtà ormai al potere. Gli immobili in questione rappresentano una criticità fin dal 2018, quando un report ufficiale segnalò il potenziale danno che potevano arrecare a una vasta area di barriera corallina: quindi, il timing appare già sospetto di suo. Di più, la scorsa settimana il governo di Shenzhen ha dato vita al salvataggio di China South City ma pretendendo un pesantissimo sconto sulle condizioni poste, di fatto segnalando come lo Stato sia impegnato in negoziazioni su prezzi di questo M&A emergenziale ai massimi livelli. E con la massima determinazione.

E ancora, lo scorso mese Pechino intervenne sulle autorità locali dello Heilongjiang, imponendo la rimozione della formula all out efforts dal comunicato di supporto al settore immobiliare. Tradotto, quello non è il messaggio che deve passare. Ora, in un contesto simile, pensiamo davvero che Pechino sia stata colta di sorpresa dall’ordine di demolizione? Davvero le autorità locali possono essersi permesse di prendere una decisione simile in autonomia dai vertici statali e del Partito?

Semplicemente, la Cina sta operando su due fronti. Primo, sgonfiare la bolla in modalità slow motion. Secondo, cucinare il mercato a fuoco lento, lasciando intendere che le tensioni legate al real estate saranno quantomeno di medio periodo. Difficile, ad esempio, che gli Usa possano lanciarsi in un’offensiva politico-commerciale contro Pechino, quando quest’ultima sta giocando con un comando di detonazione a distanza come si fa con uno jo-jo. Non a caso, di colpo Washington è stata colta nuovamente da russofobia paranoica.

Questo grafico parla chiaro,

Andamento dei titoli del comparto immobiliare cinese Fonte: Bloomberg

fin troppo: i titoli azionari del settore immobiliare cinese hanno pressoché purgato tutti gli eccessi, operando sui minimi storici. Il tutto dopo che in dicembre il controvalore di vendite delle 31 aziende del comparto quotate ha segnato un -26% su base annua. Insomma, l’immobiliare resterà un grattacapo per gli investitori ancora per un po’. Ma difficilmente si tramuterà in una Lehman del mattone cinese. E a confermare come le distorsioni di mercato siamo ormai all'ordine del giorno, ci ha pensato la grancassa che ha salutato quota 3 trilioni di dollari di capitalizzazione per Apple, un record assoluto.

Ora, se la crisi dei microchip appare ben lungi dall'essere risolta, qualcosa di per sé stona. Ma è questo grafico
Ratio fra totale di buybacks annunciati e riacquisto titoli delle prime 10 aziende per market cap Fonte: Morgan Stanley

a mettere tutto in prospettiva: un terzo di tutti i buybacks annunciati negli Usa fa riferimento alle prime 10 aziende per capitalizzazione. Le quali, molto probabilmente, sono tali proprio grazie a questa partita di giro e non per solidità dei bilanci, vendite, CapEx o altre vetuste metriche pre-Qe perenne. Il quale, garantendo liquidità a costo zero, di fatto finanzia open-ended quel riacquisto di propri titoli che tiene alte le quotazioni, abbassa il flottante e garantisce dividendi e bonus.

Ma questo non importa, la sola cosa che conta è il primato raggiunto e il titolo roboante che garantisce. Esattamente come serve spettacolarizzare gli abbattimenti degli immobili di Evergrande, quasi fossero un qualcosa di sfuggito al controllo di Pechino. In effetti, però, tutto questo ha un senso. Perché se la gente fosse realmente cosciente del clima da quotidiana operazione a cuore aperto in cui la Cina sta muovendosi dalla scorsa estate per evitare l’esplosione di una bolla globale difficilmente tamponabile, potrebbe cominciare a unire qualche puntino sul foglio pre-stampato di questa stagione straordinaria. Non sia mai.

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