L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 7 gennaio 2022

Stati Uniti inscenano una rivoluzione colorata in Kazakistan come azione diversiva nei colloqui importanti del 10 gennaio con la Russia

Un Kazakistan per salvare la faccia agli Usa



Cosa può c’entrare il prezzo del gas liquefatto ( 0,3 euro al litro) con la richiesta di “ritiro di tutte le alleanze con la Russia”e cosa c’entra il fatto che i rivoltosi del Kazakistan sparino con fucili d’assalto e saccheggino ogni cosa con la richiesta europea di “rispettare il diritto alle proteste pacifiche”. Nulla ovviamente: è il solito copione del tipo ucraino che l’occidente sta allestendo facendo scoppiare una sorta di ribellione ad Almaty, una volta più dignitosamente Alma Ata, guarda caso, a pochi giorni dall’incontro al vertice tra russi e americani sul ruolo e sui confini della Nato. Sulla creazione dell’improvvisa rivolta, che non si era determinata nemmeno dopo l’abbandono del patriarca Nazarbaev, le cui richieste sono talmente contrastanti e incoerenti da essere nello stesso tempo impossibili da soddisfare e impossibili da essere nate dentro movimenti spontanei peraltro inesistenti fino all’ altro ieri al di fuori di questioni legate a rivalità tribali e alla articolazione del potere, può far testo il fatto che l’ambasciata americana stava già “avvertendo” delle proteste già nel 16 dicembre dello scorso anno cosi come l’accertata e massiccia presenta del Mi6 nella capitale kazaka. Tuttavia sebbene Almaty sia affollata di sedi multinazionali occidentali che costituiscono l’ossatura comunicativa dei ribelli, è molto difficile pensare che una rivolta così circoscritta, anche se così violenta, possa avere davvero successo: il segreto nella prima fase di questo modulo di rivoluzione colorata sta nella sorpresa di proteste di cui i governi sanno pochissimo proprio perché sono preparate a tavolino, ma poi non avendo un reale appoggio popolare né leader e nemmeno programmi o parole d’ordine sensate finiscono per esaurirsi. Basti pensare del resto che se mai avesse un senso la rivolta per il rialzo dei carburanti (il modulo usato in Bielorussia) va detto che il prezzo del gas liquefatto con cui funziona quasi tutto in Kazakistan non è più controllato da governo, ma dal 2019 viene creato dagli scambi elettronici, secondo le volontà delle compagnie occidentali. Ma tutto questo ovviamente non compare in un’informazione ormai ridotta al ridicolo e lascia il cittadino occidentale, ormai private delle più elementari libertà preda della più pura propaganda.

Insomma la netta impressione è che in realtà questa rivolta sia in qualche modo prematura e che abbia il solo scopo di far fallire in anticipo i colloqui Russia/Usa-NATO in programma a Ginevra e Bruxelles la prossima settimana e impedire qualsiasi tipo di accordo. Il gioco vale candela: la “pretesa” della Russia che gli Usa mettano per iscritto gli impegni di non espansione della Nato e dei suoi armamenti missilistici rappresenterebbe di per sé una cocente sconfitta di Washington abituata a non mantenere mai le promesse fatte e a fare il bello e cattivo tempo: sarebbe insomma un segnale che anche l’impero deve venire a patti non solo a parole. Creando uno stato di tensione a est gli Usa con i loro docili cagnolini europei possono avere il pretesto di far saltare i colloqui in preda all’indignazione per le pacifiche proteste a suon di raffiche di mitra gentilmente offerti dal Mi6. Il tentativo di destabilizzare il Kazakistan aveva preso le mosse fin dal settembre del 2013 quando la nuova della seta fu annunciata ufficialmente da Xi Jinping all’Università di Nazarbayev e probabilmente avrebbe avuto bisogno di una più lunga preparazione per costituire un valido bastone fra le ruote al grande progetto euroasiatico e persino il passaggio . Ma l’urgenza di sottrarre Washington a un atto di onestà e di umiltà ha consigliato di bruciare le tappe e di mettere ancora più in allerta Russia e Cina ( Almaty è la città kazaca più vicina la confine cinese) e che ci sia una relazione stretta tra i colloqui sulla Nato e l’Ucraina con la vicenda del Kazakistan lo dimostra incidentalmente il fatto che escano articoli sulla stampa mainstream dei Paesi satelliti degli Usa -è il caso per esempio del Corriere della Sera – che parlano di guerra per l’Ucraina. Naturalmente la Nato non si sogna nemmeno di prevedere un vero conflitto visto che le prenderebbe di santa ragione, ma è tutto buttato nella fornace per impedire le possibilità di pace duratura e di tenere in vita un stato magmatico di conflitto potenziale: ma con questa vicenda tramontano le speranze degli Usa e della Nato di evitare una stretta saldatura tra la Russia e la Cina che sarà la chiave del futuro.

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