L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 gennaio 2022

Stati Uniti/Nato e gli euroimbecilli di tutte le razze stanno giocando con il fuoco. La Russia non scherza più

SPY FINANZA/ La verità sul Kazakistan pronta a lasciare l’Europa senza gas
Pubblicazione: 11.01.2022 - Mauro Bottarelli
Il Kazakistan rischia di tramutarsi in un centro nevralgico delicatissimo dell’attuale lotta geopolitica di potere

Vladimir Putin (LaPresse)

Ci stanno prendendo per i fondelli. Per l’ennesima volta. Quindi, meglio mettere subito le cose in chiaro: in Kazakistan i soliti noti speravano di mettere in atto l’ennesima rivolta colorata. Ma stavolta la risposta è stata di quelle che gelano il sangue. Perché Mosca ha immediatamente attivato la clausola che ha creato i presupposti per la prima prova sul campo dell’operatività del CSTO, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva nata nel 1992 da sei nazioni della CSI post-sovietica (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kyrgyzstan e Tajikistan): un successo, rivolta sedata in meno di 24 ore. E dispiegamento di paracadutisti e Specnaz a tempo di record. Tradotto? Mosca se lo aspettava. Altrimenti non avrebbe messo in campo una forza di reazione rapida simile. Un chiaro segnale alla Nato rispetto agli scenari che potrebbero prefigurarsi in Ucraina, al netto delle minacce statunitensi e alla miopia europea sulle sanzioni.

Miopia, certo. Perché nel giorno della grande repressione e dei giornali che si focalizzavano unicamente sull’ordine del Presidente Tokayev di sparare sui rivoltosi, i futures del gas europeo con consegna febbraio sono calati del 10% intraday. Il mercato, pragmatico fino al cinismo, ha capito ciò che la politica ancora finge di ignorare: l’Europa ha bisogno della Russia, quantomeno a livello energetico.

E perché Mosca si aspettava quanto accaduto in Kazakistan? Questa prima immagine mette la questione in una prima prospettiva poco ortodossa: il National Endowment for Democracy, la sigla ombrello con cui il Dipartimento di Stato finanzia le Ong in giro per il mondo e le addestra per le rivoluzioni colorate delineate dai desiderata della CIA, solo lo scorso anno ha investito 1 milione di dollari nel Paese per attività di pubbliche relazioni contro il Governo e nell'addestramento per proteste di massa. Come potete notare dalla cronache sull'accaduto, soldi spesi bene.


D'altronde, la riprova costa poca fatica. Dzmitry Halko, noto attivista bielorusso per i diritti civili, il 7 gennaio rivendicava sul proprio profilo Twitter il proprio coinvolgimento nell'organizzazione delle proteste in Kazakistan, affiancato anche da membri storici della rivoluzione colorata in Ucraina. Ma attenzione, perché ormai la logica della destabilizzazione è talmente consolidata da non avere nemmeno più necessità di dissimulare. Intervistato da Sputnik, il vice-presidente esecutivo dell’Eurasia Group, Earl Rassmussen, ha dichiarato quanto segue: «Trovo interessante che la rivolta si sia palesata in maniera apparentemente coordinata in tutta la nazione proprio a ridosso del Natale ortodosso e subito prima dei colloqui fra Russia e Nato sull’Ucraina. Coincidenza? Vale la pena chiederselo». Insomma, ancora una volta l’internazionale nel caos travestita da difesa dei diritti civili. Soros docet. Ma non basta. Se qualcuno si fosse chiesto come mai gli Stati Uniti abbiano per ora limitato la loro reazione all’evacuazione di parte del personale diplomatico nel Paese, una risposta implicita arriva da questa fotografia: ritrae l’attuale Presidente statunitense, Joe Biden, insieme al chiacchierato figlio Hunter e a due personaggi molto importanti nel Kazakistan pre-rivolta.


A sinistra l’oligarca Kenes Rakishev e a destra Karim Massimov, quest’ultimo l’ex numero uno dell’intelligence arrestato domenica su ordine del presidente Tokayev per alto tradimento. Di fatto, la mente logistica del tentato golpe. Sgradevole. Tanto da necessitare una bella cortina fumogena. Come questa, ad esempio. E se nel caso di Kenes Rakishev la fotografia può essere accettabile per un politico di primo livello come Joe Biden (fu scattata prima dell’elezione), stante la natura da banderuola delle amicizie che un uomo unicamente interessato alla tutela del suo business può intrecciare, appare quantomeno sconveniente posare accanto a quello che all’epoca era il capo della sicurezza e degli 007 di un regime che gli Usa ritenevano illiberale e autoritario.

Attenzione, perché la Russia non sta più scherzando. E l’aria sta cominciando a farsi davvero pesante. Al netto del tavolo farsa sull’Ucraina, la Nato ha già deciso: Mosca non sta attuando la de-escalation, quindi occorre aumentare la pressione. E prima ancora di poggiare il sedere sulla sedia dei colloqui a Ginevra, gli Usa minacciavano estreme conseguenze in caso di invasione dell’Ucraina e annunciavano l’elaborazione insieme ai partner Ue di nuove, durissime sanzioni contro Mosca. Tradotto, prepariamoci a flussi di gas russo completamente bloccati. Non a caso, domenica 90.000 berlinesi hanno assaggiato il gusto amaro di mezza giornata senza luce, né riscaldamento a causa di un blackout. Sarà un caso che questo innalzamento dei toni sia contemporaneo alla dichiarazione nientemeno che del Segretario generale della SPD, Kevin Kuehnert, a detta del quale «non bisogna continuare a mischiare l’aspetto operativo di Nord Stream 2 con questioni politiche o di rispetto dei diritti umani in Russia»? I tedeschi cominciano a capire quale prezzo potrebbe comportare l’allineamento cieco ai desiderata di Blinken? E mentre in Kazakistan si sparava, in Polonia arrivavano gli F-16 statunitensi per un’esercitazione congiunta di dispiegamento e reazione rapida.

Si sta giocando con il fuoco. Perché quando si fa salire così tanto la tensione, poi basta una scintilla per far andare tutto fuori controllo. E a mettere il carico da novanta sull’accaduto e su quanto rischia di svilupparsi nei prossimi giorni, ecco che intervistato dal canale tv Khabar-24, il ministro della Sanità kazako ha sentito il bisogno di rassicurare tutti rispetto alla sicurezza del bio-laboratorio che si trova vicino alla città di Almaty, costruito nel 2017 e sede di studio su agenti patogeni particolarmente pericolosi. Al pari di Wuhan. E se il bio-lab è finanziato dagli Usa, scienziati sia russi che cinesi vi collaborano attivamente. Insomma, il Kazakistan rischia di tramutarsi in un centro nevralgico delicatissimo dell’attuale lotta geopolitica di potere, molto più di quanto le cronache di stampa lascino intendere. Basti un particolare su tutti: nel porgere tutta la propria solidarietà e il proprio appoggio al governo kazako, la Cina ha parlato chiaramente di «risposta necessaria a fronte di rivolte sobillate da forze straniere». Come dire, se vi ha impressionato quanto posto in essere dai russi, provate a immaginare cosa potrebbe accadere, in caso qualcuno avesse l’alzata d’ingegno di frapporsi fra noi e il concetto di One China relativo a Taiwan.

Una cosa è certa: se il Covid, come tutti speriamo, dovesse finalmente perdere il suo profilo di emergenza globale, il warfare ai massimi livelli pare pronto a subentrargli come alibi per nuovo Qe e straordinario moltiplicatore del Pil, in un mondo che flirta con la stagflazione e il timore di aumento dei tassi. Il Dottor Stranamore è tornato. Ma non è un film.

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