L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 27 gennaio 2022

Tra Depressione deflattiva e Stagflazione si scegli la seconda. L'influenza covid viene sostituita dalla corsa alla guerra calda, magari limitata, Ucraina

La Fed lascia tutto così com’è, il mercato finge di spaventarsi. Ci penserà l’Ucraina

26 Gennaio 2022 - 21:31

Powell minaccia aumenti a raffica a partire da marzo e Wall Street brucia tutti i guadagni. Casualmente, però, mezz’ora prima del comunicato, gli Usa drammatizzavano in diretta lo scontro con Mosca


Nessuna nuova, buona nuova. La Fed riesce per l’ennesima volta a montare la panna delle aspettative e poi rifilare al mercato un brodino, spacciandolo per piatto gourmet con una sapiente alternanza di toni minacciosi e assenza di riferimenti precisi. In sostanza e in concreto, il nulla. E a confermarlo ci pensa questo grafico di Goldman Sachs,

Crono-programma del taper della Fed su scale back graduale Fonte: Goldman Sachs

di fatto il crono-programma di come la Federal Reserve dovrà agire da qui alla fine dell’anno: pubblicato a dicembre. E finora rispettato alla lettera. E quando una banca d’affari scrive i testi a quella centrale, c’è poco di cui spaventarsi davvero.

Certo, Jerome Powell ha dichiarato che presto sarà appropriato alzare i tassi. Ma il mercato, prima della sua comparsa in sala, già scontava quattro ritocchi per il 2022, il primo dei quali a marzo. Tutto come nelle attese. In compenso, nessuna possibilità di dimagrimento del bilancio della Banca centrale - il famigerato e temuto quantitative tightnening - prima che sia iniziato il programma di normalizzazione del costo del denaro: di fatto, al più presto non prima di maggio. Anche qui, immediata minaccia per evitare che l’ovvio venisse finalmente letto come tale: il ritmo del drenaggio di liquidità potrebbe essere più rapido, spedito e incisivo che nel ciclo precedente. Ma questo altro grafico

Andamento del controvalore di utilizzo del reverse repo Fed Fonte: Bloomberg

mette in chiaro il perché Wall Street abbia in un primo momento pavlovianamente aumentato i guadagni e il rendimento del decennale Usa sia salito soltanto lievemente, quasi sentisse l’obbligo di mostrare un po’ di nervosismo per non svelare al mondo la pantomima in atto. Con una media di 1,6 trilioni di dollari di inert money parcheggiata quotidianamente alla facility di reverse repo della Fed, la Banca centrale può drenare quasi 2 trilioni senza che il mercato nemmeno se ne accorga.

Ovviamente la recita necessitava di un minimo di drammatizzazione, quantomeno per mantenere una parvenza di credibilità. Ecco quindi che Jerome Powell ha sottolineato come la Fed potrebbe alzare i tassi a ogni futura riunione del board, godendo attualmente di condizioni sufficienti per operare senza toccare le dinamiche salariali. Detto fatto, il Dow Jones è virato in negativo, il Nasdaq ha dimezzato i guadagni pre-FOMC e il titolo Usa a 2 anni ha toccato i massimi dal febbraio 2020. Il tutto, però, immediatamente calmierato negli effetti dalla conferma che ogni definitiva decisione verrà presa e comunicata al board del prossimo marzo.

Ennesimo calcione al barattolo, la cui gittata può contare su due certezze fondamentali. Primo, l’inflazione al massimo dal 1982 difficilmente potrà sgonfiarsi in modo tale da garantire davvero un ritmo di rialzo forsennato come quello minacciato in conferenza stampa. Quindi, se anche da qui a un mese e mezzo si opererà un primo ritocco, l’outcome più probabile è quello di un policy error che inneschi in tempi rapidissimi una sindrome da 2018. Ovvero, fermi tutti e valutiamo gli sviluppi macro.

Secondo, gli Usa hanno comunicato alla Russia (e al mondo) la loro risposta scritta rispetto alla richiesta di rassicurazioni avanzate da Mosca nell’ultimo bilaterale proprio mezz’ora prima della nota della Fed. Confermando le porte aperte della Nato all’Ucraina. Oltretutto, rafforzando l’impatto della notizia con una conferenza stampa del numero uno del Dipartimento di Stato, Anthony Blinken e una del numero uno della Nato, Jens Stoltemberg.

Il tutto senza preavviso. E alla luce di questi due grafici:

Comparazione fra rating di gradimento di Joe Biden e presenza dell’Ucraina nelle news Fonte: Bloomberg
Comparazione del rating di gradimento di Joe Biden e Donald Trump Fonte: Bloomberg

il primo mostra la correlazione fra crollo del gradimento di Joe Biden e aumento delle presenza dell’Ucraina nelle news, il secondo il fatto che proprio oggi il tasso di approvazione popolare del presidente sia sceso sotto quello di Donald Trump. Il tutto con le elezioni di mid-term previste per il prossimo novembre. La Fed farà quello che deve fare. Ma non farà nulla che possa nuocere alla Casa Bianca. E quindi a Wall Street.

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