L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 febbraio 2022

Alla finanza rapace internazionale gli piace che i rendimenti decennali salgono come piace che lo spread si dispieghi e cominci a galoppare nelle estese praterie della speculazione. L'Inflazione un altro elemento di arricchimento illecito, chi sa sapeva che i miliardi e miliardi che le banche centrali occidentali hanno/versano nel sistema finanziario, nel circuito economico avrebbe prodotto inflazione, adesso si dovrebbe governala ma gli strumenti sono pochissimi e a volte inutili o producono altri effetti collaterali. E certo che Draghi avrebbe voluto schivare gli schizzi di fango che cominceranno a diventare sempre più numerosi e importanti, non c'è riuscito per la sua personale mediocrità umana, schiavo di se stesso, prigioniero di essere stato per tutta una vita servo fin da quando abbandonò Caffè il suo maestro e mentore e i suoi compagni di viaggio come Nino Galloni

Draghi è condannato a governare tra allarme spread e inflazione
Fallita la via di fuga verso il Quirinale, il premier Mario Draghi rischia di indebolirsi a causa dell'allarme spread e del carovita
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 06 Febbraio 2022 alle ore 08:18


Avrebbe voluto farsi eleggere presidente della Repubblica, ma la sua stessa maggioranza glielo ha negato. Il premier Mario Draghi si ritrova a governare l’Italia nell'anno che ci condurrà alle elezioni politiche e che si annuncia per molti versi molto travagliato. Da quando è a Palazzo Chigi, di allarme spread non si parla più, come se i mercati finanziari avessero smesso di mettere nel mirino il debito pubblico italiano. Ed è stato sostanzialmente così fino a poche settimane fa. Invece, nelle ultime sedute il differenziale di rendimento tra i BTp e i Bund a 10 anni è salito fino a 150 punti base, il livello più alto da settembre 2020.

I rendimenti decennali italiani si sono portati sopra 1,70%, mai così alti dal maggio del 2020. In media, a gennaio si sono attestati allo 0,78% sul mercato secondario, il massimo da luglio 2020. In pratica, il costo del debito pubblico sta risalendo, pur restando bassissimo in termini nominali e, ancora di più, reali. La BCE ha segnalato di aprire alla possibilità di alzare i tassi d’interesse nel corso di quest’anno. La reazione dei mercati è stata immediata: borse giù e rendimenti su. E l’allarme spread è tornato a farsi sentire dopo un anno abbondante di assenza.

La causa di tutto sta nell’inflazione. Al 5,1% nell’Eurozona a gennaio, al 4,8% in Italia, pur se al 5,3% secondo l’indice armonizzato. La corsa dei prezzi si deve ai colli di bottiglia in fase di produzione, al boom delle materie prime trainato dalla maggiore crescita dei consumi rispetto all’offerta e all’abbondante liquidità disponibile. Tra stimoli monetari e fiscali, le banche centrali e i governi hanno iniettato migliaia di miliardi di dollari, a fronte di una produzione globale in calo. Non ci sarebbe stato bisogno di approfondire con un corso di economia per capire cosa sarebbe scaturito da tale situazione.

Allarme spread con il premier Draghi?

Adesso, la Federal Reserve sta guidando la ritirata delle banche centrali e la BCE inevitabilmente seguirà a ruota. Dal canto loro, i governi continuano ad attuare politiche fiscali espansive, ma in misura assai inferiore. Anzi, il Nord Europa sta rientrando nei limiti del deficit massimo imposto dal Patto di stabilità, pur sospeso fino a tutto quest’anno. La normalizzazione monetaria e fiscale non sarà indolore. Draghi lo sa bene e forse anche per questo avrebbe optato per il Quirinale. Dal Colle, avrebbe potuto indirizzare la politica economica del governo senza sporcarsi direttamente le mani e metterci la faccia.

L’uomo che spense l’allarme spread con il “whatever i takes” rischia di subirne gli effetti con una BCE costretta alla stretta monetaria. Dalla sua, ha che Christine Lagarde non intende correre ad alzare i tassi e si mostra molto sensibile alla crescita. Contro c’è proprio quel Nord Europa indispettito e intimorito dall’alta inflazione. Finché la FED era rimasta espansiva, Francoforte aveva potuto permettersi di ignorare i numerosi segnali circa il surriscaldamento eccessivo dei prezzi al consumo. Adesso, la Banca d’Inghilterra ha già alzato i tassi due volte e la FED si accinge a farlo da marzo. Il destino dell’Eurotower è segnato, anche perché restare accomodanti mentre tutti gli altri vanno in direzione opposta implica il rischio di colpire il cambio e importare ancora più inflazione, con la conseguenza di rendere una futura stretta ben più dolorosa.

Draghi avrebbe voluto sottrarsi benissimo a questo scenario. Del resto, è stato l’unico grande banchiere centrale a non avere mai alzato i tassi. Di lui sappiamo che è stato molto competente e apprezzato nel tagliarli, ma non esiste una controprova per il caso opposto. Da capo del governo, scoprirà come ci senta ad avere le mani legate dall’altra parte del tavolo.Dovrà prendere nota dei mutamenti di politica monetaria senza commentarli e non potendo incidervi direttamente. A 150 punti, non possiamo parlare ancora di allarme spread. Sopra i 200, sì. Anche perché la Spagna ha uno spread ancora a 80 punti, il Portogallo anche meno. Peggio di noi solo la Grecia a quota 180. “Super Mario” inizia a perdere poteri.

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