L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 febbraio 2022

Continua ad aumentare il prezzo del pane e questo ha riflesso soprattutto sulle fasce più deboli che si rivolteranno per la propria sopravvivenza

Medio Oriente: la guerra in Ucraina può scatenare una nuova rivolta del pane

Oltre mezzo miliardo di persone, dal Marocco all’Iran, rischiano di vedere doppiati o triplicati il costo del pane
25 Feb 2022 • Redazione


La guerra in corso tra Russia e Ucraina rischia di avere un profondo impatto non solo in Europa, ma anche sulla sicurezza alimentare dei Paesi del Grande Medio Oriente, con implicazioni politiche, sociali ed economiche potenzialmente drammatiche. Oltre mezzo miliardo di persone, dal Marocco all’Iran, rischiano di vedere doppiati o triplicati il costo del pane – un bene che nei Paesi arabi ha provocato rivolte anche in tempi recenti – per un motivo molto semplice: i prezzi dei cereali al livello mondiale potrebbero aumentare anche dell’80-100 per cento rispetto ai livelli pre-Covid. Le quotazioni del grano tenero questa mattina, 25 febbraio, hanno raggiunto 311 euro a tonnellata, in rialzo di oltre 40 euro rispetto al mese scorso, un aumento di circa il 12 per cento. Come spesso accade, infatti, i mercati hanno iniziato ad assorbire in anticipo il rischio crisi. Il problema è che si parte da una base già di per sé molto alta: la pandemia di coronavirus ha aumentato i prezzi di circa il 50 per cento. “Agenzia Nova” ha parlato della questione con due analisti: Giuseppe Dentice, capo del desk Mena presso il Centro Studi Internazionali (CeSI) e Matteo Colombo, ricercatore del Clingendael Institute e ricercatore associato dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi).

Gli esperti del settore rilevano almeno quattro fattori cruciali: il primo è legato a una salita repentina dei prezzi del grano nell’immediato, dovuta alla chiusura del “rubinetto” del Mar Nero; il secondo, di medio-lungo periodo, riguarda il raccolto in Ucraina (quinto produttore mondiale di cereali) del 2021, che rischia di essere magro o nullo visto che la maggior parte delle culture è concentrato nell’est, dove c’è la guerra; il terzo riguarda i fertilizzanti e i minerali per i fertilizzanti, due merci di cui la Russia è il primo esportatore mondiale; il quarto è relativo alla progressiva svalutazione delle monete locali, fenomeno per il quale Paesi come il Libano rischiano di subire un impatto ancora più devastante. “Siamo davanti a una tempesta perfetta: da una parte la scarsità del bene, dall’altra la svalutazione della moneta”, commenta Colombo.

Secondo Giuseppe Dentice, il conflitto in Ucraina esprime una multidimensionalità di effetti, politici, economici, energetici, di sicurezza in tutto il Medio Oriente. “In queste settimane abbiamo parlato soprattutto di effetti dal punto di vista energetico. Attenzione però alla sicurezza alimentare: può essere detonatore molto pericoloso. C’è il precedente delle primavere arabe (l’aumento dei prezzi dei cereali americani fu una delle concause, ndr), ma le rivolte del pane sono sempre state alla base delle turbolenze in Medio Oriente. Ricordiamo in Egitto nel 2008-2009 le proteste per il rincaro dei beni primari, causato in primis dai cereali, e ancor prima negli anni ‘70, ‘80 e ’90. Questo elemento – aggiunge l’esperto – può essere molto destabilizzante, soprattutto se le leadership arabe non sono in grado di affrontare la questione in maniera olistica, cioè sul piano sociale, economico e politico”.

Un Paese in particolare sembra più esposto di tutti gli altri alla crisi russo-ucraina: l’Egitto. Il Paese delle piramidi non solo è uno dei principali importatori del cereale al mondo, ma è anche un hub per le forniture agli altri Paesi. Al momento, in base ai dati del governo, l’Egitto avrebbe scorte di grano per 3/5 mesi, riuscendo in parte a resistere allo stop delle forniture. Tuttavia restano i problemi di lungo periodo e l’impossibilità di aumentare le scorte a meno di non differenziare le proprie importazioni. Secondo l’Agenzia centrale egiziana per la mobilitazione pubblica e la statistica, Russia e Ucraina forniscono rispettivamente il 69,4 per cento e il 10,7 per cento delle importazioni egiziane di grano. “L’Egitto è un hub per lo smistamento del grano agli altri Paesi della Regione, ma rischia di rimanere a secco perché il Mar Nero è bloccato: non si entra e non si esce perché c’è la guerra. In più c’è anche una questione degli approvvigionamenti fermi a Mariupol, Odessa e nei vari porti ucraini”, spiega Dentice.

Anche la Tunisia rischia di essere particolarmente colpita. Secondo il quotidiano tunisino” “La Presse”, il governo di Tunisi ha calcolato per il bilancio 2022 un prezzo del barile di 75 dollari, una cifra eccessivamente ottimistica visti i recenti sviluppi che hanno fatto schizzare il prezzo oltre i 100 dollari al barile. L’esperto di economia Reda al Shakandali ha detto al quotidiano “Hakaek Online” che la guerra in Ucraina avrà ripercussioni negative dirette sulla Tunisia, in termini di prezzi del petrolio e delle materie prime, in particolare grano, in un momento in cui il Paese sta vivendo un periodo di grande sofferenza finanziaria. Questo comporterà per il Paese un aumento dei costi delle importazioni del grano e – di conseguenza – della spesa dello Stato per mantenere i sussidi, peraltro in un momento in cui sono in corso le trattative con il Fondo monetario internazionale (Fmi). Il direttore generale dell’Osservatorio tunisino dell’agricoltura, Hamid al Dali, ha dichiarato che il Paese importa circa la metà del suo fabbisogno di grano dalla Russia e dall’Ucraina, ma ha acquistato quantità sufficienti fino all’estate e non dovrà far fronte a carenze fino alla stagione delle raccolte. Dali ha aggiunto che con questi acquisti gli stock di grano del Paese saranno sufficienti “fino a giugno”.

Ucraina e Russia, spiega Dentice, forniscono insieme in media il 50 per cento del fabbisogno alimentare interno del Medio Oriente. “E’ tantissimo. Qualsiasi evoluzione del quadro ucraino rischia di avere ripercussioni sulla sicurezza alimentare. Quasi il 26 per cento del traffico mondiale di cerali passa attraverso il Mar Nero: la Russia è il primo esportatore mondiale e l’Ucraina è il quinto. Quasi tutto questo traffico è diretto verso Egitto e Turchia, che assorbono il grosso della produzione. In particolare, Ucraina e Russia forniscono l’80 per cento delle importazioni dell’Egitto, il 74 per cento delle importazioni della Turchia, il 40 per cento delle importazioni dal Libano, il 20 per cento delle importazioni dello Yemen, il 40 per cento delle importazioni dalla Libia. Questo tipo di valore già di per sé è destabilizzante”, spiega ancora l’analista del Cesi.

Molti Paesi arabi sono già peraltro instabili al loro interno: in Yemen c’è la guerra, in Libia ci sono ancora i mercenari russi del gruppo Wanger, il Libano è uno Stato insolvente. “Il paventato rischio di nuove primavere arabe è forse un’esagerazione in termini di fenomeno, la situazione è troppo fluida per poter fare una previsione del genere, ma è chiaro che il tipo di impatto nel lungo periodo può essere preoccupante, anche in termini di governance. Rischiamo di avere situazioni di fortissima instabilità sul piano interno mediorientale”, avverte Dentice. “Il Medio Oriente è strettamente tirato in ballo ed è esposto a tutti rischi di questa crisi, più dell’Europa stessa. I governi della regione devono essere molto accorti a bilanciare la propria posizione nei confronti di Russia e Stati Uniti: è una situazione molto scomoda”, spiega ancora l’esperto del Cesi.

Colombo evidenzia un altro elemento di criticità: l’elevata inflazione e la progressiva svalutazione delle monete nazionali. “Il prezzo del grano e degli altri beni alimentari in generale era già aumentato molto prima del conflitto: già da qualche mese i prezzi avevano già raggiunto il livello del periodo della primavera araba, peraltro in un periodo di inflazione in tutto il mondo e che in Medio Oriente è drammatico. In Libano, ad esempio, i prezzi dei beni alimentari sono aumentati in tripla cifra (oltre il 350 per cento)”, spiega il ricercatore del think tank olandese. “Tutto ciò che si importa tende a costare molto di più, in particolare nei Paesi importatori di petrolio che non hanno modo di calmierare i prezzi. Inoltre, i paesi della regione hanno sempre avuto una politica di sussidi ai beni alimentari, sia per combattere la povertà ma anche per ragioni di consenso interno. E’ una situazione molto grave che può creare forte instabilità nella regione e generare nei prossimi anni proteste anche molto grandi”, conclude Colombo.

Nessun commento:

Posta un commento