L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 febbraio 2022

Creazione di moneta non a debito, e non la farà certamente Draghi la testa di legno della finanza internazionale. La scusa covid è terminata spazzata via dall'inflazione e dalle conseguenti esigenze delle aziende e siamo a punto e capo sotto il solito Progetto Criminale dell'Euro

Doccia fredda dalla Germania per Draghi e Macron, sul debito non si cambia
La Germania è tornata a invocare austerità fiscale contro l'alto debito nell'Eurozona. L'asse Draghi-Macron potrebbe non bastare.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 12 Febbraio 2022 alle ore 12:05


E’ bastato che il governatore della BCE, Christine Lagarde, non escludesse più il rialzo dei tassi nell’Eurozona già quest’anno per mandare in orbita i rendimenti dei bond sovrani. Gli spread si sono allargati, particolarmente in Italia. Il costo di emissione del debito sta risalendo drasticamente dopo essere stato sostanzialmente nullo per anni. E dalla Germania arrivano notizie ancora più negative per i nostri BTp. Il governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, ha dichiarato in settimana che, “salvo cambiamenti immediati”, chiederà al board di marzo che la BCE cambi politica monetaria in senso più restrittivo.

Secondo Nagel, in carica alla guida della banca centrale tedesca da poche settimane, le restrizioni anti-Covid stanno per essere allentate ovunque, mentre l’economia cresce, l’occupazione invia segnali positivi e l’inflazione è alta, stimata al 4% in Germania per il 2022. Queste condizioni, spiega, sono “da manuale per quando una banca centrale deve agire”. E aggiunge che “secondo la mia analisi, agire in ritardo comporterebbe per i mercati finanziari e l’economia maggiori costi che agire prima”. In altre parole, la Bundesbank invoca il rialzo dei tassi BCE, necessariamente preceduto dalla cessazione degli acquisti netti di bond con il “quantitative easing”.

Ma non è tutto. Sempre Nagel ha spiegato come, a suo avviso, le regole fiscali vigenti prima della pandemia debbano essere riattivate e “rafforzate” per impedire il lassismo fiscale. Servono, continua, regole “più chiare, più semplici e più rigide”. Il banchiere tedesco è succeduto a Jens Weidmann, dimessosi a sorpresa nei mesi scorsi, probabilmente in polemica con la linea di politica monetaria tenuta dalla BCE negli ultimi tempi, divenuta ancora più accomodante rispetto ai tempi in cui a capo dell’istituto c’era Mario Draghi.

Germania contro cambiamenti alle regole sul debito

Proprio Draghi e il presidente Emmanuel Macron concordano sulla riforma del Patto di stabilità, al fine di renderlo più flessibile. In settimana, il commissario agli Affari monetari, Paolo Gentiloni, ha dichiarato che “riduzione del debito e investimenti non dovrebbero essere un ossimoro”, segnalando una divergenza d’opinione con il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, il quale è tornato a chiedere ai governi di ridurre i disavanzi fiscali. Parole in linea con quelle pronunciate poche settimane fa dal ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, secondo cui i governi dovrebbero ricostituire “i cuscinetti fiscali” per fronteggiare le prossime crisi, sostenendo che il Patto di stabilità abbia offerto tutta la flessibilità possibile durante la pandemia.

Dunque, nel giro di poche settimane sono cambiati in Germania il governo e il numero uno della Bundesbank. Il primo è guidato dopo sedici anni da un cancelliere socialdemocratico, responsabile della nomina di Nagel. Eppure, la musica a Berlino non è cambiata. Chi si aspettava grosse concessioni sulle regole fiscali, forse andrà deluso nei prossimi mesi. A meno che i tedeschi giochino a minimizzare i mutamenti apportati al Patto di stabilità, mantenendo la guida dei paesi “frugali” del Centro-Nord Europa, tra cui Austria e Olanda. E si allontana sempre più la prospettiva di un bilancio comune con l’emissione di Eurobond. Il Recovery Fund istituito durante la pandemia rimarrebbe un’eccezione. Per Draghi e Macron, un duro colpo. Dal 2023, i loro bilanci rischiano di tornare – più quello italiano che francese – sotto i rigidi controlli dei commissari.

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