L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 febbraio 2022

Economia italiana dalle stelle alle stalle sono sempre loro i giornaloni che cambiano continuamente la narrazione senza una briciola di dignità. Sono ormai considerati dei tromboni imperituri, credibilità zero

Ecco tutte le incognite sull’economia italiana


L’economia italiana tra enfasi ottimistica dei giornaloni, fattori critici (caro energia in primis) e scenari zeppi di incognite (Bce, Mes e non solo). L’analisi di Giuseppe Liturri

È durato meno di una settimana il clima da propaganda in stile Istituto Luce che ha fatto seguito alla diffusione degli ultimi dati sulla crescita del Pil nel 2021. Un robusto +6,5% rispetto al 2020, presentato come un trionfo, dimenticando che c’è di mezzo il -9% del 2020 e quindi, rispetto all’intero 2019, siamo ancora in calo del 3,1%.

È bastato che venerdì il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner facesse un veloce passaggio nella stanza del suo collega Daniele Franco per fare ritornare tutti alla realtà. La ripetizione di vecchi mantra come “il debito va ridotto per costruire nuove riserve fiscali per la prossima crisi” e la constatazione che “che pur partendo da situazioni molto differenti e con visioni molto differenti di governance economica siamo alla ricerca di soluzioni comuni”, sono apparsi l’equivalente del suono della campanella alla fine della ricreazione. Un incontro che – giunto solo 17 giorni dopo che i due ministri avevano trascorso insieme quasi due giorni a Bruxelles, impegnati nelle riunioni di Eurogruppo ed Ecofin – fa supporre che siano sopravvenuti fatti nuovi di cui era necessario discutere subito personalmente. Inflazione persistente e non più transitoria, cambio di politica monetaria della Bce, riforma del Patto di Stabilità, attuazione del Pnrr e completamento dell’Unione Bancaria, sono in effetti un’agenda da far tremare i polsi.

E così tra sabato e domenica abbiamo assistito ad una clamorosa inversione di marcia nel racconto delle magnifiche sorti e progressive che attendono il nostro Paese quest’anno. Ha cominciato sabato Federico Fubini sul Corriere della Sera ed ha proseguito domenica il Sole 24 Ore, con toni inimmaginabili solo pochi giorni fa. Fubini si è accorto all’improvviso che l’inflazione non è poi così transitoria e sta già mordendo i consumi delle famiglie e i margini delle imprese, la Bce non può continuare a comprare tutti i titoli pubblici italiani e Lindner è venuto a ricordarci che il Patto di Stabilità nel migliore dei casi subirà modifiche “cosmetiche”. Immaginiamo lo sconcerto del lettore del Corriere nel passare, in pochi giorni, dall’Italia locomotiva d’Europa alla ricerca di un piano di riserva per reggere l’urto di questi eventi. Tale piano è il Pnrr, “l’unico modo per mettere l’Italia su una traiettoria più solida”. Sì, proprio quel piano che anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) ha ammesso che produrrà entro il 2026 un Pil più alto di 2,5 punti percentuali rispetto allo scenario base. Un dato macroeconomicamente irrilevante, per stare alla definizione dell’economista Luigi Zingales. La “traiettoria più solida” di cui parla Fubini, peraltro non trova riscontro nella recente nota sulla congiuntura dell’Upb, secondo cui “nel 2023 il Pil proseguirebbe il graduale percorso di normalizzazione, rallentando all’1,9 per cento, anche per via dell’intonazione meno espansiva delle politiche economiche”. Non avremmo saputo trovare parole più efficaci per spiegare la modesta crescita che ci attende, nonostante il Pnrr.

Se il piano (falsamente) salvifico è questo, conclude Fubini, allora è necessario che i partiti non si permettano di eccepire alcunché e anzi “diano una mano a Mario Draghi per realizzare il solo piano che abbiamo e può metterci al sicuro”. “Non tirate sul pianista”, è l’ammonizione finale. A rincarare la dose, è sopraggiunto il Sole 24 Ore che ha incupito la domenica degli italiani, titolando in prima “Caro energia, industria in caduta”. Ci hanno messo qualche settimana, ma è arrivato finalmente in prima pagina uno scenario già in atto e previsto dagli economisti: uno shock esogeno di offerta come quello derivante dalle restrizioni conseguenti alla pandemia e dalla brusca e imponente salita dei prezzi di gas ed energia elettrica si traduce generalmente in una contrazione della produzione e della domanda accompagnata da un’inflazione più alta. I primi dati relativi a gennaio, anticipati da Bankitalia e dal Centro Studi Confindustria confermano questa realtà: il Paese è in piena frenata e la produzione industriale dovrebbe attestarsi ad un -1,3% rispetto a dicembre.

In questa complessa partita, si fa sempre più probabile l’entrata in campo della Bce, all’interno della quale la pressione dei Paesi del Nord Europa si fa sempre più forte. Solo sei settimane fa, Christine Lagarde aveva dichiarato che riteneva “estremamente improbabile” un rialzo dei tassi nel 2022. Giovedì si è trincerata dietro l’attesa della lettura dei dati aggiornati e non ha escluso alcuno scenario, dichiarandosi “sorpresa” del balzo dell’inflazione al 5,1% a gennaio e ha comunque insistito sulla previsione di rientro entro fine anno di tali tensioni. Inoltre è convinta di poter controllare l’aumento dello spread utilizzando la flessibilità nelle scelte di reinvestimento dei titoli in scadenza. I mercati non le hanno creduto – facendo partire sin da giovedì pomeriggio le vendite di titoli italiani e portando lunedì il rendimento del BTP decennale a sfiorare 1,90% con lo spread a 165 – e il tutto è avvenuto nel religioso silenzio di chi, in altri tempi, non perdeva l’occasione per titolare sullo spread che “schizza” o “si impenna”.

Ma alla Lagarde non credono più nemmeno i suoi colleghi. Domenica l’olandese Klaas Knot, membro del consiglio direttivo della Bce, ha rotto la consegna del silenzio, dichiarando che gli acquisti di titoli devono terminare al più presto possibile e che l’aumento dei tassi deve avvenire già nel quarto trimestre, seguito poi da un altro aumento ad inizio 2023. Operazione che avrebbe senso in Uk e Usa, alle prese con una domanda surriscaldata da imponenti incentivi di bilancio pubblico, ma che è molto pericolosa nell’eurozona.

Dal pomeriggio di lunedì fino all’intera giornata di martedì, è stato tutto un gettare acqua sul fuoco. Dapprima non sono mancate critiche durissime all’operato della Lagarde, accusata di scarsa chiarezza e aver disorientato i mercati. Poi la Presidente della Bce ha parzialmente aggiustato il tiro in audizione al Parlamento Europeo, frenando la corsa di spread e rendimento del BTP. Infine martedì sera, è arrivato il governatore della Banca centrale francese, Francois Villeroy de Galhau, a fare il pompiere parlando di reazione eccessiva dei mercati.

Di fronte a queste incognite, da noi è tutto una corsa a blindare e “salvare il soldato Draghi”. Il messaggio di Fubini fa il paio con quello del politologo Sergio Fabbrini sul Sole: l’appuntamento elettorale entro il 2023 non deve turbare la “continuità e la coerenza del Pnrr” e pertanto vanno trovate “modalità innovative per ridurre l’impatto divisivo delle elezioni del 2023″.

In Europa sono consapevoli della tempesta in arrivo ed hanno già preparato la ciambella di salvataggio (dei loro interessi) che potrebbe chiamarsi Mes con contestuale riduzione del debito a qualsiasi costo, e non gradiscono interferenze politiche locali. Il loro piano va eseguito senza fiatare e lo mandano a dire, senza tanti giri di parole.

Osiamo solo sperare che le “modalità innovative” cercate da Fabbrini, non siano quelle già viste all’opera nel corso della Storia. Col partito unico, in questo Paese abbiamo già dato.

(versione aggiornata e integrata di un articolo pubblicato dal quotidiano La Verità)

Nessun commento:

Posta un commento