L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 febbraio 2022

Eurasia è il continente più grande al mondo e al suo interno le contraddizioni permettono alla dialettica di evolversi e svilupparsi



05/02/2022, 09.30
MONDO RUSSO
L'India, l'amico di riserva di Mosca

di Stefano Caprio
5 febbraio 2022

Nonostante le professioni di amicizia eterna tra russi e cinesi, che Putin ha rinnovato in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici di Pechino, Mosca guarda all’Asia per divincolarsi dall’Europa e dall’America, e ha bisogno di New Delhi per non essere soffocata dalla Cina. E non è neanche un fenomeno tanto nuovo.


Roma (AsiaNews) - Nel grande gioco dei confronti e delle alleanze di quest’anno, che alla fine dovrà ridefinire i ruoli e le posizioni della geopolitica planetaria, c’è una “amicizia speciale” che non appare quasi mai in primo piano, ma che potrebbe riservare delle sorprese: quella tra la Russia di Vladimir Putin e l’India di Narendra Modi, due grandi leader “sovranisti” tra loro molto più simili di quanto possa sembrare. Quasi coetanei, mentre il primo regna incontrastato da più di vent’anni, il secondo è al potere da meno di un decennio; il russo vede nell’Ortodossia cristiana la vera identità del suo popolo, l’indiano rappresenta la restaurazione di un induismo integralista e piuttosto aggressivo.

La vicinanza tra i due Paesi, peraltro, non si basa soltanto sulla personalità dei due leader, ma su un calcolo piuttosto semplice: la Russia guarda all’Asia per divincolarsi dall’Europa e dall’America, e ha bisogno dell’India per non essere soffocata dalla Cina. Non è neanche un fenomeno tanto nuovo, era già attivo ai tempi dell’Unione Sovietica. E quei tempi sono tutt’altro che persi nell’oblio, soprattutto a Mosca, nonostante le professioni di amicizia eterna tra russi e cinesi, che Putin ha rinnovato in occasione dell’apertura dei Giochi Olimpici di Pechino, alla cui cerimonia era il principale ospite d’onore.

Forse non tutti ricordano la visita di Jawaharlal Neru a Mosca nel 1955, ricambiata da un viaggio di Nikita Khruščev a New Delhi pochi mesi dopo, per esprimere il sostegno dell’Urss all’integrità territoriale indiana ai tempi del conflitto nel Kashmir. L’erede di Gandhi esprimeva anche la riconoscenza del mahatma all’ispirazione russa, che risaliva agli scritti sulla non-violenza del grande scrittore Lev Tolstoj, a cui il giovane Gandhi aveva guardato come a un maestro. Qualche anno dopo, durante gli scontri di frontiera indo-cinesi del 1962, i sovietici dichiararono la loro neutralità, evitando di difendere il “compagno Mao”. Fu l’inizio di un grande gelo tra Mosca e Pechino, e i russi presero l’India sempre più a cuore.

La collaborazione non si è mai interrotta, neanche dopo il crollo del regime sovietico, anche perché non si basava principalmente sulle ragioni ideologiche. Gli scambi commerciali non hanno mai raggiunto cifre particolarmente elevate, tranne che in un settore assai decisivo: quello degli armamenti. L’India importa dai russi il 70% delle proprie forniture belliche, facendo la fortuna dell’industria russa del settore; già nel 1992, subito dopo la fine dell’Urss, fu sottoscritto un accordo di cooperazione economica tra i due Paesi, per garantire la continuità degli scambi, soprattutto in campo militare.

Gli accordi si sono rinnovati e ampliati per tutto il trentennio post-sovietico, fino ai giorni scorsi, dopo una visita a fine dicembre del ministro della difesa russo Sergej Šojgu a Delhi, che ha fatto seguito all’incontro del 6 dicembre nella capitale indiana tra Modi e Putin. I media indiani lo chiamano il “libro bianco”: un documento senza timbri ufficiali, in cui si attesta solo del contenuto delle trattative. Gli indiani avrebbero ricevuto dai russi non soltanto nuove forniture, ma anche un ruolo più attivo nella cooperazione, con il permesso di esportare nelle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale le parti di quei tipi di armi che Russia e India producono insieme.

Putin e Modi hanno firmato 28 documenti, compreso quello relativo alla collaborazione in campo tecnico-militare. I due Paesi hanno intenzione di organizzare diverse esercitazioni comuni “per la lotta al terrorismo” e di prestare particolare attenzione ai pericoli provenienti dall’Afghanistan e da tutta la zona centrasiatica, a cui l’India guarda con particolare attenzione. Le relazioni diplomatiche tra l’India e questi Paesi risalgono alla fine dell’Urss, e si celebrano in questi mesi i relativi trentennali: il ministro degli esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ha ricevuto a dicembre i suoi colleghi dal Kazakistan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan.

La Russia s’inserisce nel gioco di sponda tra i due giganti dell’Asia, che rimangono in uno stato di conflitto latente. Continuano le discussioni sulle frontiere dell’Himalaya, e gli indiani lamentano l’appoggio dei cinesi ai loro eterni nemici pakistani, armati fino ai denti dai rifornimenti di Pechino, preparandosi per ogni evenienza a una guerra su due fronti. La posizione della Russia diventa quindi particolarmente delicata: sotto la pressione occidentale è costretta a stringersi sempre più alla Cina, sia nelle relazioni politiche internazionali, sia in campo militare; d’altra parte vuole mantenere il controllo sull’Asia centrale, sottoposta a varie scosse, l’ultima quella degli scontri in Kazakistan di inizio anno.

Per questo il partner ideale dei russi è ancora l’India, tramite la quale si hanno anche maggiori garanzie per la protezione degli interessi di Mosca nelle regioni asiatiche meridionali e dell’estremo oriente. Già nel 2018 Modi aveva incontrato Putin a Vladivostok, per concordare una via marittima privilegiata con la megalopoli indiana di Chennai (Madras), mettendo a disposizione del governo e degli imprenditori indiani le ricchezze naturali della regione russa più concupita dai cinesi. L’anno successivo l’India ha aperto per questo accordo una linea di credito di un miliardo di dollari, e a Vladivostok sono state aperte due grandi imprese indiane per la lavorazione dei diamanti.

I Paesi asiatici meno ricchi sono sempre costretti a cercare crediti a Pechino, che in questo modo allarga sempre più il suo impero, e l’asse Mosca-Delhi rischia di diventare un pericoloso concorrente, almeno in alcuni settori. Le ambizioni di questi due, invece, si completano a vicenda: la Russia vuole rappresentare il “terzo polo” tra Oriente e Occidente, proponendo anche un modello di “società unitaria” che rifiuta gli eccessi di liberalismo e totalitarismo, l’India si vanta di essere la più grande democrazia al mondo, senza con questo sminuire il modello russo, anzi assorbendone in parte alcune caratteristiche.

I Paesi dell’Asia centrale guardano con favore a questa diversificazione dei riferimenti, facendo della libertà di manovra l’unica vera ricchezza della regione. In Tagikistan, ad esempio, i russi hanno una grande base militare con annesso aerodromo, dove sono stanziati molti aerei di Mosca. L’aerodromo è costruito e mantenuto dagli indiani, che forniscono anche il personale tecnico, e i tagichi ne approfittano mettendosi d’accordo con entrambi i partner a seconda delle circostanze, strizzando l’occhio anche ai cinesi e agli americani.

Il campo delle forniture militari, del resto, è sempre più decisivo in questi tempi di guerre incipienti a tutte le latitudini. Gli indiani con l’aiuto dei russi riforniscono il Myanmar, il Bangladesh e ora anche l’Asia centrale, che finora aveva sempre ricevuto il necessario da Mosca senza particolari oneri, mentre ora i giochi si fanno più complessi. Gli indiani producono con i russi armamenti sempre più impegnativi, dai sommergibili alle fregate e agli incrociatori, i cacciatorpedinieri e i carri armati T-90, gli aerei Ka-226 fino ai missili di varia dimensione. L’accordo di dicembre interessa un contenuto di quasi 6 miliardi di dollari, che ha messo in allarme gli americani per l’aggiramento di varie sanzioni.

La relazione tra Russia e India, oltre alle strategie e alle convenienze più o meno recenti, gode di un particolare favore storico-culturale. La Russia non è del tutto Asia, né del tutto Europa, ma in entrambi i continenti ha due amici speciali: l’Italia ad occidente, e l’India ad oriente. Una ragione molto evidente deriva dal fatto che i russi non hanno mai dovuto combattere direttamente contro questi due Paesi. Gli italiani hanno partecipato alle campagne naziste contro i sovietici, ma sono più i soldati italiani che hanno trovato nuova vita e nuova famiglia in Russia, rispetto a quelli che hanno procurato veri danni nella battaglia di Stalingrado. Anche gli indiani, ai tempi dell’Impero Britannico, hanno dovuto prendere parte a vari confronti asiatici contro i russi, senza però distinguersi per animosità anti-slava.

L’Italia è una “patria naturale” per i russi che cercano le radici del proprio stesso cristianesimo, e invece della dispotica Bisanzio guardano alla mitica Roma imperiale come modello della Russia universale. Sul fronte asiatico, l’India mantiene per i russi un fascino difficile da circoscrivere. I russi sono sempre stati costretti a trovare un compromesso con i mongoli (cinesi), i turchi e gli altri popoli della discendenza tatara, ma non hanno mai subito umiliazioni dalla fascinosa India, vista come una terra mistica di consonanze spirituali. Il cristianesimo del Malankar, di tradizione siriana, è visto dagli ortodossi russi con spirito di fraternità, per l’indipendenza dai presuntuosi patriarcati antichi, e la stessa religione induista ripropone la festosità semi-pagana della variante russa dell’Ortodossia.

Il poeta e filosofo russo Vjačeslav Ivanov, ortodosso unito al cattolicesimo nella Roma del periodo tra le due guerre, scrisse per incarico del papa Pio XI un poema di concezione “arcaico-fantastica” sulla Russia antica, la Leggenda dello zarevič Svetomir. In esso le figure mitologiche dei principi russi si fondono nel “Messaggio del presbitero Giovanni”, che benedice l’erede al trono dei russi in nome di una universalità “di tutte le sedi cristiane” e risiede “nella nostra terra comune, chiamata la Bianca India”, luogo di incontro tra pagani e cristiani, tra Oriente e Occidente. Perfino in anni sovietici, il poeta e cantautore Vladimir Vysotskij spopolò con una canzone fiabesca chiamata “L’Elefante Bianco”, simbolo in qualche modo del dissenso e della libertà di espressione, che i gerarchi del partito non seppero come censurare. In essa si racconta di un viandante russo, “ai tempi dei tempi”, che si reca in Oriente dove il sovrano dell’India, in segno di accoglienza, gli regala uno straordinario esemplare di elefante bianco, con cui egli potrà attraversare tutte le terre sconosciute. Alla domanda del pellegrino, “perché regalare questo grande dono a me, che sono di altra fede?”, il sovrano risponde: “perché questo elefante ha un grande cuore”.

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