L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 febbraio 2022

Eurasia e la continua ricerca di nuovi equilibri

La politica del "vicinato allargato"
India e Asia Centrale: in cerca di un nuovo protagonismo

24 febbraio 2022

Lo scorso 27 gennaio si è svolto un summit virtuale tra il primo ministro indiano Narendra Modi e i presidenti di Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. È stato il secondo meeting ufficiale in pochi giorni per i presidenti delle cinque repubbliche centroasiatiche dopo quello con il presidente cinese Xi Jinping. Si tratta del primo incontro multilaterale tra i capi di stato e di governo dell’India e dell’Asia Centrale, il primo di una serie che le parti hanno stabilito di fissare con cadenza biennale e che saranno organizzati da un segretariato creato ad hoc: l’India-Central Asia Centre.

Modi ha dato un nuovo impulso alla politica estera indiana nella regione. Dagli anni ‘90 fino al 2015 le visite di stato erano state occasionali e condotte solo a livello ministeriale. In quell’anno l’attuale premier visitò tutti e cinque i paesi per la prima volta tutti assieme. Gli incontri ministeriali sono comunque continuati e l’ultimo di questo tipo, il Third India-Central Asia Dialogue, è avvenuto a dicembre. Il summit di gennaio indica quindi un salto di qualità significativo per l’India: un segnale importante perché suggerisce che New Delhi non svilupperà più le sue relazioni con la regione solo attraverso le relazioni bilaterali, come ha sempre fatto, ma opterà invece per un approccio maggiormente unitario, più simile ai forum del “5+1” utilizzati da altri attori esterni come Russia, Cina e Stati Uniti. L’Asia Centrale viene considerata da New Delhi una parte del suo “Extended Neighbourhood”, ovvero l’ombrello concettuale della politica estera indiana che regola le azioni esterne nei contesti geopolitici limitrofi al paese. È un concetto caratterizzato da una forte impronta economica e multilaterale.

Afghanistan, connettività, energia: tre temi per un nuovo approccio

L’incontro di gennaio ha visto una chiara applicazione di questo concetto. I punti salienti della riunione sono stati: la posizione dei partecipanti riguardo la crisi afghana, la connettività regionale per migliorare gli scambi commerciali e le relazioni energetiche e la collaborazione nel settore farmaceutico, nel settore della Information Technology (IT), nel settore dell’istruzione e della cooperazione allo sviluppo. Riguardo la situazione afghana, tutti i capi di stato e di governo hanno espresso la loro comune opinione su alcuni principi: il rispetto della sovranità, l’unità e l’integrità territoriale e la non-interferenza negli affari interni del paese. Per coordinarsi sull’approccio da avere nei confronti del paese, è stata decisa la creazione di un Joint Working Group (JWG) con lo scopo di coordinare le posizioni tra i paesi dell’Asia Centrale e l’India.

Riprendendo i lavori del Third Dialogue, le parti hanno poi discusso la connettività tra Asia Centrale e subcontinente indiano. L’India ha stanziato in questi ultimi anni consistenti linee di credito per rafforzare le infrastrutture di Uzbekistan e Afghanistan con il fine di ampliare l’International North-South Transport Corridor (INSTC). A dicembre si era parlato del ruolo del porto iraniano di Chabahar nel corridoio, mentre a gennaio è stato incluso anche il porto turkmeno di Turkmenbashi, che si trova sul Mar Caspio di fronte alle coste dell’Azerbaijan. Il INSTC è un’iniziativa infrastrutturale che si estende per circa 7200 Km dall’Oceano Indiano fino a San Pietroburgo e comprende strade, ferrovie e collegamenti marittimi. Nonostante sia meno noto della Via della Seta cinese, il corridoio è strategico, perché garantisce l’accesso all’Indo-Pacifico, seguendo una direttrice Nord-Sud che si focalizza sull’Europa Orientale.

Da un punto di vista geopolitico, per New Delhi sia l’Afghanistan che il tema della connettività tra India e Asia Centrale sono strettamente collegati alle relazioni con il Pakistan. Non potendo avere accesso diretto alla regione a causa delle relazioni storicamente tese con Islamabad, lo sbocco marittimo garantito all’INSTC dal porto di Chabahar serve a sorpassare geograficamente l’ostacolo Pakistan e a creare un polo alternativo al porto di Gwadar.

Il terzo tema al centro del summit è stato la sicurezza energetica. Sebbene in passato l’India sia rimasta fuori dalla corsa alle risorse energetiche della regione, può ripresentarsi forte del suo interesse a nuove fonti energetiche. Non a caso durante la riunione è stata proposta la ripresa della costruzione del TAPI, il gasdotto che dovrebbe partire dal Turkmenistan, passare per Afghanistan e Pakistan fino ad arrivare in India. Il progetto procede a singhiozzo fin dagli anni ’90 e la nuova assertività indiana nella regione potrebbe ridargli vigore. Anche in questo caso, entrano in gioco Afghanistan e connettività perché un Afghanistan più stabile, anche con i talebani al governo, darebbe una concreta chance al progetto, soprattutto ora che il nuovo regime ha un disperato bisogno di fondi.

I vantaggi per le ex-repubbliche sovietiche

Ma cosa significa realmente l’iniziativa indiana per i cinque stati dell’Asia Centrale? Per le cinque repubbliche ex-sovietiche, l’India non può avere lo stesso ruolo politico ed economico di Russia e Cina, né come security provider (non a caso i tentativi fatti in passato hanno fallito) perché Mosca non lo permetterebbe, né come partner economico perché Pechino è arrivato prima e i suoi investimenti sono troppo più diffusi e differenziati. C’è chi sostiene in India che le relazioni con New Delhi diano loro autonomia strategica nei confronti dei diversi attori attivi nella regione. In realtà, per questi paesi l’India rappresenta per lo più un’ottima possibilità di sviluppo dal punto di vista economico, perché l’accesso al mercato indiano e la connettività promettono di differenziare i propri commerci e creare nuove opportunità all’interno dei loro confini. Gli interessi primari sarebbero quindi essenzialmente economici. Il maggior interesse politico riguarda l’acquisizione di un nuovo partner nell’affrontare la questione afghana, perché l’India, come Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan, ha tutto l’interesse a stabilizzare l’area. New Delhi avrebbe vantaggi politici importanti tanto quanto quelli economici, in quanto la sua posizione nei confronti dei rivali si rafforzerebbe, soprattutto nei confronti del Pakistan. Viste le possibilità economiche per tutte le parti, in futuro è facile prevedere una maggiore assertività in Asia Centrale, sebbene non tale da colmare il gap con altri attori esterni alla regione.

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