L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 febbraio 2022

Euroimbecilandia e i nostri eroi euroimbecilli da Draghi ai partiti. Si sono fatti sempre più frequenti i segnali di insofferenza per un abito troppo rigido e costruito secondo linee guida comuni a tutti i 27 Paesi, senza tenere conto delle singole specificità. Assumere almeno di giovani nella pubblica amministrazione è l'INVESTIMENTO STRUTTURALE il resto è legarsi le mani e i piedi e buttarsi al Tevere

Tutti gli inghippi in vista per il Pnrr


28 febbraio 2022

Pnrr: gli obiettivi, i veri inghippi e gli scenari (non tutti positivi). L’analisi di Giuseppe Liturri

Cominciano qua e là ad affiorare perplessità sull’infernale ginepraio in cui il nostro Paese si è cacciato, aderendo al piano di investimenti “per la ripresa e la resilienza” concepito dalla Commissione.

Fino a ieri eravamo una sparuta minoranza. Nelle ultime settimane il dibattito è arrivato anche sulla grande stampa nazionale.

Infatti, si sono fatti sempre più frequenti i segnali di insofferenza per un abito troppo rigido e costruito secondo linee guida comuni a tutti i 27 Paesi, senza tenere conto delle singole specificità. C’è addirittura chi ha scoperto che si tratta di debito e, per tale motivo, si tratta di somme che dovrebbero essere concentrate su capitoli di spesa ad elevato moltiplicatore.

Ribadiamo ancora una volta che qui non si contesta l’opportunità di fare investimenti pubblici, ma del metodo utilizzato che comporta costi palesi ed occulti, capaci di depotenziarne l’efficacia per l’Italia. Infatti, gli investimenti finanziati dai 69 miliardi di sussidi e 121 miliardi di prestiti saranno appena sufficienti a far ritornare la loro incidenza rispetto al PIL pari a quella che il nostro Paese aveva già prima della crisi del 2009. Quindi niente di trascendentale: dopo la fallimentare stagione 2012-2019 fatta di austerità, tagli e crescita asfittica, c’è voluto il Covid per realizzare che il Paese stava cadendo a pezzi. Ma, come ribadito più volte, sono le condizioni a cui dobbiamo sottostare che ne mettono in forte dubbio la convenienza.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. Si tratta di una minuziosa tabella di marcia fatta di poco più di 500 obiettivi e traguardi intermedi, adottati con decisione dal Consiglio UE a luglio 2021, poi trasferiti in un decreto ministeriale firmato dal ministro Daniele Franco ad agosto ed infine cristallizzati in un accordo operativo (operational arrangement) firmato il 22 dicembre scorso tra quest’ultimo, per conto della Repubblica italiana, e la Commissione UE, nella persona del Commissario Paolo Gentiloni.

Qui sono minuziosamente riproposti tutti gli obiettivi ed i traguardi, distinti per semestre di previsto conseguimento (dal secondo del 2021 fino al primo del 2026). Osservando solo il 2022, adempiere a quegli impegni significa per l’Italia sbloccare il rimborso (perché di rimborso si tratta, poiché le spese sono finanziate in prima battuta con fondi nazionali già stanziati) di circa 46 miliardi (23 sussidi e 23 prestiti) e così via fino a metà 2026. Si tratta del sigillo finale sulla camicia di forza stretta intorno al nostro Paese per assicurarsi che faccia presto e bene tutto ciò che è stato previsto. Quell’accordo contiene un rigoroso e puntuale meccanismo di consultazione tra i servizi della Commissione e l’organo istituito presso il Mef per il coordinamento del PNRR (Servizio centrale per il PNRR). Incontri trimestrali per verificare l’avanzamento dei progetti ed eventuali problemi nella loro attuazione, tavoli tecnici che la Commissione potrà richiedere, con frequenze molto ravvicinate, per interloquire direttamente con i diversi enti italiani incaricati dell’attuazione delle misure, un flusso di informazioni costante da Roma a Bruxelles con pieno accesso della Commissione a tutta la base dati che attesti l’esecuzione degli investimenti.

Per essere certi di aver serrato bene le catene, nell’accordo c’è pure la disciplina della imponente reportistica che deve fluire costantemente verso la Commissione. Nell’ambito del Semestre Europeo, l’Italia deve rendicontare lo stato di avanzamento dell’esecuzione degli accordi il 30 aprile ed il 15 ottobre di ogni anno. Ma non finisce qui. Ogni 28 febbraio e 31 agosto devono essere valorizzati ben 14 indicatori relativi ai sei pilastri del PNRR (green, digitale, coesione, salute, ecc.). Si spazia dalle nuove strutture sanitarie, alla nuova capacità installata di energie rinnovabili.

Ammesso e non concesso di riuscire a passare indenni da queste forche caudine, l’accordo di dicembre prevede che, man mano che si avanza nel conseguimento di obiettivi e traguardi semestrali, i pagamenti restano condizionati all’assenza di passi indietro sugli obiettivi già rendicontati in passato. Per cui un ipotetico nuovo governo in carica dal 2023 che volesse cambiare idea, per esempio, sulla riforma della giustizia civile o penale, avrà le mani legate.

Una delle prime occasioni di inciampo è stata l’aumento della soglia massima per pagamenti in contante da €1000 a €2000, avvenuta la settimana scorsa con un emendamento al Milleproroghe. La lotta all’uso del contante accompagnata dall’incentivo al cashless viene ritenuto – nonostante le evidenze empiriche siano abbastanza controverse – il cavallo di battaglia per la lotta all’evasione fiscale. Su questo fronte il PNRR prevede che a fine 2025 si debba rendicontare che nel 2023 ci sia stato un taglio del 5% della propensione all’evasione rispetto al 2019 e che, entro giugno 2026, il calo misurato nel 2024 sia almeno del 15%. Si dovrà scendere dal 18,5% del 2019 al 15,7% del 2024. Un traguardo così sfidante, che difficilmente sarà messo a rischio solo dalla microevasione favorita dall’uso del contante. Ciononostante, la lotta all’uso del contante resta la panacea per tutti i mali.

E queste sono solo le prime avvisaglie. Quando i commentatori appiattiti sulla favola della “pioggia di miliardi regalati dall’Europa”, misureranno gli altri costi occulti (non ultima la recessione indotta dal rispetto delle regole del Patto di Stabilità, condizione essenziale per l’incasso delle rate), sarà solo un risveglio. Tanto più brusco, quanto più tardi arrriverà.

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