L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 febbraio 2022

Io sano, mi impediscono di andare dal barbiere, alla posta, in banca, nei negozi, nei ristoranti, in palestra, sui mezzi di trasporto pubblici e se supero i 50 anni mi becco pure una multa. Posso dire che mi sento un pò perseguitato

Sul Wall Street Journal: Draghi ha riportato il fascismo in Italia

(MB: Gli americani hanno i loro difetti, ma sanno riconoscere un Fascismo quando ne vedono uno all’estero. Prima che me lo scriviate voi: La piccolissima differenza è che il fascismo precedente si è sforzato di rendere il suo popolo più numeroso (premi alla natalità), più sano (colonie estive) e più istruito (liceo classico), mentre il fascismo di Draghi e Speranza il suo popolo lo sta deliberatmente ammazzando, rendendo malato e invalido con gli effetti avversi, analfabeta con la DAD…)

Steve Hanke, del WSJ

L’Italia continua a schioccare più forte la frusta fascista. Già esclusi da ristoranti, palestre, mezzi di trasporto locali e altro, gli italiani non vaccinati di età pari o superiore a 50 anni inizieranno a rischiare 100 euro di multa a partire dal 15 febbraio. Sì, i fascisti sono tornati”.

(Cliccare il trwitter per vedere l’originale):

L’importante analisi di Thomas Fazi sul “tecnopopulismo” di Draghi

MB: “Tecnopopulismo” è sinonimo di fascismo del 21mo secolo. fascismo “sanitario”, o “Pharma-fascismo” per un popolo invecchiato ed inutile. Quando eravam o giovani, per instaurare la dittatura occorsero le autoblindo e le Camicie Nere in armi; ora che siamo vecchi e mosci, è bastata, a renderci obbedienti, gridare alla pseudo-pandemia. E tutti con la mascherina, che è il segno dell’adesione al nuovo totalitarismo genocida.

Per l’originale di Thomas Fazi, cliccare il twitter qui sotto:

https://twitter.com/battleforeurope/status/1488420253331861504

L’ascesa dei falsi populisti in Europa

L’élite politica italiana non cederà mai il potere

Thomas Fazi

… Sabato il parlamento italiano ha rieletto Sergio Mattarella presidente e capo ufficiale di Stato del Paese. Non è stata del tutto una sorpresa. Come ho notato su UnHerd , i due vincitori più probabili erano Mattarella e Mario Draghi.

Quest’ultimo aveva reso esplicita la sua intenzione di diventare presidente; gli indici di gradimento di Draghi come Primo Ministro sono in calo, e rischiano di peggiorare man mano che la crisi sociale ed economica post-pandemia del Paese si sviluppa e cresce l’opposizione alle misure draconiane del Covid . Sperava di raggiungere, per allora, l’intoccabilità presidenziale. Inoltre, dalla più alta cattedra dello stato italiano, avrebbe potuto presidiare e guidare qualsiasi governo per i prossimi sette anni.

Eppure le sue probabilità sono svanite quando i politici non sono riusciti a concordare un primo ministro sostitutivo con sostegno o potere sufficienti per portare il governo fino alla fine della legislatura nel 2023, aumentando così la prospettiva di elezioni anticipate – qualcosa che quasi nessun parlamentare voleva, per ovvio motivi pecuniari. A quel punto, dopo alcuni tentativi falliti da parte dei partiti di destra di ottenere consensi per un candidato comune, tutti i maggiori partiti (ad eccezione dei Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) optano per il piano B e rieletto a stragrande maggioranza Mattarella.

Rappresenta il miglior risultato possibile per l’establishment italiano ed euro-atlantico, se non per lo stesso Draghi: il governo Draghi resterà in carica fino alle prossime elezioni, con un convinto difensore dello status quo nel ruolo di presidente.

Dal punto di vista dell’establishment, rappresenta anche uno scenario vantaggioso per tutti per il 2023. Se una coalizione di destra non riesce a ottenere la maggioranza, sarà costretta a trovare un accordo con altri partiti su un nuovo “governo di unità nazionale”, molto come quello attuale – e Draghi sarebbe il candidato più ovvio per dirigerlo. Allo stesso tempo, se dovessero riuscire ad assicurarsi la maggioranza, avrebbero comunque bisogno di un presidente capace di “garantire” un governo di destra e di salvaguardarlo da eventuali contraccolpi dei mercati finanziari o delle istituzioni europee – e Draghi lo farebbe, ancora una volta, sii la scelta più ovvia. In quel caso Mattarella potrebbe dimettersi, adducendo la vecchiaia (il prossimo anno compirà 81 anni), e passare il pallone al Draghi.

Detto questo, un’altra conseguenza positiva non intenzionale delle elezioni – sempre dal punto di vista dell’establishment – ​​è quella di aver reso ancora meno probabile la prospettiva di una maggioranza di destra nel 2023. L’alleanza di destra – Meloni, Salvini e Berlusconi – è più fratturata che mai, e alcuni si chiedono addirittura se esista ancora. Berlusconi è senza dubbio furioso con gli altri partiti per non aver appoggiato nel segreto delle urne la candidata di Forza Italia, la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Meloni, intanto, ha castigato la decisione di Salvini di sostenere Mattarella, twittando “Non posso crederci”.

E’ stato infatti il ​​Partito Democratico (PD), main sponsor del biglietto Draghi o Mattarella, che ancora una volta ne è uscito vincitore, confermandosi il vero mediatore di potere della politica italiana, il partito «che non vince mai le elezioni ma è sempre al potere”, come dice la battuta. Quanto al Movimento Cinque Stelle, che è passato dall'essere un partito anti-establishment a un aspirante establishment, si avvia verso una resa dei conti interna: Giuseppe Conte, ex presidente del Consiglio e leader del partito, non è riuscito a raccogliere consensi per l’improbabile la scelta di Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani; intanto Luigi Di Maio, vera eminenza grigia del partito , lavorava dietro le quinte per riconfermare Mattarella.

Eppure, a un livello più profondo, la rielezione di Mattarella rappresenta un fallimento dell’intero sistema politico, una scelta che conferma la fondamentale impotenza e futilità dei partiti politici italiani, e più in generale del parlamento, e la loro paura esistenziale di tutto ciò che in realtà assomigli alla vera politica ; cioè una situazione in cui sono chiamati a prendere vere e proprie decisioni ad alto rischio.

L’infantilismo patologico della classe politica italiana è il risultato di 20 anni di vincolo esterno, cioè del paese essenzialmente gestito da forze straniere, in particolare l’Unione Europea.

I partiti politici sono ben consapevoli del fatto che, anche se riescono ad assicurarsi la maggioranza in parlamento, mancano di tutti gli strumenti “normali” di politica economica necessari per orientare concretamente l’economia in una direzione o nell'altra, dal momento che questi sono stati tutti ceduto all’UE. Nel tempo, questo ha creato una classe politica indebolita, che non avrebbe il coraggio di prendere decisioni di alto livello — à laBrexit, per così dire, anche se avesse i mezzi per farlo. Tutto ciò spiega perché, in tempi di crisi, i partiti politici italiani tendono a passare la responsabilità ai tecnocrati come Draghi e agli apparati tecnocratici dello Stato — come la presidenza — facendo in modo che questi ultimi si assumano la responsabilità delle politiche, solitamente decise al il livello sovranazionale, di cui i partiti non vogliono assumersi la responsabilità (ma per il quale non riescono a concepire un’alternativa).

È una mentalità Tina sotto steroidi, che è condivisa dalla società civile “progressista” da cui proviene la maggior parte del sostegno a figure dell’establishment come Draghi e Mattarella.

Stiamo parlando di una minoranza relativamente benestante che è terrorizzata da tutto ciò che sembra minacciare ciò che percepiscono come “normalità” – che si tratti dei populisti economici scatenati dalla plebaglia degli anni post-crisi, degli euroscettici o, oggi, coloro che criticano i mandati dei vaccini.

Paradossalmente, i progressisti sono diventati così terrorizzati dal cambiamento da essere effettivamente diventati il ​​blocco più conservatore della società italiana e i più grandi sostenitori di qualsiasi cosa e chiunque sostenga lo status quo.

LETTURA CONSIGLIATA

Il fallimento Covid della sinistra

DI TOBY GREEN

Mattarella, con il suo sguardo assonnato e rassicurante, è l’incarnazione vivente di questa confortante “normalità” – e proprio per questo gode di un diffuso consenso popolare. Allo stesso modo, la sua rielezione incarna perfettamente la trasformazione del ruolo del presidente negli ultimi decenni, e persino anni, da garante della costituzione a garante dei trattati e delle regole dell’UE.

Nel 2018, ad esempio, a seguito di un’alleanza tra Movimento Cinque Stelle e Lega, i due partiti, come previsto dalla costituzione italiana, hanno sottoposto al presidente l’approvazione della scelta dei ministri di governo. Eppure il loro proposto ministro dell’Economia, Paolo Savona,  è stato posto il veto da Mattarella  a causa della sua posizione euro-critica, costringendo i due partiti a optare per il più favorevole allo status quo Giovanni Tria.

Più di recente, quando Matteo Renzi ha staccato la spina al secondo governo di Giuseppe Conte nel gennaio 2021, Mattarella ha rifiutato di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate, lavorando invece dietro le quinte per garantire la sostituzione di Conte con Draghi, proprio come aveva fatto Giorgio Napolitano con Monti un decennio prima.

E nell’ultimo anno, Mattarella ha fatto di tutto per difendere apertamente praticamente ogni politica del governo Draghi, comprese quelle più legalmente e costituzionalmente traballanti, come  l’introduzione di pass per i vaccini  e un mandato di vaccinazione de facto , nonché il mantenimento di uno stato semipermanente di emergenza. Se una cosa è chiara, è che la rielezione di Mattarella rafforzerà ulteriormente la presa autoritaria e antidemocratica di Draghi sul Paese – ora ribattezzato “Draghistan” dai suoi critici – poiché il presidente del Consiglio sa perfettamente che Mattarella non alzerà questioni di costituzionalità rispetto alle sue politiche.

Il regime Draghi-Mattarella esemplifica in molti modi un’evoluzione inquietante nella dipendenza di lunga data dell’Italia dai tecnocrati: ciò che Christopher J. Bickerton e Carlo Invernizzi Accetti hanno soprannominato tecnopopulismo , che combina la retorica populista per rappresentare “il popolo” con le pretese tecnocratiche di possedere il competenza, esperienza e autorità necessarie per tradurre la propria volontà in politica.

Draghi, ad esempio, si è recentemente dipinto come “un nonno al servizio dello Stato, senza particolari aspirazioni” – cioè un cittadino comune che ha semplicemente a cuore il miglior interesse della nazione, una pretesa alquanto surreale proveniente da un ex banchiere centrale che è considerato da molti “la persona più potente d’Europa” e che persegue un’agenda politico-economica neoliberista molto chiara. Allo stesso modo, Mattarella ha affermato di avere “altri progetti” ma di essere disposto a mettere da parte i suoi desideri e a rimettersi al servizio della nazione, in quello che è stato dipinto dai media come una prova del senso supremo del Presidente di altruismo, devozione e abnegazione.

Questa miscela tecnopopulista di tecnocrazia e demagogia è profondamente preoccupante ed è alla base della caduta dell’Italia nell’autocrazia, caratterizzata dalla centralizzazione di tutte le principali decisioni nelle mani dello stesso Draghi, dal livello imbarazzante del governo che tifa da parte dei media e dal silenzio di eventuali voci dissenzienti.

Quell’odore degli anni Venti diventa sempre più forte ogni giorno. E con Mattarella al potere, non sembra che scomparirà presto.
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