L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 febbraio 2022

La ricreazione, dovuta alla narrazione dell'influenza covid è finita. L'inflazione ha spazzato via qualsiasi ridicola regola in cui ci hanno fatto vivere negli ultimi due anni. Sono costretti ad eliminare la bolla. E Draghi, il vile affarista, non vede l'ora di scappare da Palazzo Chigi, diventato ormai una trappola per il suo ego

Ecco quando Draghi getterà la spugna e lascerà il governo
Il premier Draghi è uscito indebolito dai giochi dei partiti sul Quirinale e potrebbe dire addio al governo nei prossimi mesi
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 13 Febbraio 2022 alle ore 16:08


I nuovi interventi del governo contro il caro bollette confermano che per il premier Mario Draghi porre un argine al boom dei prezzi di luce e gas è diventata una priorità. Lo è per due ragioni: l’alta inflazione sta colpendo l’economia italiana, spingendo molte attività a chiudere temporaneamente per l’impossibilità di tenere testa ai costi delle bollette. Secondariamente, dopo essere uscito con le ossa rotte dalla mancata elezione a presidente della Repubblica, sa che il suo unico interlocutore reale resta il popolo italiano. Se anch'esso lo mollasse, come un paio di settimane fa fecero i partiti, non gli resterebbe che gettare la spugna.

Draghi avrebbe voluto traslocare al Quirinale, conscio che governare nell'ultimo anno di legislatura sorretto da partiti in lotta continua tra loro sarebbe difficile per chiunque e sempre. Lo è particolarmente stavolta, dato che questa fase coincide con la restrizione delle condizioni monetarie e fiscali. La BCE si avvia a ridurre e finanche azzerare gli acquisti di bond, nonché ad alzare i tassi d’interesse. La Federal Reserve ha già avviato il “tapering” e alzerà i tassi da marzo. E la Commissione europea è tornata a segnalare ai governi che dovranno avviare il risanamento dei conti pubblici. Probabile che dal 2023, infatti, sia riattivato il Patto di stabilità. Torneranno in vigore, magari gradualmente, i limiti al deficit al 3% del PIL.

Sui mercati finanziari è già scattato l’allarme. Lo spread BTp-Bund è volato sopra 160 punti base, ai livelli più alti dal luglio 2020. Il rendimento a 10 anni ha superato la soglia dell’1,90%. Questione di tempo e supererà anche il 2%. Per Draghi è uno smacco. Da governatore della BCE, fu l’uomo che spense lo spread con il “whatever it takes”.Tutto vorrebbe, tranne che finire per essere ricordato come il premier bombardato dai mercati. Una sorte che spettò nel 2011 all'allora suo predecessore Silvio Berlusconi, sul quale è rimasta una macchia indelebile.

Il codice rosso per Draghi

Quale sarebbe la soglia di allarme oltre la quale lo spread segnalerebbe altissima tensione? Guardando il grafico degli ultimi dieci anni, notiamo che sia senz’altra critica quella dei 200 punti base. Sarebbe un primo campanello per Draghi. Tuttavia, il vero codice rosso scatterebbe sui 250 punti. In due occasioni si è verificato: quando Movimento 5 Stelle e Lega nel maggio 2018 avviarono le trattative per formare il governo “giallo-verde” e subito dopo il primo “lockdown” di marzo 2020 deciso dal governo “giallo-rosso” contro la pandemia. Ed esistono elevate probabilità che ciò accada nel corso dei prossimi mesi. Anzitutto, tra rallentamento dell’economia europea, alta inflazione e tensioni sull’Ucraina. Poi, c’è da fare i conti con le fibrillazioni politiche pre-elettorali. Per ottenere i fondi europei con il Pnrr serviranno riforme, quelle che i partiti non sono disposti a realizzare per non perdere consensi e clientele.

Verosimilmente, Draghi non aspetterebbe di essere rosolato a fuoco lento dai mercati. Non ci sarebbe bisogno per lui che lo spread puntasse a una soglia così elevata per lasciare Palazzo Chigi. Da esperto, saprebbe cogliere i segnali in tempo. Dalla sua, però, ha l’ex datore di lavoro: la BCE. Vuoi per spirito di riconoscenza verso Draghi, vuoi anche per la necessità di non fare deragliare la ripresa dopo la pandemia, l’attuale governatore Christine Lagarde farebbe quanto nelle sue possibilità per evitare un’eccessiva frammentazione dei mercati. Ergo, già con l’appropinquarsi alla soglia dei 200 punti, l’istituto inizierebbe ad agire per spegnere l’incendio con acquisti mirati di BTp consentitigli dal PEPP anche in fase di reinvestimento delle scadenze. Draghi eviterebbe la figuraccia e resterebbe (forse) capo del governo fino a fine legislatura.

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