L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 febbraio 2022

L'Occidente fa finta di non capire il principio dell'indivisibilità della sicurezza, sono anni che Mosca, per via diplomatica, ha tentato di farlo rispettare e non c'è riuscito e ora lotta per la sua sopravvivenza. Quando Zelensky torna dall'incontro in Euroimbecilandia e sostiene che l'>Ucraina si deve dotare di bombe atomiche va oltre le righe

Che cosa pensano Russia e Usa dell’Ucraina



Sulla vicenda ucraina occorre considerare i punti di vista di cinque attori: Russia, Usa e Gran Bretagna, Francia e Germania. L’analisi di Guido Salerno Aletta per MF-Milano Finanza

Sulla vicenda ucraina occorre considerare i punti di vista di cinque attori, che agiscono da soli o di conserva: Russia, Usa e Gran Bretagna, Francia e Germania.

Il punto di vista di Mosca, che evidentemente non è condiviso, è di una semplicità assoluta: considerando la dissoluzione dell’URSS la più grande catastrofe geopolitica del Novecento, ritiene inammissibile che l’Ucraina venga ammessa alla Nato.

L’“indivisibilità della sicurezza” esige che l’estensione di un’area di cooperazione militare non debba incidere sulla sfera altrui: ed invece, eventuali armamenti missilistici in Ucraina minaccerebbero la città di Mosca.

D’altra parte, già la adesione alla Nato dei Paesi che facevano parte della zona di influenza dell’URSS ai tempi della Cortina di ferro avrebbe contraddetto il principio del congelamento della dislocazione delle truppe americane e degli armamenti nucleari che era stato formalizzato nel Trattato sulla Sistemazione Finale della Germania, concluso nel 1990 tra le Potenze Occupanti ed i Governi della RFT e della DDR.

Nell’Articolo 5 (3) si precisava infatti che, successivamente al completo ritiro delle truppe armate sovietiche dai territori della DDR e di Berlino, “truppe armate straniere, armamenti nucleari e loro lanciatori non potranno stazionarvi né essere dislocate”.

Il governo dell’Ucraina ha posto tre “linee rosse”: l’intangibilità delle frontiere riconosciute secondo il diritto internazionale, che comporta il recupero della sovranità sulla Crimea; il diniego di trattative dirette con le due Repubbliche russofone sud-orientali dichiaratesi indipendenti nel 2014, Donetsk e Luhansk; la non ingerenza straniera nei propri affari interni. La adesione della Ucraina alla Nato rappresenterebbe una dichiarazione di guerra alla Russia che “nessuno vincerebbe”: Vladimir Putin, pronunciando queste parole al termine dell’incontro con il Presidente francese Emmanuel Macron, ha gelato tutti.

La posizione degli Usa e della Gran Bretagna, entrambi potenze insulari e marittime, risponde ad una comune visione geopolitica in cui la Ucraina è appena una tessera del mosaico: vanno interrotte ad ogni costo, come ai tempi della guerra fredda contro l’Urss ma spostando la Cortina di ferro ad oriente, quelle relazioni di interdipendenza, di collaborazione e di sviluppo che sono consentite dalla continuità di quell’area smisurata che va dall’Europa alla Russia, fino alla Cina, passando per i Balcani.

E’ dunque qui che va costruita la nuova frontiera, un’area di resistenza tra la Russia e la stessa Unione europea, sfruttando le memorie dei popoli che hanno sofferto dapprima per le invasioni sovietiche e poi lottato contro il centralismo di Mosca dopo la divisione dell’Europa decisa a Yalta: dalla Finlandia alle Repubbliche baltiche, dalla Ungheria alla Polonia, fino alla Ucraina resasi indipendente dalla Russia, ma che soffre per non essere integrata né nella Ue né nella Nato. Non ha né i vantaggi politici, economici, sociali e di mercato dell’appartenenza alla prima, né quelli militari garantiti dalla seconda.

La recente costruzione dei corridoi energetici diretti dalla Russia alla Germania e alla Turchia, da cui si alimenta l’intera Europa, ha azzerato la leva di cui Kiev aveva beneficiato per decenni, spesso abusandone.

Per gli Usa e la Gran Bretagna non sono dunque sostenibili né l’ambiziosa prospettiva di una Europa che rivaleggi da pari a pari con gli Usa e la Cina, né la sua interdipendenza con la Russia che è ricca di risorse energetiche e con la Cina che è ad un tempo fabbrica e mercato di consumo in pieno sviluppo.

Le preoccupazioni per l’Ucraina, i ventilati timori di una invasione russa, contribuiscono a creare un’area slavo-balcanica che abbia per un verso una maggiore dipendenza dagli Usa sul piano della difesa e che per l’altro sviluppi interessi via via sempre più eccentrici rispetto a quelli dell’Eurozona, come accade da tempo con il Gruppo di Visegrad. Nell’area balcanica insistono così pressioni di ogni genere: dalla Germania alla Russia, dalla Turchia alla Cina, con gli Usa che agiscono per interdizione.

Francia e Germania hanno ruoli diversi.

Dopo la Brexit, Parigi è rimasta l’unica Potenza nucleare europea, e l’unica a sedere nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu; Berlino ha sulla coscienza la costruzione del North Stream e del suo raddoppio, iniziative che hanno destabilizzato ed impoverito la Ucraina. Entrambe sono coinvolte negli Accordi di Minsk, attraverso il formato Normandia, insieme alla Russia ed alla stessa Ucraina. L’ambizione del Presidente francese Emmanuel Macron sembra quella di rendersi autonomi dalle strategie americane e della stessa Nato, cercando di costruire direttamente con la Russia nuovi strumenti e relazioni che assicurino un’area di sicurezza e di stabilità in Europa: con ciò, recupera anche terreno nell’asse con la Germania.

La posizione tedesca, al tramonto del Lungo Cancellierato di Angela Merkel, è improntata ad un pragmatico realismo: la costruzione di una nuova Cortina di ferro, che la scavalchi, farebbe perdere alla Germania quel ruolo secolare, prima di contrafforte eretto per fermare il Comunismo sovietico dopo la rivoluzione del 1017, e poi quello di aggregatore dei Paesi dell’est nell’ambito della Ue dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui ha beneficiato.

Per gli Usa, la Russia continua ad essere il nemico di sempre per non essere riuscita a penetrarla economicamente, né tantomeno a ridurne il potenziale nucleare strategico come invece aveva dato per scontato con il collasso dell’URSS.

La dipendenza energetica dalla Russia e le relazioni sempre più intense con la Cina, che rappresenta ora il competitor globale degli Usa, hanno minato nello scorso decennio la funzione geopolitica della Germania, fino ad allora pienamente coerente con la strategia anglosassone.

Chiudendo gli spazi nei Balcani e minando le relazioni con la Russia, una nuova Cortina di ferro ad oriente sarebbe insostenibile: di qui la vistosa marcia indietro compiuta dal neo Cancelliere Olaf Scholtz in visita a Washington, al cui esito si è detto pienamente allineato alla estrema durezza americana nei confronti della Russia. Facendo buon viso a cattivo gioco, o forse solo momentaneamente piegandosi alla piena in corso, Berlino si impegna a sostenere economicamente l’Ucraina, a condividere la strategia statunitense ed a fare muro contro Mosca qualora invada “nuovamente” la Ucraina, pagandone ogni costo.

(Estratto di un articolo pubblicato su Mf-Milano Finanza; qui la versione integrale)

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