L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 febbraio 2022

Mattarella Mattarella abbiamo un paese con schedature di massa e che è impossibilitato, grazie anche a Lei, di uscire fuori dalle sgrinfie della finanza internazionale

In un Paese normale, la «s word» sarebbe Saipem. Qui è Sanremo. That’s all, folks!

1 Febbraio 2022 - 14:23

Non stupisce che la politica si aggrappi alle facoltà taumaturgiche di Draghi e Mattarella: quando l’auto-assoluzione è tratto distintivo e la «voglia di leggerezza» l’unico mantra, si naviga a vista


Sarà il Festival della leggerezza. Dopo il sollievo per la rielezione di Sergio Mattarella al Colle, il Paese ha potuto tirare un altro profondo respiro di rassicurazione: per un’intera settimana, tutti siamo giustificati nel gettare il cervello all’ammasso delle canzonette.

Ce lo meritiamo. Perché da due anni c’è il Covid, perché siamo stanchi, perché le restrizioni ci hanno cambiato la vita e fiaccato lo spirito. L’alibi degli alibi, l’auto-assoluzione massima del rito laico canoro. Il problema? Duplice. Primo, la sacrosanta voglia di leggerezza la si richiede a un festival canoro e non al governo attraverso un netto ammorbidimento delle restrizioni. Secondo, tutt’intorno al teatro Ariston, il Paese va a rotoli.

Record di disoccupazione giovanile, record di disoccupazione femminile, ratio debito/Pil ormai in area 160%. E ancora, una crescita record dell’economia nella scorso anno basata su un architrave, il SuperBonus, che è stato di fatto cancellato manu militari nel primo Cdm post-elezioni del Quirinale, poiché sostanziatosi in una fabbrica di frodi e illeciti. Di più, PNRR commissariato da Palazzo Chigi proprio per evitare altri disastri e ruberie. Non esattamente un gran biglietto da visita verso l’Ue.

E mentre il mondo riapre, da oggi nuove restrizioni. Nonostante la curva del contagio in calo e le conversioni a raffica degli stessi tele-virologi che per trimestri invocavano chiusure come tanti Torquemada del vibrione. Il tutto, ovviamente, appeso al punto interrogativo sommo: cosa farà fra 48 ore la Bce, cosa comunicherà Christine Lagarde riguardo al destino del nostro spread? Eppure, il Paese ha bisogno di leggerezza. Come se il resto d’Europa non avesse dovuto patire chiusure e divieti. In nessun Paese definibile civile si chiude tutto per una settimana in nome della canzonetta. Solo qui.

E’ un problema di lettere, alla fine. Per l’esattezza, una lettera: la S. Gli anglosassoni la definirebbero sindrome da S-word. Dopo quanto accaduto ieri, buonsenso vorrebbe che al centro delle discussioni - quantomeno della politica e dei media - ci fosse Saipem. Invece c’è Sanremo. Perché quanto comunicato da Silvia Merlo, numero uno del colosso energetico partecipato da Eni e da Cassa Depositi e Prestiti (tradotto, lo Stato) fa tremare la vene ai polsi. Non fosse altro per lo shock che ognuno di noi sta patendo nell’atto di aprire la busta della bolletta energetica di gas e luce.

Ieri l’azienda di San Donato ha ceduto il 30% in Borsa a seguito di una nota ufficiale nella quale si annunciava come il bilancio del 2021 è previsto in perdita per oltre un terzo del capitale.. Si evidenzia, a causa del perdurare del contesto della pandemia, dell’aumento, attuale e prospettico, dei costi delle materie prime e della logistica, un significativo deterioramento dei margini economici a vita intera di alcuni progetti relativi all’E&C Onshore e all’Offshore wind con conseguente effetto, in applicazione dei principi contabili internazionali, sui risultati economici consolidati di Saipem.

Tradotto dal burocratese, un disastro. Tanto che il Consiglio di amministrazione ha deciso di ritirare gli outlook annunciati il 28 ottobre 2021. E ha avviato immediatamente contatti preliminari con i due azionisti di controllo Eni (che detiene il 30,54%) e CDP Industria (che possiede il 12,55%) al fine di verificare anche la loro disponibilità a partecipare a una tempestiva e adeguata manovra finanziaria. E’ crollato tutto: ebitda adjusted consolidato, contrazione dei ricavi consolidati e del Capex. Il tutto destinato a sostanziarsi in una perdita annunciata da Saipem che si attesterebbe a quasi 700 milioni di euro, a fronte di un capitale della società si attesta a 2,2 miliardi di euro. Stamattina in apertura, un altro -11%. Salvo dimezzare dopo due ore ma su acquisti la cui natura è tutta da decifrare, prima di tirare un sospiro di sollievo.

Ora, nessuno chiede agli italiani di fasciarsi la testa e uscire di casa frustandosi la schiena come penitenti filippini in processione. Ma resta il problema di impostazione mentale e culturale: il tacito chiuso per ferie che da qui a domenica prossima il Paese si è felicemente auto-imposto in nome di sole, cuore, amore e con l’animo già alleggerito dal secondo mandato del presidente Mattarella è ciò che potrebbe creare i presupposti per un brusco risveglio estivo. Quando, c’è quasi da starne certi, salterà fuori una nuova variante destinata a bloccare per un po’ la nazione, in modo da poter salvare il Natale 2022.

Perché se per caso la Bce dovesse davvero chiudere un po’ i rubinetti, limitando il suo intervento a un trasloco soft di prerogative del Pepp all’App e lasciando che sia il Mes a gestire - tramite concambio - la detenzione e il reinvestimento titoli, allora fioccheranno richieste di garanzie. E cronoprogrammi di riforme con modalità di imposizione e controllo a dir poco marziali. Non stupisce, in tal senso, né la durissima presa di posizione del ministro Giorgetti rispetto ai rischi per l’anno in corso, né il rinnovato approccio utilizzato da Mario Draghi nel primo Consiglio dei ministri. Compiti a casa per tutti i dicasteri, risposte e risultati concreti da presentare in tempi certi: perché per ottenere i 46 miliardi sui cui si basa l’intero castello del Pnrr occorre portare a casa qualcosa come un centinaio di riforme.

Richieste ex ante dall’Europa. Quale rischia di essere l’aggravio di prezzo da pagare ex post, se per caso il Mes dovesse garantire copertura al nostro spread con finanziamenti extra mirati? L’oro a garanzia, come prospettato dal professor Quadrio Curzio? Un bella patrimoniale, come prospettato da Clemente Mastella nel corso di una trasmissione su Rete4, durante la quale ha ammesso candidamente come la garanzia del debito pubblico siano i risparmi privati degli italiani? Un intervento sul sistema pensionistico capace di far rimpiangere Elsa Fornero e i vari scaloni degli anni berlusconiani?

Questo ci attende, da qui a fine anno. Perché il Paese non è affatto in forma smagliante come ci vorrebbe far credere il dato del Pil 2021. Il Paese è fragile come Saipem, un gigante con i piedi d’argilla di fronte alle criticità globali che rispondono al nome di supply chain, crisi energetica, inflazione, indebitamento strutturale e conseguente incognita sui tassi. Oltretutto, in pieno risiko bancario e con la Consob in modalità ammutinamento del Bounty. Davvero abbiamo voglia di cantare? Davvero è tempo di leggerezza e auto-assoluzione? Ancora? Attenzione, perché questa volta dare la colpa alla Germania e ai falchi del rigore non servirà. Non dopo due anni di acquisti di debito con il badile e spread in formalina.

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