L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 febbraio 2022

Mosca può vantare un surplus commerciale di 67,6 miliardi il resto è sesso degli angeli

SPY FINANZA/ La nuova Lehman Brothers evitata grazie alla guerra in Ucraina
Pubblicazione: 25.02.2022 - Mauro Bottarelli
L’Ucraina è stata bellamente sacrificata per evitare una Lehman Brothers al cubo che ormai era imminente. Il Qe delle Banche centrali potrà proseguire

Lapresse

Per favore, almeno evitiamo di prenderci in giro. La verità è una sola: l’Ucraina – di cui non interessa nulla a nessuno, se non al figlio di Joe Biden e ai suoi intrallazzi e a Hillary Clinton per nascondere le sue responsabilità nel Russiagateè stata bellamente sacrificata per evitare una Lehman Brothers al cubo che ormai era imminente. Punto. Dal canto suo, la Russia ha colto la palla al balzo e consumato fredda al punto giusto la sua vendetta rispetto al golpe di Maidan. Un’operazione come quella in atto, infatti, richiede preparazione strategica. Enorme. Tre fronti di attacco, una potenza tale da distruggere in due ore tutte le difese anti-aeree ucraine e aprire l’avanzata di terra sia dal Donbass che dalla Bielorussia che dalla Crimea. Un’avanzata militare tanto chirurgica quanto devastante. E accompagnata da un monito del Cremlino alle forze straniere che intendessero intromettersi dai toni senza precedenti, di fatto un’evocazione di opzione atomica.

Uno scenario del genere non si configura in due settimane. E la Nato farebbe meglio ad ammetterlo. Perché se fosse vero il contrario, allora dovrebbe sciogliersi per manifesta incapacità. Avete letto i tweets di Joe Biden, Boris Johnson e Ursula von der Leyen? Fotocopie l’uno dell’altra. E come il messaggio notturno con cui Vladimir Putin annunciava alla nazione l’autorizzazione all’azione militare è stato registrato tre giorni fa, quando di fatto si stava ancora formalmente trattando, così quelle vibrate e indignate prese di posizione erano pronte nel cassetto almeno da ore.

Questo grafico parla chiaro rispetto alla vera e unica reazione di mercato alla mossa russa che conti, al netto di quelle pavloviane di Brent, oro e gas: i rate odds sui tassi Usa crollati, tanto che l’ipotesi di un aumento di 50 punti alla riunione della Fed del 15-16 marzo prossimi è scesa al 25% dal 40% di prima del discorso di Vladimir Putin, mentre quella di 7 aumenti entro il dicembre di quest’anno calava nel medesimo arco temporale dal 55% al 20%.


Chiaramente, anche la riunione informale della Bce attesa per oggi – ammesso che venga confermata – dovrà prendere atto del precipitare della situazione e della rinnovata, totale incertezza globale. La Bundesbank dovrà ingoiare l’ennesimo rospo, il nostro spread può respirare. Ringraziate Vladimir Putin e, implicitamente, l’inconsapevole sacrificio di Kiev: il 31 marzo il Pepp muterà in altra facility, ma i miliardi di acquisti in titoli di Stato resteranno tanti. E per tanti mesi. Perché per quanto Mosca sembri in grado di chiudere militarmente la pratica in pochi giorni (e, stante i tempi di reazione occidentali, raggiungere la periferia di Lisbona entro fine mese), nessuno vorrà perdere la ghiotta occasione di una Guerra Fredda 2.0 di lungo periodo. Nuova emergenza, nuovo stimolo. Bye bye Covid, state certi che la pandemia svanirà nell’aria com’è arrivata.

Ora occorre vedere realmente cosa faranno gli alleati in sede Nato, dopo la farsa delle prime sanzioni: davvero ritenevate credibile come deterrente il bando agli acquisti di titoli di Stato russi? Sapete a quanto sta la ratio debito/Pil di Mosca? Al 19,4%. Capite da soli che l’ultima preoccupazione che può avere il Cremlino è l’accesso al mercato di finanziamento. In compenso, l’energia non è stata toccata. Le banche solo sfiorate. E l’estromissione dal sistema di pagamento SWIFT nemmeno evocata, visto che tutti quanti sanno come la Cina abbia già offerto l’ingresso nella sua versione alternativa, il CIPS.

Cambierà tutto, già da oggi? Magari sì. Ma sarà tardi. Perché Mosca questo epilogo dell’affaire ucraino lo aveva messo in preventivo da tempo. E non solo a livello di preparazione militare. Guardate questo grafico: nel 2010 le detenzioni di Treasuries Usa da parte del Tesoro russo erano pari a 176 miliardi di dollari. Oggi sono a 3,9 miliardi. E, cosa più importante, la gran parte delle riserve valutarie di Mosca sono state investite in oro fisico. Il quale, come mostra il balzo a 1.940 dollari di questa mattina, da una situazione di perdurante tensione geopolitica ha solo da guadagnare.


Davvero pensate che la Russia, alla luce di questi dati, tema di non piazzare i suoi bond sul mercato e incorrere in difficoltà di budget tali da andare incontro all’insolvenza e al default? Credete forse di avere a che fare ancora con la Russia di Boris Eltsin? Temo di sì. Perché all’epoca Mosca era una macchiettistica dependance degli interessi occidentali, una sorta di outlet di materie prime dal quale arraffare tutto il possibile a prezzo di saldo. Sapete invece cos’è diventata la Russia di Vladimir Putin negli ultimi venti anni? Ce lo mostra questo ultimo grafico: grazie soprattutto all’export di petrolio salito a un controvalore di 32 miliardi di dollari nel quarto trimestre dello scorso anno, il massimo dal 2014, Mosca può vantare un surplus commerciale di 67,6 miliardi, questo nonostante un livello record raggiunto anche dalle importazioni, a loro volta ai massimi dal 2013. Soltanto le esportazioni di petrolio e gas hanno toccato i 240 miliardi di dollari lo scorso anno, un +60% dai 150 miliardi del 2020. E stando a Eurostat, il deficit commerciale dell’Unione europea verso la Russia è salito dai 60 miliardi del 2020 ai 99 miliardi dello scorso anno. Tutto a carico dell’energia. Casualmente, rimasta fuori dal computo del primo round di sanzioni.


Davvero credete che quanto sta accadendo in queste ore in Ucraina rappresenti il prodromo della Terza guerra mondiale, sfuggito di mano al Dottor Stranamore del Cremlino e talmente spaventoso nelle sue potenziali conseguenze da aver colto di sorpresa la Nato e tutte le potenze del G7? L’unico rischio nucleare che il mondo stava correndo è quello legato a un’esplosione del leverage di mercato che facesse da detonatore all’indebitamento record su cui siedono i governi: appunto, una Lehman Brothers globale e all’ennesima potenza. In apparenza, appena scongiurata. Almeno come confermerebbe la reazione del rendimento pre-market del Treasury Usa a 10 anni e dei rate odds della Fed.

Cinico? Io direi pragmatico. Per quanto mi riguarda, tutto il resto rappresenta solo un argomentare sul sesso degli angeli. E se avete seguito qualche talk-show nelle ultime 72 ore, avrete notato come in tre giorni la categoria degli analisti geopolitici abbia spodestato in scioltezza quella dei virologi dal podio del ridicolo.

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