L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 febbraio 2022

Si dispiega nelle sue varie articolazioni la risposta russa "tecnico-militare" al nascondere la testa nella sabbia degli Statunitensi per non affrontare la realtà

Le manovre navali russe nella ZEE irlandese
1 febbraio 2022


Russia e Cina sono arroccate nei rispettivi “mari di casa” di Artico, Mar Nero e Mar Cinese Meridionale per sfruttare il loro status di potenze continentali nel contrasto con Stati Uniti, Nato e gli altri Paesi del G8.

La Russia privilegia da secoli la teoria dei “mari chiusi” per difendere il proprio dominio su vaste zone di mare ed in particolare su Mar Nero e Mar di Azov, in ciò sostenendo le ambizioni della Turchia a controllare il Mar Nero col regime degli Stretti della Convenzione di Montreux.

Non a caso, qualche mese fa a sud della Crimea c’era stato l’incidente del cacciatorpediniere britannico “Defender” in transito inoffensivo nelle acque territoriali della Crimea (acque ucraine per la comunità internazionale, russe per Mosca) cui le autorità russe avevano intimato di allontanarsi.


Analogamente la Cina sostiene ad oltranza le proprie pretese – dichiarate illegittime da una Corte arbitrale nel 2016 – nell’area delle c.d. «Nine Dash Line» (linea dei nove tratti) in cui rivendica, giurisdizione su varie materie come pesca, ricerca scientifica o prospezioni petrolifere oltre che il possesso delle isole Paracels e Spratly.

A fronte di tali posizioni di Russia e Cina, Stati Uniti ed alleati affermano una politica navale basata sulla libertà di navigazione anche attraverso azioni di contestazioni in mare con il passaggio di navi militari a ridosso delle basi russe o cinesi in Crimea o nel Mar Cinese Meridionale.

In questo scenario s’inserisce la recente questione delle manovre navali russe in diverse aree adiacenti le ZEE di diverse nazioni occidentali incluse quelle irlandesi, in un’area di interesse strategico della NATO.

Manovre prima annunciate e poi annullate da Mosca dopo le richieste di gruppi di pescatori irlandesi. Il caso si presta a diverse chiavi di lettura.

Anzitutto Mosca ha deciso di giocare a parti invertite andando a sfidare l’Occidente nei suoi mari di casa con una strategia inedita incentrata sproprio su quella libertà di navigazione che, come detto, sinora è stata la bandiera della politica navale statunitense e occidentale.


Da decenni si discute infatti se sia lecito svolgere esercitazioni navali nelle ZEE straniere. Un’ambigua interpretazione della Convenzione del diritto del mare (UNCLOS) portata avanti da Paesi come India e Brasile, è infatti alla base della tesi che le ZEE siano spazi marittimi in cui le attività militari non siano libere in quanto pregiudizievoli per i diritti di pesca e protezione ambientale degli Stati rivieraschi.

Tra l’altro, l’Italia, assieme ad Olanda e Germania, ha preso ufficialmente posizione alle Nazioni Unite, nel firmare l’UNCLOS, contro questa forma di “territorializzazione” delle ZEE.

La prima astuzia russa è sembrata quella di scegliere la ZEE di un Paese non allineato e privo di capacità militari come l’Irlanda (che non è membro della NATO né schiera forze navali significative) che difatti ha solo definito i Russi come “non benvenuti”.

Piuttosto che cercare lo scontro politico, Dublino ha provato a giocare la carta della lesione degli interessi economici dei propri pescatori. La mossa ha funzionato poiché Mosca ha annullato le manovre evidenziando un’inaspettata disponibilità al dialogo. Questa può considerarsi la seconda forma di scaltrezza, perché d’ora in poi, se i Paesi occidentali dislocassero Forze navali nei mari russi, Mosca potrebbe rivendicare la necessità di proteggere la pesca. Come del resto fa la Cina con una nutrita flottiglia di pescherecci presente nelle zone marittime rivendicate.

In sostanza, la Russia pare aver abbandonato le sue rigide posizioni mostrandosi aperta a strategie asimmetriche basate su istanze ambientaliste e/o privatistiche. D’altronde Greenpeace, con la nave olandese “Arctic Sunrise, sfidò nel 2013 le navi impegnate a difesa delle trivellazioni nella ZEE russa. Appare chiaro inoltre che Mosca è tornata a far leva sulle posizioni neutraliste di Paesi come l’Irlanda, secondo una strategia già adottata in passato.

La Russia com’è noto ha rafforzato la propria presenza navale in Mediterraneo con Unità provenienti da altri scacchieri e in teoria potrebbe annunciare manovre navali nelle ZEE di Paesi non aderenti alla NATO come Malta o l’Algeria (la cui ZEE lambisce le coste sarde), con tanto di avvisi di pericolosità divulgati internazionalmente.

Il precedente irlandese è interessante e proteste dei pescatori potrebbero verificarsi anche altrove, incluse le acque della Crimea e del Mare d’Azov attraversate da forze navali NATO dirette ai porti ucraini.

Immagini: Marina Russa e Irish Times

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