L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 18 marzo 2022

Abbiamo un governo fatta da criminali ma non basta oggi indossano anche la livrea di pagliacci, paralizzati dalla contrattacco del Progetto Canaglia dell'Euro. Il VOSTRO Draghi si dimostra quello che è un vuoto a perdere. La VOSTRA democrazia, votare ogni cinque anni, è polvere negli occhi, MA si potrebbe anche usarla per una classe dirigente che non ha nulla a che fare con questa attuale, anche se i gangli dell'Italia sono ben presidiati da traditori della Patria to

SPY FINANZA/ Il replay del 2011 pronto a coinvolgere l’Italia
Pubblicazione: 18.03.2022 - Mauro Bottarelli
Sembrano lontano i tempi dell’Italia lodata per la crescita del suo Pil. Oggi ci si deve accontentare di far squadra con Spagna, Portogallo e Grecia
Mario Draghi e Renato Brunetta (LaPresse)

Quanto sembrano lontani i tempi dei trionfalismi di governo. Eppure, sono passate solo poche settimane. Ricordate? Il riconoscimento dell’Economist come Paese dell’anno, i tweets compulsivi del ministro Brunetta, le certificazioni dell’Eurostat e i proclami di nouvelle grandeur che il nostro Paese si apprestava a vivere grazie al Patto del Quirinale. The sky was the limit, come dicono gli inglesi e come cantava il compianto Tom Petty. E oggi, invece? Oggi ci ritroviamo con un Governo incapace di far fronte alla crisi senza precedenti dei costi energetici, paralizzato com’è da un diktat europeo che nessuno aveva preso come tale e con la dovuta serietà, quando piovve improvviso dal cielo di Bruxelles un mesetto e mezzo fa: Basta ricorso al deficit, disse il falco Valdis Dombrovskis. Nessuno ci fece caso.

D’altronde, vivevamo ancora nella scia euforica del 6% e dell’asse con Parigi che sostituiva quello renano, preparando la strada a sorti magnifiche e progressive di spesa pubblica a go-go e Qe strutturale per finanziarla. Ma come anticipato, oggi tutto è cambiato. E infatti Mario Draghi sta resistendo con tutte le sue forze alle richieste di una parte integrante della sua maggioranza: gli interventi contro il caro-bollette verranno finanziati non con nuovo scostamento di bilancio, ma con il surplus fiscale garantito dalle accise.

Il cortocircuito totale, la suprema presa per i fondelli degna di una Repubblica delle Banane: utilizzo parte dei soldi che il caro-benzina garantisce all’Erario per aiutarti a sopportare il caro-benzina stesso. Insomma, ti auto-finanzi in qualche modo. D’altronde, come dice il detto: aiutatati che il Ciel t’aiuta.

E in Europa? Marginalizzati come non mai. E per favore, evitiamo trionfalismi per quella photo-opportunity senza alcun valore diplomatico reale che è stato il meeting fra rappresentante cinese e statunitense dell’altro giorno. A sottolinearne l’inconsistenza, d’altronde, ci ha implicitamente pensato la scelta operata dal presidente del Consiglio stesso: chiamarsi fuori e lasciare che fosse il suo incaricato d’affari a fare gli onori di casa. Come dire, il livello è tale da non meritare la mia presenza. Per il resto, il telefono di palazzo Chigi tace. Nonostante le linee roventi che da settimane ormai vedono Parigi, Berlino, Londra e Washington incrociarsi con Mosca e Kiev. 

Signori, prendiamone atto: non siamo nel club dei Grandi. Non contiamo nulla. Esattamente come al tempo dei Governi Conte. E la conferma arriva indiretta da una notizia che ovviamente la stampa compiacente si è ben guardata dal rendere troppo visibile. In compenso, il sito della Presidenza del Consiglio è obbligato a menzionarla fra gli appuntamenti ufficiali. Eccone il testo: In vista del Consiglio Europeo della prossima settimana, il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, venerdì 18 marzo alle ore 11.00 avrà un incontro a Roma con il Presidente del Governo di Spagna, Pedro Sanchez, con il Primo Ministro della Repubblica portoghese, Antonio Costa, e in collegamento video con il Primo Ministro della Repubblica ellenica, Kyriakos Mitsotakis.

La prosa ufficiale conferisce burocratica asetticità ma il profilo degli ospiti tradisce un chiaro dettato politico: come certe rock-band che allestiscono reunion per raggranellare un po’ di soldi, una volta bruciati tutti i diritti d’autore guadagnati nei giorni di gloria, così la fine del Pepp ha riesumato i cosiddetti PIGS, gli Stati a forte rischio default del biennio horribilis 2010-2011. Apparentemente, la nostra naturale collocazione politica. Dalla guida dell’Ue post-Merkel alle riunioni d’emergenza per fare massa critica ed evitare che la fine degli acquisti della Bce si traduca nell’inizio della fine, stante la situazione gravemente pre-recessiva dell’economia del Paese. E le sue prospettive di certo peggioramento, alla luce delle deliranti sanzioni europee contro la Russia. Eh già, perché – paradossalmente – la crisi che sta sviluppandosi ormai nemmeno più sottotraccia avviene in un macro scenario che crea timori ben peggiori di quella debitoria scaturita come appendice al tracollo finanziario del 2008.

Oggi, infatti, il combinato appare infernale per i Paesi ad alto indebitamento dell’eurozona: fine degli acquisti Bce anticipata al 30 giugno e con un secondo trimestre al minimo sindacale di controvalori, inflazione fuori controllo e appunto sanzioni alla Russia che stanno già ora aggravando pesantemente il costo energetico e agricolo-alimentare, come testimoniano già i prezzi e gli scaffali dei supermercati. Praticamente, la tempesta perfetta. Insomma, Parigi non è valsa la proverbiale messa. Quindi, meglio cercare di fare squadra con chi è nella nostra stessa condizione, pur partendo da numeri ben differenti. Spagna, Portogallo e Grecia, infatti, non solo elefanti nella stanza. L’Italia sì.

Sicuramente, la versione ufficiale al termine dell’incontro di oggi parlerà di dialogo incentrato sul tema dell’Ucraina o della fine della dipendenza energetica dalla Russia, ma appare chiaro che, oggi come oggi, Atene abbia ben altre priorità. Ad esempio, garantirsi la prosecuzione della deroga di utilizzo del proprio debito come collaterale per operazioni di rifinanziamento anche dopo il 31 marzo, quando il Pepp trasferirà le sue prerogative all’App e mantenerla quantomeno fino al 30 giugno. Perché finora Atene ha vissuto unicamente grazie all’investment grade artificiale che le ha garantito l’emergenza Covid, tolto il quale i suoi titoli torneranno di colpo sul mercato senza paracadute. E a rischio di un re-price a dir poco violento. È chiaro che l’effetto a cascata che la Bce potrebbe innescare ricalcherà alla perfezione quello del 2010-2011: prima cadrà Atene, poi Madrid che trascinerà con sé Lisbona per l’enorme esposizione cross-border e poi il mercato metterà nel mirino il bersaglio grosso.

Insomma, Roma ha bisogno di strappare una qualche garanzia a Bruxelles o Francoforte. E in fretta. Perché con il caro-energia che rischia di bruciarsi il 3% di Pil e un Pnrr che appare ormai carta straccia, stante le nuove prospettive macro, il Governo Draghi non può minimamente sperare di resistere all’impatto facendo affidamento solo sulle proprie (residue) forze. Resta da capire quale sia il margine di trattativa e quale il prezzo che le autorità europee chiederanno all’Italia per garantirle dei tempi supplementari: se il buongiorno si vede dal blitz sul catasto, il commissariamento appare ormai nei fatti.

Dovevamo andare a braccetto con Parigi alla conquista della leadership Ue, ci ritroviamo in un venerdì di metà marzo a inventarci strategie con i vecchi alleati di una stagione che si pensava archiviata. Quanto paiono lontani i giorni felici dei riconoscimenti dell’Economist al nostro Pil, vero? C’è poco da fare, la realtà è testarda. E le bugie dei superbonus hanno le gambe corte.

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