L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 marzo 2022

Assange in prigione a vita - I crimini di guerra degli Stati Uniti in Afghanistan, in Iraq non si devono pubblicizzare muori in galera

Nell’era della propaganda dire la verità è un crimine
Via libera all’estradizione di Assange
di Tiziana Barillà
15 marzo 2022

Assange verso l’estradizione negli Usa: la Corte Suprema inglese respinge il ricorso

Non poteva arrivare in un momento più tragico questa notizia. Mentre la propaganda di guerra soffoca l’informazione e qualche manipolo di giornalisti si asservisce al potere mettendo a repentaglio il lavoro dei tanti.

Una pessima notizia per il giornalismo, per la libertà, per ognuno di noi.

La giustizia britannica ha dato il via libera all’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti dove è accusato di spionaggio per le rivelazioni di Wikileaks. Negli Usa il giornalista rischia una pesantissima condanna per aver contribuito a diffondere documenti riservati svelando prove di crimini di guerra commessi tra Afghanistan e Iraq:

175 anni di prigione per aver pubblicato prove di crimini di guerra, abusi e corruzione.

La giustizia britannica, insomma, gli ha negato il ricorso alla Corte Suprema perché ritiene insussistenti le richieste della difesa: le condizioni di salute e psichiche di Assange, a rischio di suicidio se lasciato ai rigori della giustizia statunitense.

A renderlo noto è stata la stessa WikiLeaks, la quale tramite un comunicato ha fatto sapere che il caso adesso passerà al ministro dell’Interno britannico Priti Patel, che dovrà autorizzare l’estradizione. Si dovrebbe trattare, però, di una pura formalità, con il via a libera del ministro che viene dato praticamente scontato.

Eppure, secondo il relatore speciale dell’Onu sulla tortura, Nils Melzer, che lo ha incontrato mesi fa, le sue condizioni presentano «tutti i sintomi della tortura psicologica» e «la sua vita è in pericolo».

Ma, per il Regno Unito, le garanzie fornite dalle autorità statunitensi sono sufficienti a mandare Assange al patibolo lavandosene le mani.

Da oltre 10 anni Assange è privato, in un modo o in un altro, della sua libertà. Sette anni da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, tre anni – oltre 1000 giorni – nel penitenziario di massima sicurezza londinese del Belmarsh in attesa di giudizio, adesso Assange viene consegnato come un criminale.

La decisione adesso passa al ministero dell’interno che (certamente) darà il placet politico: l’estradizione avverrà anche nel caso in cui gli avvocati difensori tentino di rivolgersi a una Corte internazionale.

È dunque ora quanto mai vicina la consegna di Assange agli Stati Uniti, dove rischia una condanna a 175 anni di carcere per aver contribuito a diffondere documenti riservati, tra l’altro, aventi ad oggetto informazioni su crimini di guerra commessi dalla forze armate americane in Iraq e in Afghanistan

C’è un uomo in isolamento, con la salute precaria

il fiato sul collo di un colosso che sta per agguantarlo

perseguitato per il suo lavoro giornalistico

per averci raccontato la verità.

Il giornalismo non è un crimine

dire la verità non è reato.

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