L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 marzo 2022

Breve storia della russofobia



La russofobia, sparsa a piene mani dal megafono mediatico, sta fottendo le strategie occidentali. Washington e Londra avevano pensato che spingendo Putin alla guerra e permettendo di imporre nuove e più terribili sanzioni, ne avrebbero minato il prestigio dall'interno. E chissà, magari qualche risultato lo avrebbero ottenuto, facendo naturalmente pagare il prezzo agli ucraini, ma poi è saltata fuori prepotente la russofobia è tutto è andata all'aria: i russi si sono sentiti soli e discriminati e ora sostengono Putin molto più di prima, mente gli oligarchi amici dell’occidente e le quinte colonne interne sono in grave difficoltà. Ci si potrebbe sorprendere di come la russofobia sia divampata in così breve tempo dopo che i media hanno lanciato l’input schiacciando i bottoni emotivi, ma in realtà essa è sempre stata una costante dell’imperialismo anglosassone che non ha mai cessato di bruciare sotto la cenere per un motivo o per l’altro: la Russia infatti rappresentava il modello di blocco continentale che secondo le suggestioni della cultura prima britannica e poi americana era l’antitesi della potenza navale che si presentava ovviamente come globalista ante litteram. Nel 19° secolo, subito dopo l’epopea napoleonica gli interessi dell’imperialismo britannico si scontrarono con la potenza zarista in Persia e in Asia centrale, rivalità che sotto varie forme non è mai realmente cessata. Questa visione fu suggellata dalla guerra di Crimea che vide la gran Bretagna a fianco della Turchia contro la Russia ed è da allora che si cominciò ad investire sulle campagne di odio anti russo. Ma il fatto decisivo che allarmò Londra e anche Washington che in quel periodo si stava affacciando sulla ribalta europea, aspettando che un conflitto tra le potenze europee le regalasse la totale guida dell’occidente, fu il “trattato di riassicurazione” che il cancelliere tedesco Otto von Bismark siglò nel 1887 con Mosca. Esso prevedeva la neutralità benevola dei due firmatari nel caso che uno dei due si fosse trovato in guerra con una terza grande potenza, salvo nel caso che la Germania avesse attaccato la Francia o che la Russia avesse attaccato l’Austria-Ungheria. Era assolutamente chiaro a quel punto che si trattava di qualcosa diretto contro l’ibrido impero anglosassone ancora un po’ britannico e sempre più americano, ovvero l’unica entità che avrebbe potuto seriamente impensierire sia la Russia che la Germania.

In effetti una sorta di stabile alleanza tra le potenze europee e la Russia era sempre stata la bestia nera di Londra, la cosa da evitare assolutamente perché la sintesi tra le immense risorse del territorio russo e i piccoli, ma tecnicamente evoluti Paesi europei sarebbe stato troppo forte e avrebbe finito per irradiare una forza d’attrazione che avrebbe disgregato l’impero marittimo. Quindi britannici e americani hanno sempre brigato per tenere divisi queste due parti del mondo. Non è un caso se siano nati in ambito anglosassone le teorie che poi Hitler utilizzò per dichiarare i russi “sotto uomini” e per pretendere di ritagliarsi ad est uno “spazio vitale”. E pur vero che esisteva una sorta di russofobia autoctona dovuta agli attriti e alle guerra tra Prussia e impero zarista, ma erano più legate a un nazionalismo classico, almeno prima del nazismo. Non a caso Bismark aveva capito che la vita, la prosperità e la stessa potenza della Germania avrebbero potuto essere garantire solo non entrando in conflitto con la Russia. I suoi successori invece lasciarono perdere – anche sotto le insistenze del Kaiser che era strettamente imparentato con la famiglia reale inglese – il trattato di riassicurazione e misero le basi per la sconfitta disastrosa nella prima guerra mondiale. Il colpo di fortuna della rivoluzione di ottobre che permise alla Germania e all’Austria di gettare sul fronte occidentale le armate impegnate contro la Russia arrivò troppo tardi. Ma a questo punto si era creata un’altra linea di spaccatura tra la Russia rivoluzionaria e l’impero ormai definitivamente americano: alle rivalità geopolitiche si aggiunsero quelle ideologiche perché l'élite americana non poteva tollerare il comunismo. Dunque la russofobia divenne addirittura ossessiva e fini per generare una certa simpatia per il nazismo che venne seriamente combattuto solo quando, dopo Stalingrado, si vide che la Germania aveva fallito il proprio compito e si temette che l’armata rossa potesse occupare gran parte dell’europa occidentale. Come dichiarò Harry Truman, allora senatore, nel 1941: “Se vediamo che la Germania sta vincendo la guerra, dovremmo aiutare la Russia; e se quella Russia sta vincendo, dobbiamo aiutare la Germania, e in questo modo lasciare che si uccidano nel maggior numero possibile”.

Con l’inizio della guerra fredda, i sentimenti anti-russi sono stati nuovamente suscitati in Occidente, gli stereotipi anti-russi sono stati diffusi dai politici, dai media e dai film di Hollywood e la Russia è diventata il grande nemico del cosiddetto “mondo libero” che ha il coraggio di chiamarsi tale ancora oggi: un’operazione resa abbastanza facile dopo anni e anni che i fascismi europei avevano incitato all'odio. In ogni caso, per decenni il cliché dei russi oscuri, subdoli, maliziosi e guerrafondai è stato diffuso nei Paesi occidentali anche se una larga fetta di popolazione non era ancora così priva di pensiero critico da bersi ogni cosa. E del resto la cultura russa, la sua letteratura erano lì a testimoniare il contrario e quindi non stupisce se oggi qualche degenerato tenti di vietarne la conoscenza. Questa spinta alla russofobia è sembrata venire meno con la dissoluzione dell’Unione sovietica e soprattutto quando sotto l’alcolizzato Boris Eltsin (1991-99) Mosca capitolò alla Nato, mise l’economia russa sotto la tutela dell’occidente e la rese subordinata all'impero statunitense: solo una Russia sottomessa è una buona Russia. Ma quando Vladimir Putin iniziò a stabilizzare lo stato russo ormai al collasso nel 1999, per controllare l’economia, riscuotere seriamente le tasse sulle società, aumentare di nuovo i salari e definire gli interessi russi nella politica internazionale, l’umore in Occidente cambiò di nuovo rapidamente. Quando il cancelliere tedesco Gerhard Schröder, nella tradizione di Bismarck, cercò il riavvicinamento con la Russia, le “potenze marittime” anglosassoni fecero fuoco e fiamme e con grandi iniezioni di denaro pomparono elettoralmente la Merkel: come scrisse nel 2015 George Friedman, capo del servizio di informazioni affiliato alla CIA Stratfor: l’obiettivo della politica statunitense da 100 anni è stato impedire un’alleanza tra Germania e Russia, tra tecnologia tedesca e risorse russe, perché quella è l’ unico pericolo per rappresentare. Be’ c’è anche la Cina, ma in realtà fino a una 30 di anni fa nessuno pensava a un’ascesa così rapida da essere stata praticamente invisibile fino a quando non è deflagrata.

Ma insomma si capisce bene come i media abbiano ignorato il carattere golpista a del colpo di stato anti-russo di Maidan organizzato dai servizi segreti occidentali e dalle ONG in Ucraina nel 2014, la violenta repressione delle contromanifestazioni pacifiche a Odessa, Mariupol e Kharkov, l’ampio divieto di insegnamento della lingua russa nel 2017 e gli anni dei bombardamenti dell’artiglieria ucraina sulle città di Donetsk e Lugansk con migliaia di morti . E per quanto riguarda l’attuale guerra politici e giornalisti occidentali tornano a praticare la pittura in bianco e nero: tutto viene inquadrato come se l’invasione russa fosse avvenuta all'improvviso, come se non ci fosse stata alcuna storia precedente di avanzamenti della Nato a est, di costituzione della Nato in Ucraina e di politiche nazionaliste dell’Ucraina. Secondo i “nostri” media conformisti, i barbari russi stanno uccidendo i civili apposta, mentre gli eroici e nobili ucraini stanno difendendo la democrazia e i diritti umani. Quasi una parola sulle pratiche delle unità neonaziste dalla parte ucraina, nemmeno una parola sulla tortura e l’omicidio di prigionieri di guerra russi. Questo naturalmente va a detrimento dei cittadini occidentali, trascinati dentro questa spirale di odio senza nemmeno rendersi conto che la Nato non è una “alleanza di pace”, ma il braccio armato della banca globale, del dominio delle corporazioni e dell’impero degli Stati Uniti.

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