L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 24 marzo 2022

Euroimbecilandia è solo una palla al piede, finché non c'è ne rendiamo conto siamo in galera perpetuamente. Nel buono e democratico Occidente vieni imprigionato ed ucciso

SPY FINANZA/ Le scelte suicide dell’Italia mentre Renault torna a produrre in Russia
Pubblicazione: 24.03.2022 - Mauro Bottarelli
Mentre l’Italia ascolta Zelensky che chiede di boicottare il turismo russo, Renault, partecipata dallo Stato francese, riprende la produzione in Russia
Emmanuel Macron all'Eliseo (LaPresse)

Mentre in Russia, Alexei Navalny veniva condannato a 9 anni di reclusione per truffa, in Francia il corpo di Yvan Colonna trovava pace dopo tre settimane di coma e agonia. Chi è Yvan Colonna? Un nemico dello Stato. Un terrorista. Quantomeno per le autorità francesi che lo avevano recluso nel carcere di Arles per una condanna all’ergastolo, comminatagli per l’omicidio del prefetto Claude Erignac. Ma volendo ricorrere al principio un po’ aleatorio di libertà e autodifesa dei popoli che aleggia da qualche tempo fra aule parlamentari e redazioni giornalistiche, si può dire che Yvan Colonna era – in effetti e paradossalmente – un patriota corso, un indipendentista che lottava per l’autodeterminazione della sua patria, la Corsica appunto, dalla Francia. Vista e vissuta come Stato oppressore e invasore.

Ebbene, la notizia sulla condanna contro Alexey Navalny ha fatto il giro dell’etere sette volte, culminando con l’ormai rituale richiesta americana di liberazione immediata. Quella della morte di Yvan Colonna, nemmeno pervenuta. Neppure una breve subito prima dell’aggiornamento sulle condizioni dei giocatori della Nazionale di calcio. Forse perché è sgradevole dover ammettere che si tratta di un omicidio di Stato, quando formalmente si sta conducendo una crociata contro Vladimir Putin e la sua idea un po’ troppo autoritaria del potere. Perché Yvan Colonna è stato ammazzato da un altro detenuto, un foreign fighter islamista. In carcere. Mentre i secondini e gli addetti alla sicurezza molto probabilmente guardavano altrove. O forse erano tutti in bagno. O magari impegnati a seguire in video gli aggiornamenti dal fronte ucraino.

Era il 2 marzo. Lo strangolamento da parte di un uomo pronto a combattere e uccidere in nome del jihadismo spedì Yvan Colonna in coma. Martedì il suo cuore ha cessato di battere. Tutto fra le mura dello Stato francese: prima in galera, poi in un’ala di ospedale destinata ai detenuti. Piantonata. Era un nemico dello Stato. E, casualmente, questo ha fatto in modo che incontrasse durante l’ora d’aria un altro nemico dello Stato. Elisione dei problemi, uno dei due ora non c’è più. Il tutto nella democratica Francia con cui il nostro Paese ha sancito un bel Patto al Quirinale. Tutto nel giorno in cui Alexey Navalny viene condannato a 9 anni di reclusione per truffa. Accusa farsa, ovviamente. Il motivo è ovviamente politico, essendo lo stesso Navalny un agente provocatore statunitense. Ma nella Russia del terribile Zar, Navalny gode comunque della consulenza legale di un team di avvocati e può tranquillamente utilizzare i social network per continuare la sua battaglia contro il Cremlino. Altrove essere nemico dello Stato comporta due condanne: quella del giudice – sacrosanta – per omicidio. E quella a morte, parallela e informale, in una galera dove il destino vuole che tu debba incontrare chi invece dovrebbe per regolamento starti distante chilometri. Poiché pericoloso quanto te. O forse di più. Sicuramente, portatore di idee talmente contrarie e antitetiche alle tue da rischiare il patatrac, in caso di discussione. Et voilà, ciò che è avvenuto.

Ora, state certi di una cosa. A seguito del ferimento e dell’ingresso in coma di Yvan Colonna, la Corsica era già esplosa: scontri ogni notte fra polizia e manifestanti, una settantina di feriti di cui oltre la metà fra le forze dell’ordine. Immediatamente, Emmanuel Macron in modalità elettorale per le presidenziali, ha teso il ramoscello d’ulivo verso l’Isola, inviando suoi emissari per calmare gli animi e trattare sull’autonomia. Ma se dopo la morte di Yvan Colonna tornassero le notti blu (ovvero gli attentati dinamitardi, dove il blu è il colore prevalente dell’esplosione), state certi che i media si lanceranno a pesce sulla notizia. E sapete perché? Perché a quel punto all’Eliseo farebbe terribilmente comodo mostrare il volto repressivo verso i terroristi, nel pieno della campagna elettorale. Siamo alla logica dei Gilet gialli, come al solito. Ma non basta. Perché mentre il Parlamento italiano si faceva irretire dal messaggio scritto da autori di primo livello e recitato con voce grave dal Presidente Zelensky (guardatevi il film Sesso e potere con Dustin Hoffman e Robert De Niro, rimarrete a bocca aperta), sempre nella Francia nostra alleata succedeva dell’altro. Ovviamente, anch’esso taciuto dai media.

Perché a nessuno fa piacere dover notare come il parallelo fra Mariupol e Genova non sia stato casuale, godendo l’Italia di parecchie città utilizzabili come paragone, ma nessuna con alle spalle una tragedia evocativa come il ponte Morandi, ancora aperta e sanguinante a livello di ferita emozionale. Il presidente Zelensky non muove un passo o pronuncia una singola sillaba, senza seguire un copione. Come d’altronde appare decisamente poco spendibile la frase con cui il Che Guevara di Kiev chiedeva all’Italia di boicottare il turismo russo questa estate, praticamente la richiesta di suicidio economico totale per un settore strategico già in ginocchio per la quarta ondata di Covid che ha polverizzato le vacanze natalizie e le settimane bianche. Non a caso, nonostante un’impennata di casi enorme, liberi tutti per cercare di salvare almeno Pasqua e 1° maggio. In effetti, il sito del Corriere della Sera ha tenuto quello stralcio del discorso in primo piano per pochi minuti. Poi, resosi conto dell’effetto boomerang per la sua campagna russofoba, lo ha sostituito con meno compromettenti (ma altrettanto deliranti) richiami all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Ma ancora più necessitante di occultamento immediato è il fatto che mentre il nostro presidente del Consiglio metteva il Paese nel mirino del Cremlino, promettendo più armi all’Ucraina, da Mosca giungeva notizia che Renault riapriva la sua fabbrica e ripartiva con la produzione dei modelli Duster, Kaptur, Arkana e Nissan Terrano.

Di più, interpellato da Bloomberg rispetto alla compatibilità di quella scelta operativa in territorio russo rispetto al regime sanzionatorio sostenuto anche dal Governo francese, un portavoce della casa automobilistica d’Oltralpe confermava con candore come il blocco terminato l’altro giorno fosse imputabile unicamente alle difficoltà di reperimento della componentistica. Insomma, alla faccia delle sanzioni, Renault aggredisce quote di mercato in un momento di crisi devastante del settore automotive. Sfruttando la finestra di approvvigionamento ancora possibile e a prezzi accettabili, prima che il fallout della crisi ucraina e il rischio di lockdown totale cinese per i nuovi contagi paralizzi di nuovo la supply chain globale. Noi, invece, applaudiamo chi ci chiede di respingere sdegnati turisti russi carichi di soldi e diretti a Portofino o Forte dei Marmi o in Costa Smeralda.

Siamo o no un popolo di fenomeni? E signori, Renault è partecipata dallo Stato francese. Quindi, la decisione di riprendere la produzione in Russia è stata avallata sicuramente da Governo ed Eliseo. Nessun manager prenderebbe un simile azzardo, rischiando il licenziamento un secondo dopo. Proprio sicuri che non stiamo letteralmente intrecciando il nodo con cui ci impiccheremo economicamente da qui all’autunno? Perché una cosa è chiara, sempre di più: il Governo pare pronto ai salti mortali per aiutare Kiev, ma non sperate che si azzardi a mettere sul piatto un centesimo di euro di nuovo deficit per tamponare il caro-bollette o l’esplosione dei costi alimentari o il caro-affitti già ripartito nelle principali città italiane. L’Europa ha detto no, quindi le risorse si cercano altrove. Prima nelle extra-accise, poi negli extra-profitti delle utilities. Ovvero, partite di giro. Mica siete profughi ucraini, voi.

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