L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 17 marzo 2022

Euroimbecilandia, le sanzioni sono suicidio allo stato puro

SPY FINANZA/ Il colpo mortale al petroldollaro oscurato dai media
Pubblicazione: 17.03.2022 - Mauro Bottarelli
Gli Stati Uniti hanno dovuto incassare due brutti colpi economici, mentre l’Europa è l’unica vera vittima delle sanzioni imposte alla Russia

Il presidente Usa Joe Biden (LaPresse)

Ormai la narrativa comincia a sgretolarsi. Certo, a sentire telegiornali e talk-show, Vladimir Putin è uno psicopatico che agisce mosso da scatti d’ira dovuti ai farmaci per il cancro, l’esercito russo è in piena modalità Bounty e l’intelligence di Mosca non ha azzeccato una mossa. In realtà, il Presidente Zelensky è all’angolo. E in procinto di essere abbandonato al suo destino, esattamente come – una dopo l’altra – le città del suo Paese. L’eroica resistenza a base di bottiglie molotov e segnali stradali invertiti ormai è sparita dalle cronache.

E pur di arrivare a un cessate il fuoco non troppo umiliante, Kiev ha cominciato a concedere a Mosca il primo dei suoi punti irrinunciabili: niente adesione alla Nato. In contemporanea, ovviamente, prosegue il residuo di propaganda. Lo stesso che, a giorni alterni, chiede l’istituzione di una no-fly zone che equivarrebbe a una dichiarazione di guerra fra Alleanza atlantica e Russia. Tradotto, al primo Mig abbattuto, Terza guerra mondiale. Capite da soli quale sia il grado di credibilità, buona fede e responsabilità di chi continui a evocare uno scenario simile a cuor leggero.

Nel frattempo, l’Italia piomba nel panico per una circolare assolutamente innocua del ministero della Difesa. Un pro forma. Stante la situazione in Ucraina, stretta sui congedi e addestramenti mirati al combattimento. Scusate, dopo esservi messi simbolicamente l’elmetto in testa attraverso la fornitura di armi a Kiev, cosa vi aspettavate? Ma tranquilli, se mai scoppiasse un conflitto che coinvolgesse direttamente il nostro Paese scordatevi combattimenti baionetta in canna nelle trincee: ci sono missili balistici che non richiedono addestramento delle truppe. Solo obiettivi da ridurre a un posacenere in pochi minuti. Il problema è che siamo talmente intrisi di retorica da non vedere cosa ci sta accedendo attorno.

Ad esempio, l’America che continua a minacciare sfaceli contro Mosca e il cui Presidente sarà in Europa la prossima settimana per dettare linea e agenda, finora si è limitata al divieto di import di vodka, caviale e diamanti. Di fatto, null’altro di concreto. Il vero passo verso il non ritorno lo ha fatto compiere furbescamente e in anticipo all’Europa, ovvero l’estromissione di banche russe dal sistema SWIFT. Bene, se Washington decidesse di accodarsi, in base ai regolamenti di Oltreoceano ci sarebbe un grace period fino a giugno, prima della reale entrata in vigore del blocco. Tradotto, business as usual per un periodo che potrebbe invece spedire l’eurozona in una recessione senza precedenti. Ma non basta. Parallelamente all’agenda ucraina, Mosca ha aperto un capitolo sull’Iran. Ovvero, la scorsa settimana ha fatto saltare la firma dell’accordo sul nucleare ponendo una clausola al suo via libera: le sanzioni internazionali comminate contro la Russia non avranno ripercussioni sui rapporti bilaterali fra Mosca e Teheran. Trovatisi di fronte al fatto compiuto, i convenuti al tavolo di Vienna non hanno potuto fare altro che rimettere la penna in tasca e tornare a casa con un nulla di fatto. Tutto sospeso e rimandato.

Impasse che però lunedì si è tradotta in una vittoria diplomatica del Cremlino, poiché come riportato da Bloomberg sia gli Usa che Israele avrebbero dato luce verde all'inclusione di una postilla scritta in tal senso nella nuova bozza di accordo. È così che l’America intende tagliare il tubo dell’alimentazione energetica che mantiene al potere Vladimir Putin? Lo stesso stop alle importazioni di petrolio russo, a oggi, resta meramente un’opzione sul tavolo: nessun ordine operativo in tal senso dalla Casa Bianca. Nel frattempo, invece, l’Europa ha appena varato il quarto pacchetto di sanzioni, fra cui quelle verso l’industria dell’acciaio. Suicidio allo stato puro. E non è un caso che, infatti, chiunque operi al di fuori del manicomio ideologico di Bruxelles stia bellamente giocando sui due fronti, ringhiando verso Mosca in pubblico ma continuando a dialogarci – se non blandirla apertamente – dietro le quinte.

Prendete quel campione di democrazia di Boris Johnson, il quale non più tardi di lunedì ha detto che l’unico modo per porre fine al bullismo del Cremlino è ridurre ai minimi termini il potere di ricatto garantitogli dall'energia. In tal senso, abbandonato il 10 di Downing Street di buon mattino, si è imbarcato in direzione di un Paese amico con cui cercare di concludere un accordo per una maggiore fornitura di greggio. Sapete quale Paese? L’Arabia Saudita. Lo stesso Regno teocratico che nello scorso weekend ha fatto registrare il record assoluto di esecuzioni capitali in un solo giorno: 81. Insomma, occorre prendere atto che per fermare il bullismo del Cremlino occorre apparentemente finanziare un regime basato sui boia. Ecco la coerenza occidentale in difesa di democrazia e diritti umani, la stessa su cui si basa la contrapposizione con Mosca che stiamo già pagando a prezzo pieno. E salatissimo.

Peccato che mentre attendevano l’atterraggio di Boris Johnson, a Ryad si siano premurati di inviare un bel messaggio in codice agli Stati Uniti, rei appunto di favorire l’Iran con quella deroga accordata alla Russia in sede di negoziati di Vienna. Et voilà, l’Arabia Saudita sarebbe pronta ad accettare parte di pagamenti per il suo petrolio da parte della Cina in yuan. Tradotto, fine del regime di esclusività del dollaro nel trading del greggio, lo stesso sancito nel 1974 con l’Amministrazione Nixon e che cementò lo status di valuta benchmark del biglietto verde. Il famoso petrodollaro, insomma, rischia di patire un colpo fatale. Oltretutto, assestato alle spalle proprio dall'alleato commerciale e geopolitico più fedele agli Usa nell'area.

Tutto questo è accaduto nell’arco di 24 ore, soltanto nella giornata di lunedì. Avete sentito una singola parola al riguardo sui media? Solo stereotipate accuse di criminalità comune contro l’azione di Mosca e infinite dirette dai confini polacchi, mentre in Italia le ruote del business dell’accoglienza già girano alla massima velocità. In un Paese che comincia a vedere lo spettro di una crisi senza precedenti. Il mondo sta cambiando, equilibri di potere consolidati in decenni fino a cristallizzarsi sono spazzati via dalla sera alla mattina da nuove alleanze e nuovi rapporti di forza, in primis quello imposto da Mosca al mercato: le materie prime come reale hard asset che operano da collaterale globale. A chi basa la sua forza su swaps e Qe perenne, Mosca contrappone il potere reale di gas e nickel.

Tutto questo sta accadendo oggi, sotto i nostri occhi e il nostro naso. Peccato che il drappo rosso dell’emotività ideologica che media e politica ci agitano di fronte H24 non ci consenta di vederlo. Ma quando al distributore si legge 2,2 euro al litro, la realtà irrompe. Delicata e discreta come un pugno in faccia. D'altronde, cosa aspettarsi da un Paese che per mesi ha pensato che la sua unica priorità e criticità fossero 5 milioni di non vaccinati da escludere dal consesso civile?

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