L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 marzo 2022

Gli ucraini carne da cannone per i desiderata di Washington con un governo nazista che tradisce, immola, non fa gli interessi del suo popolo per seguire pedissequamente gli ordini degli Stati Uniti

Un mese di guerra in Ucraina
26 marzo 2022

Più di un mese di guerra. Tanto si è protratta finora la campagna militare russa in Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022. Offensiva che in Russia è proibito considerare apertamente “guerra”, bensì è definita “operazione speciale”, forse perché viene considerata non l’inizio, a freddo, di una nuova crisi, ma semplicemente una fase successiva di sviluppo di una preesistente crisi che, in pratica, permane da oltre 8 anni nella regione.

Da quel fatidico 2014 in cui, in rapida successione, si affastellarono il golpe a Kiev con la rivolta di piazza Maidan che scacciando il presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich compromise un modus vivendi Russia-Ucraina, certo imperfetto ma che assicurava un minimo di stabilità strategica, la ribellione dei filorussi del Donbass che portò alla fondazione delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk e infine l’annessione della Crimea alla Russia, col plauso della maggioranza locale russofona.

Il tutto seguito da 8 anni di scontri, più o meno intensi, nel Donbass a dispetto degli accordi di Minsk, rimasti lettera morta, e con un bilancio arrivato a 15.000 morti fino a febbraio 2022.


Dopo una tensione montata per tutto il 2021, con schieramento di truppe e mezzi bellici lungo i confini ucraini, seguita a un decreto del marzo 2021 in cui il presidente ucraino Volodymir Zelensky preannunciava il futuro “recupero” delle aree del paese occupate dai russi (Donbass ma anche Crimea), il presidente russo Vladimir Putin ha infine deciso per l’attacco su vasta scala, che tuttavia fin dalle prime settimane si è caratterizzato per una notevole gradualità, con limitato impegno dell’aviazione e dispiegamento scaglionato delle riserve.


Se l’avanzata russa su Kiev è stata lenta e tuttora sembra “ingessata” lungo un arco che cinge la capitale sui settori Nordovest-Nord-Nordest, lasciando ancora libero il settore meridionale, nelle altre zone del paese, specie lungo la costa del Mar d’Azov, l’invasore ha un controllo più saldo e anche se la roccaforte di Mariupol, ridotta a una specie di piccola Stalingrado moderna, resiste ancora in queste ore, le forze russe e filorusse sono ormai penetrate fra le strade urbane e, pur con gravi perdite, anche fra gli ufficiali superiori fatti oggetto di cecchinaggio, avanzano faticosamente.

Più a Ovest, il controllo dell’area Kherson-Mykolaiv da parte dei russi, che pure vi sono giunti da giorni, è ancora problematico ed è forse per questo che la paventata offensiva su Odessa non si è ancora verificata.

Anche se i piani russi sono ovviamente riservati, si può infatti arguire che un eventuale sbarco a Odessa (o nei dintorni), il cui porto costituisce il punto di passaggio del 90% delle importazioni ed esportazioni ucraine, si verificherebbe con buone probabilità di successo se abbinato a una contemporanea avanzata dall’entroterra, come una tenaglia.

La versione di Rudskoj

Attorno al 25 marzo 2022 s’è diffusa una voce di fonte ucraina, rilanciata da Sky News, secondo cui i russi intenderebbero chiudere la guerra in tempo per celebrare la tradizionale parata della Vittoria del 9 maggio, che da ormai 77 anni si svolge sulla Piazza Rossa di Mosca. Come noto è la parata che ricorda la vittoria sovieto-russa nella Seconda Guerra Mondiale, quando il 9 maggio 1945 il “vozd”, la “guida”, Josif Stalin annunciò formalmente che il giorno prima la Germania nazista, retta ormai dall’ammiraglio Karl Doenitz e non più da Adolf Hitler, suicidatosi da 8 giorni, aveva firmato la resa.

Secondo le indiscrezioni di stampa, “ai soldati russi sarebbe stato comunicato dai loro superiori che il conflitto deve chiudersi entro il 9 maggio”, al che si è ipotizzato che “Putin spera di chiudere i combattimenti a fine aprile o al massimo ai primi di maggio”.

Una simile tabella di marcia consentirebbe al Cremlino di rischierare gran parte dell’Armata a Mosca per farla partecipare a quella che potrebbe essere la più importante edizione della parata della Vittoria di sempre, coniugando il ricordo del trionfo nella Grande Guerra Patriottica, o “Velikaja Otecestvennaja Vojna”, con l’eventuale trionfo nel conflitto attuale.


Conflitto che forse in futuro gli storici e agiografi russi potrebbero perfino decidere di chiamare colloquialmente Piccola Guerra Patriottica, o “Malenkaja Otecestvennaja Vojna”, quasi “sorella minore” della campagna del 1941-1945. D'altronde, l’accostamento politico fra la vittoria sulla Germania nazista e il successo nella campagna di “denazificazione” dell’Ucraina, come la propaganda russa ha presentato fin dall'inizio l’offensiva, sembra perfino automatico.

In realtà, al momento attuale, non pare esserci alcun indizio che queste voci siano fondate. I giudizi occidentali sulla condotta della campagna russa restano improntati alla convinzione che i russi dovessero necessariamente imitare il modo di lottare degli americani nelle svariate guerre combattute da Washington negli ultimi 30 anni, assai più numerose di quelle combattute da Mosca.

Il 25 marzo il vicecapo dello Stato Maggiore russo, generale Sergej Rudskoj (nella foto sotto) ha diramato un ampio rapporto in cui rivendica che “tutto procede come previsto” e che: “I principali obiettivi della prima fase dell’operazione sono stati completati. Con la distruzione della stragrande maggioranza dell’aviazione e della marina ucraina. Grazie a tali successi, la Russia passerà ora alla seconda fase dell’operazione e le forze armate si concentreranno sulla completa liberazione del Donbass”.


Secondo Rudskoj, regolari russi e miliziani filorussi avrebbero già “liberato il 93% della regione di Lugansk e il 54% di quella di Donetsk”. Secondo il generale russo “il piano iniziale non era quello di assaltare le città ucraine, per evitare la loro distruzione e ridurre al minimo le nostre perdite e quelle dei civili”.

Se il conflitto viene guardato da una prospettiva ampia, questa affermazione è almeno in parte vera, nel senso che grandi distruzioni si sono avute in alcune località come Mariupol (in alcuni quartieri, altri sembrano rimasti intatti a giudicare dai video delle distribuzioni di viveri ai civili emersi da fonti russe), per la necessità di assicurarsi tutta la costa del Mar d’Azov, o Kharkiv, per tenere sotto pressione lo schieramento nemico nel Nordest e minacciare l’ala sinistra del dispositivo ucraino lungo la “linea di contatto” che poi sarebbe il fronte sul Donbass.

La maggior parte delle città, a cominciare dalla capitale Kiev, per finire con Odessa, è stata, nell’arco di un mese, bombardata in misura piuttosto limitata. Gli stessi ucraini hanno ammesso il 24 marzo che fra la popolazione civile di Kiev sono morti a causa di ordigni russi finora 78 abitanti e 300 sono rimasti feriti. Per quanto 78 morti rappresentino lutti indicibili per altrettante famiglie, avrebbe potuto andare molto peggio se i russi avessero scatenato fin dal primo giorno bombardamenti a tappeto.

L’ONU, il cui conteggio delle vittime cerca di basarsi solo su fonti indipendenti, ha riferito il 25 marzo di “almeno 1.035 civili morti e 1.650 feriti” in tutta l’Ucraina nel primo mese di guerra.

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani accredita anche “fosse comuni a Mariupol di cui una con 200 corpi”, ma senza specificare né se si tratta di soli civili o di un misto civili/militari, né se si tratta di effettive vittime del fuoco russo e non di concause come fame, sete, freddo. Peraltro, il 22 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha denunciato “attacchi russi su un totale di 64 ospedali dall’inizio della guerra”, ma ha anche riconosciuto che questi attacchi hanno causato solo “15 morti e 37 feriti”.


Il che pare compatibile con l’ipotesi che molti dei danni causati ai nosocomi siano dovuti a errori di mira, più probabilmente da parte di artiglieria tradizionale, oppure a tiri deliberati motivati dalla convinzione che gli ospedali fossero già stati evacuati e magari utilizzati come avamposto o mimetizzazione da parte di forze ucraine (come accade in diverse scuole trasformate in caserme). Diversamente, se gli ospedali fossero stati fin dall’inizio obbiettivi prescelti nell’ambito di una strategia stragista e terroristica, i morti in queste strutture sarebbero stati decine o centinaia di volte più numerosi.

In base ai dati divulgati da Rudskoj, le forze ucraine avrebbero perso “l’11,5% dei loro effettivi, ovvero 14.000 uomini”, nonché il 65,7% dei carri armati e dei veicoli blindati, il 42,8% dell’artiglieria, il 30,5% dei lanciarazzi, l’82 % dei sistemi antiaerei S-300 e Buk M1, l’85% dei missili tattici Tochka-U, il 75% degli aeroplani, il 50% degli elicotteri e, quanto ai droni, il generale ha specificato che “su 36 droni Bayraktar TB-2 forniti all’Ucraina dalla Turchia, solo uno rimane attivo”. Gonfiati o no che siano, anche altri risultati sbandierati dall’alto ufficiale russo sembrano, almeno sulla carta, notevoli: “Attaccate 16 piste d’aviazione ucraine, distrutti 39 depositi di armi e munizioni, colpiti da armi di precisione 30 complessi industriali”.

I russi stimano che finora dall’Occidente siano arrivati agli ucraini “100 unità d’artiglieria, 900 missili antiaerei portatili e 3.800 armi anticarro”. Molti di essi sarebbero stati catturati dai russi (nella foto d’apertura) che avrebbero “rigirato alle forze delle repubbliche di Donetsk e Lugansk 113 carri e blindati, 138 missili anticarro Javelin e 67 lanciarazzi anticarro NLAW”.


Rudskoj ha anche dichiarato: “Consideriamo i carichi di armi occidentali per Kiev un grande errore. Ciò prolungherà il conflitto, aumenterà il numero dei caduti ma non influenzerà l’andamento dell’operazione. Il vero scopo di queste forniture non è supportare l’Ucraina, ma spingerla in un conflitto prolungato, fino all'ultimo cittadino ucraino”.

In termini numerici assoluti, Mosca ha così aggiornato le perdite inflitte al nemico da inizio guerra: 204 sistemi di difesa aerea ucraini, 1.587 fra carri armati e mezzi corazzati e 261 tra aerei, elicotteri e droni. Per la prima volta da oltre tre settimane, il generale russo ha inoltre rivelato un dato “fresco” sulle perdite umane russe, che era fermo dal 2 marzo a 498 morti e 1.597 feriti. Rudskoj ha ammesso ora 1.351 militari russi uccisi e 3.825 feriti.

Il Ministero della Difesa ucraino ha ribattuto nelle stesse ore che i russi uccisi sarebbero 16.100. Kiev ha enumerato inoltre l’annientamento di 1.625 carri e mezzi corazzati, 49 mezzi di difesa aerea, 293 fra aerei, elicotteri e droni e 5 unità navali.

Attesa e pressione

Che il conflitto duri troppo tempo, certo, non conviene nemmeno a Putin, ed è sul tempo che cerca di giocare la NATO, nell'aumentare il flusso di armi in favore di Kiev. Non è però nuova la lentezza russa nell'organizzare a livello logistico offensive per successive “spallate”, come già ebbero modo di subire i tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale, travolti anche se potevano beneficiare di lunghe pause fra un colpo d’ariete e l’altro.

Il tempo su cui giocano i russi può essere di natura diversa dal “tempo occidentale”, pertanto il “presto e bene” del Cremlino può essere assai più dilatato del “presto e bene” secondo Washington. Poiché a livello strategico la bilancia russo-ucraina resta comunque pendente dalla parte della Russia, è tuttora aperto l’interrogativo se, dopotutto, ai russi importi in sostanza di piegare il nemico, vincere decisamente, indipendentemente dal fatto di impiegarci settimane o mesi in più del previsto.


Del resto, la rinnovata offensiva aerea e missilistica degli ultimi giorni per distruggere soprattutto trasporti e depositi, sembra proprio nascere dalla constatazione che, se il potenziale bellico complessivo delle forze ucraine, costituito dalla somma delle proprie armi e munizioni e di quelle importate dai paesi euroatlantici, decresce nel tempo a un ritmo superiore al tasso di consegna di armi occidentali, la resistenza è comunque condannata ad affievolirsi o esaurirsi.

L’andamento generale del conflitto in effetti richiama una serie di assedi tramite i quali i russi potrebbero costringere alla resa per esaurimento di munizioni e rifornimenti diverse guarnigioni ucraine, riducendo progressivamente la propensione del paese a resistere.

La capitale Kiev, che nei primi giorni dell’invasione era stata data come obbiettivo prioritario da conquistare in fretta, sembra essere ormai diventata in realtà quasi un colossale diversivo che distrae notevoli forze ucraine a sua difesa, nonché l’attenzione mediatica del mondo, mentre sforzi nel Sud possono esser più fruttiferi.

Già il 20 marzo le fonti militari americane segnalavano che le forze russe attorno alla capitale si stavano “trincerando e preparando campi minati”, in modo da stabilire una sicura cintura, per quanto incompleta. La capitale seguita a essere bombardata più come forma di pressione che come preparazione a un’offensiva urbana.


Il 22 marzo, in particolare, si era detto inizialmente che “un drone russo” aveva centrato un importante centro di ricerca scientifica, che probabilmente Mosca temeva avesse risvolti militari.

E’ stato riportato che il drone era del tipo Orlan 30 (nella foto a lato) sotto, che in realtà è però da ricognizione e non è abilitato a portare bombe, perciò sembra che in realtà abbia illuminato con un raggio laser il bersaglio, guidandovi una bomba di precisione sganciata da un altro aereo o lanciata dall’artiglieria campale.

Di sicuro l’ordigno ha devastato l’Istituto per i Materiali Superduri dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Ucraina e nell’incendio sarebbero morte da una a tre persone. La bomba guida laser potrebbe essere stata una granata d’artiglieria “intelligente” Krasnopol, disponibile in calibri di 152 o 155 mm e proiettabile anche a distanze di 20-30 km da semoventi come lo Msta.

Il 24 marzo un altro drone Orlan ha “illuminato” un altro obbiettivo presso Kiev, una batteria antiaerea di missili S-300, centrata in pieno secondo il Ministero della Difesa russo, che stavolta ha citato espressamente la munizione Krasnopol. Sempre il 24 marzo, secondo la BBC, che citava funzionari ucraini, i russi hanno distrutto un importante ponte sul fiume Desna che collegava Chernihiv a Kiev. Per la portavoce ucraina per i diritti umani Lyudmyla Denisov, il ponte era prezioso per rifornire Chernihiv ed evacuare i civili: “La città non ha elettricità, acqua, riscaldamento, praticamente è senza gas e le infrastrutture sono state distrutte”.

Già il 22 marzo si diceva di Sumy che “la città è praticamente circondata e c’è solo un’uscita verso Poltava da cui scappano donne e bambini e attraverso cui arrivano cibo e medicine”, testimoniava alla BBC il consigliere comunale Andrii Baranov, che valutava in “3-4 settimane” la massima resistenza a un assedio.


Fra 25 e 26 marzo figuravano circondate le guarnigioni ucraine a Cernihiv e Tarnopol, mentre a Sumy i russi parevano prepararsi a un attacco dopo aver ricevuto rinforzi da Kharkiv, pare fino a metà dei reparti dispiegati davanti a questa città. Ciò sarebbe stato possibile grazie al passaggio dall’offensiva alla difensiva di questi ultimi reparti, che così ha permesso di rendere disponibili battaglioni preziosi da inviare a Sumy.

Nel complesso, gli ucraini hanno osservato reparti russi riattraversare la frontiera per tornare in patria “a causa delle gravi perdite”, ma potrebbe in realtà trattarsi di semplice turnazione dei reparti, segno che l’Armata Russa punta a redistribuire responsabilità ed esperienze della cosiddetta “operazione speciale” anche per offrire alla maggior parte possibile delle sue truppe l’esperienza realistica di combattimento ad alta intensità in un conflitto convenzionale.


Nuove unità militari si stanno concentrando al confine con l’Ucraina, provenienti dalla regione di Smolensk e dalla Siria, secondo un rapporto dello Stato maggiore delle Forze armate ucraine: “Al fine di recuperare le perdite della 144a divisione di fucilieri motorizzati della 20aarmata del Distretto Militare Occidentale russo, le misure di arruolamento sono state intensificate nei commissariati militari della regione di Smolensk”.

Inoltre, reparti del Distretto Militare Orientale russo e delle truppe aviotrasportate di Mosca sono confluiti nella regione bielorussa di Gomel, pronte anch’esse a intervenire. Secondo una stima resa nota dal Ministero della Difesa britannico “Mosca sarà probabilmente obbligata a richiamare i riservisti, i militari di leva e i mercenari per rimpiazzare le migliaia di perdite sofferte nel corso dell’invasione in Ucraina. Non è chiaro come questi gruppi si integreranno con le forze già presenti sul terreno e l’impatto che questo dispiegamento avrà nella battaglia”.

Il Fronte del sud

Al 23 marzo risultava ancora che Mosca non controllava tutta Kherson. Una valutazione basata sul fatto che da quel giorno la maggior parte degli elicotteri russi sono stati ritirati dal vicino aeroporto di Chornobaivka, come confermato da foto satellitari della società Planet Labs divulgate dal New York Times, poiché gli ucraini hanno bersagliato lo scalo con artiglieria e razzi. A conferma della battaglia, alimentata da un contrattacco ucraino proveniente da Mykolaiv, a Chornobaivka è stato ucciso il 25 marzo il settimo generale russo dall’inizio del conflitto, Yakov Ryezantsev, forse colpito da un cecchino.


A tal proposito, sull'accertata tattica ucraina di mirare agli alti comandanti russi, si potrebbe osservare che possa aver contribuito all'espansione di questa prassi non solo l’ovvia eredità della notevole tradizione sovietica del cecchinaggio, di cui certamente anche gli ucraini sono eredi, ma forse anche la convinzione, instillata ai militari di Kiev da istruttori e consiglieri militari occidentali (come per esempio i Berretti Verdi dell’US Army presenti nel paese fino a inizio febbraio 2022), che colpire gli alti ranghi possa alimentare il caos lasciando i subordinati senza direttive.

Quanto a Mariupol, si è confermata il campo di battaglia più sanguinoso degli ultimi giorni. Il 20 marzo, fonti del “battaglione” ucraino Azov (in realtà ormai divenuto in reggimento se non una brigata) di ispirazione nazista, hanno segnalato che “da 4 navi da sbarco è stato aperto su Mariupol un fuoco senza precedenti, oltre che da carri armati, ci sono bombe ogni 10 minuti”. Il battaglione avrebbe in 24 ore “distrutto 4 carri nemici”.


A Mariupol sarebbe stato ucciso quel giorno il vicecomandante della flotta russa del Mar Nero, capitano di vascello Andrey Paliy, in procinto d’esser promosso contrammiraglio. L’indomani, il comandante dell’Azov, Denys Prokopenko, sosteneva che in città sarebbero “morti 3.000 civili, di cui molti insepolti”. Sull’altro versante il capo della repubblica filorussa di Donetsk, Denis Pushilin ha ritenuto lo stesso giorno che “la città è grande, non sono così ottimista sul fatto che bastino due o tre giorni o anche una settimana per chiudere la questione”.

Il 22 marzo gli americani hanno confermato, dalle loro fonti di intelligence e satellitari, che l’esercito russo e i suoi fiancheggiatori, le milizie della repubblica ribelle di Donetsk e i ceceni, sono penetrati ormai nel centro della città, ultimo avamposto ucraino sulla costa del Mar d’Azov, ridotta a rovine con cadaveri insepolti. Lo sfondamento è avvenuto dalla periferia occidentale della città. Il Pentagono ha dichiarato: “Continuiamo a osservare forze russe all’interno della città di Mariupol. Crediamo che alcuni di loro siano separatisti del Donbass, ma anche che gli ucraini stanno combattendo per impedire la caduta della città”.


Anche 7 navi russe sparano cannonate e missili dal mare. Fra i più agguerriti difensori ci sono i neonazisti del battaglione Azov, impegnati con carri armati T-64 contro i cingolati russi BMD da appoggio alla fanteria. Hanno diffuso sul loro canale Telegram un video così commentato: “Durante la battaglia sono stati distrutti 4 carri armati russi e vari veicoli corazzati, i tank dell’Azov mostrano al nemico chi è il padrone delle strade di Mariupol”.

La vedono diversamente i russi, che parlano dell’avanzata nella città come di una “liberazione”, tanto che l’agenzia TASS diffonde il comunicato di un funzionario della repubblica filorussa di Donetsk, Daniil Beznosov, secondo cui “il 50% della città è stata liberata e dei 14.000 soldati nemici, ne restano forse la metà”.

Il 23 marzo, nei combattimenti in città è stato ucciso il colonnello russo Aleksey Nikolaevich Sharov, comandante dell’810a Brigata navale del Mar Nero, come le stesse fonti di Mosca hanno confermato. Secondo gli ucraini, Sharov è stato centrato da un cecchino, come probabilmente la maggior parte dei generali e colonnelli avversari rivendicati da Kiev. A Mariupol, per dare un segnale di “normalizzazione”, il 25 marzo i russi hanno aperto una sede del partito politico di Putin, Edinaja Rossijia (“Russia Unica”).

Lo dice il consiglio comunale di Mariupol: “Secondo i residenti rimasti in città, i russi hanno aperto una sede di Edinaja Rossija nel centro commerciale Metro dove distribuirebbero giornali di partito, materiali di propaganda e carte sim dell’operatore telefonico Phoenix del Donbass”. Certo, Mariupol è fra le poche eccezioni di una situazione strategica che appare più statica.

In generale, il fatto che i russi stiano apprestando schieramenti trincerati attorno a molti capisaldi ucraini, dalla stessa Kiev a Chernihiv, Tarnopol, Sumy e Kharkiv, pare indicare la prevalenza di una guerra d’assedio volta a far arrendere detti presidi col minimo sforzo e con le minime perdite proprie. Non esiste al momento alcuna prova che questa tattica sia stata escogitata negli ultimi giorni sulla base di un presunto fallimento di una “guerra lampo” tanto evocata in Occidente ma che plausibilmente non era mai esistita nei piani di Mosca.

Certo gli ucraini hanno potuto mettere a segno successi locali di valore tattico, come l‘affondamento il 24 marzo di una nave da sbarco classe Alligator nel porto di Berdyansk, inizialmente considerata l’unità Orsk, poi reputata la Saratov.


La nave, che tre giorni prima aveva sbarcato nel porto veicoli blindati BTR-82, era uno scafo da 4.700 tonnellate, della capacità di carico quantificabile in 400 soldati, 20 carri armati e circa 40-45 veicoli da fanteria. Le immagini divulgate sui media l’hanno mostrata distrutta in preda alle fiamme, mentre altre due navi da sbarco russe, due scafi classi Ropucha, la Caesar Kunikov e la Novocherkassk, erano state anch’esse colpite, a quanto pare, e vistosamente danneggiate con incendi in coperta, ma erano ancora in grado di muoversi e uscire dal porto.


Non è stato chiarito del tutto come gli ucraini abbiano potuto colpire le navi russe, ma l’ipotesi più accreditata, a parte quella dell’attacco con un drone Bayraktar, è parsa quella dell’utilizzo di missili balistici a corto raggio Tochka-U (OTR-21 noto presso la NATO come SS-21 “Scarab”SS – nella foto sopra) di cui gli ucraini avrebbero modernizzato l’apparato di guida integrando il vecchio sistema di navigazione inerziale (INS) con un data link satellitare GPS, con probabile aiuto tecnico americano.

Ondata ipersonica

Nuove armi si sono aggiunte alla panoplia dispiegata dalla Russia per piegare la resistenza ucraina, il che conferma quanto per Putin e i suoi generali, in primis il ministro della Difesa Sergej Shoigu e il capo di Stato Maggiore Valery Gerasimov, il conflitto sia anche occasione di sperimentazione.

Il portavoce del Ministero della Difesa di Mosca, generale Igor Konashenkov, ha confermato il 18 marzo che, per la prima volta, è stato usato in battaglia un missile ipersonico, capace cioè di superare la velocità del suono di almeno 5 volte (Mach 5). Era un Kh-47M2 Kinzhal, dal russo per “Pugnale”, lanciato in volo da un caccia Mikoyan-Gurevich Mig-31K, che ha centrato un deposito sotterraneo di armi e munizioni ucraino a Delyatin, nella regione di Ivano-Frankovsk, a 100 km dal confine con la Romania e la NATO.

Pare che il bunker risalisse all’epoca dell’URSS e fosse a quei tempi usato per conservarvi testate nucleari. Il Kinzhal, derivato dal balistico a corto raggio Iskander e divenuto operativo dal 2017, è un ordigno con una gittata di 2000 chilometri e una velocità massima di Mach 10, cioè ben 12.000 km/h, in virtù della quale può superare le attuali difese antimissile.


Non solo, proprio la formidabile velocità terminale gli conferirebbe una gigantesca energia cinetica, aggiuntiva alla potenza esplosiva intrinseca della sua testata convenzionale da 500 kg, che in versione nucleare potrebbe sviluppare fra 100 e 500 chilotoni. L’irruenza cinetica dell’impatto è calcolabile in 4 Giga Joule, come l’equivalente di 990 kg di esplosivo.

Forza erculea che ha permesso al missile russo di penetrare nel sottosuolo e sfondare diversi piani in cemento armato del suddetto bunker ucraino, il che fa temere effetti anche più sconvolgenti nel caso di impiego contro grandi portaerei americane. Il 19 marzo, per la seconda volta l’aviazione di Mosca ha sparato ancora un ipersonico Kinzhal. Un caccia Mig-31K in volo sulla Crimea, ha lanciato un “Pugnale” che, come una meteora, ha centrato un deposito militare dedicato al rifornimento di gasolio per i carri armati ucraini, a Kostyantinivka, vicino Mykolaiv. L’obbiettivo era a 300 km dalla Crimea, ma il razzo ipersonico ha coperto la distanza in circa un minuto e mezzo.

Per sicurezza, navi russe hanno sparato contro il deposito anche missili da crociera Kalibr, ordigni più lenti che sfrecciano a 900 km/h nel volo di crociera e accelerano a 3000 km/h soltanto nella fase finale della picchiata sul bersaglio. Simili missili sono ardui da intercettare da parte delle difese ucraine, ma il governatore di Vinnytsia, Serhiy Borzov, ha annunciato che un ordigno (non ipersonico) è stato abbattuto nella zona.

Con altri imprecisati “missili lanciati dall’aria”, come dice il generale Konashenkov (probabilmente missili da crociera Kh-55 e Kh-101), “è stata colpita una base di addestramento per forze speciali ucraine, a Ovruch, nella regione di Zhytomir, dove si trovavano anche mercenari stranieri”. Nell’attacco sarebbero stati uccisi “100 militari, fra ucraini e stranieri”. Kiev attribuisce l’aumentato uso di missili a difficoltà russe nell’avanzata di terra e in particolare, il consigliere presidenziale Mikhailo Podolyak ha accusato: “La Russia è passata a un’artiglieria più distruttiva, i sistemi Khinzal e Bastion sono usati contro città pacifiche”.


Il debutto operativo del Kinzhal, che fino ad ora aveva funzionato solo in esercitazioni, è un monito preciso all’America, mediante il quale i russi dimostrano che le loro armi ipersoniche sono ormai pienamente operative, e non sono un bluff, mentre invece gli Stati Uniti, in questo settore, sono ancora indietro, fermi alle prove sperimentali di ordigni come l’AGM-183 ARRW dell’US Air Force o il CHGB portato avanti insieme da US Army e US Navy. Commentando il debutto del Kinzhal, il presidente americano Joe Biden è parso minimizzare la faccenda, dichiarando il 22 marzo alla CNN: “Con le stesse testate impiegate sugli altri missili, non fanno molta differenza, tranne che per il fatto che è quasi impossibile intercettarli”. Anche la Gran Bretagna fa finta di nulla. 

Il vicemaresciallo della Royal Air Force Mick Smeath ha commentato sul Guardian, con una certa leggerezza: “E’ altamente improbabile che lo schieramento di missili ipersonici Kinzhal influisca materialmente sull'esito della campagna russa in Ucraina. E’ molto probabile che le affermazioni russe di aver utilizzato lo sperimentale Kinzhal abbiano lo scopo di sminuire la mancanza di progressi nella campagna di terra”.

In realtà, proprio i missili, ipersonici o non, sono un asso nella manica del Cremlino, potendo colpire con rapidità ogni punto dell’Ucraina, e in particolare basi e depositi, demolendo a poco a poco l’apparato difensivo nemico. Il 19 marzo i russi hanno affermato di aver devastato i centri radio e di intelligence di Odessa, che sarebbero stati colpiti con missili Bastion da difesa costiera. Poichè i Bastion, normalmente, sono usati su rampe autocarrate e hanno una gittata di 350 km, è probabile siano stati sparati da batterie mobili sulle coste della Crimea, che ne dista da Odessa 200.


Il 21 marzo è stato distrutto un centro commerciale della periferia di Kiev, nel quartiere di Vinogradar, con “armi di precisione a lungo raggio” non specificate da Mosca, che hanno ucciso 8 persone. I russi hanno sostenuto fosse un obbiettivo militare, in quanto il centro commerciale era chiuso e “utilizzato come deposito di munizioni e riparo per lanciarazzi multipli che sparavano sulle nostre truppe”. Il portavoce russo Konashenkov non ha spiegato se nell’attacco sono stati usati ipersonici Kinzhal, ma altri comunicati dell’agenzia TASS hanno specificato che “sono stati sparati alcuni Kinzhal da distanze di 1.000 chilometri raggiungendo i bersagli in meno di 10 minuti e confermando la loro efficacia nel distruggere obbiettivi altamente protetti”, oltre al fatto che “continueremo a usare queste armi”.

Forse erano di questo tipo i due missili che hanno spianato lo stesso giorno un altro obbiettivo, la base militare ucraina d’addestramento di Novaya Lubomirka, alla periferia di Rivne, in quella parte occidentale dell’Ucraina che, a ridosso della Polonia, è la porta d’ingresso per armi e probabilmente anche volontari dai paesi NATO. Le forze del Cremlino hanno affermato che a Rivne sarebbero stati uccisi dai missili “più di 80 tra mercenari e nazionalisti”, ma come tutti i fatti riportati in guerra, non ci sono verifiche indipendenti.

Il 23 marzo il governo russo ha diffuso immagini filmate di una possente scarica missilistica di ben 8 Kalibr lanciati in rapida successione da una nave da guerra russa non identificata che si trovava al largo di Sebastopoli, pur senza spiegare quale fosse l’obbiettivo degli ordigni. Ancora dei Kalibr hanno distrutto il 25 marzo quella che è stata considerata la maggior base di rifornimento dell’esercito ucraino, localizzata nel villaggio di Kalynovka, circa 250 chilometri a sud ovest di Kiev.


Di fronte a simili armi, l’Ucraina non ha nessun tipo di profondità strategica mediante la quale porre al riparo risorse e materiali essenziali.

Ciò che possono fare le forze ucraine è sparare razzi e missili di potenza più limitata su una stretta fascia di confine con la Russia, tenendo conto peraltro che il grosso della frontiera è controllato ormai dai russi. In un estremo tentativo di rappresaglia, il 25 marzo alcuni razzi campali di tipo non precisato, forse Grad, sono stati sparati sul villaggio russo di Zhuravlyovka, nella regione di Belgorod, ad appena un paio di chilometri dalla frontiera, col risultato di uccidere il prete ortodosso, nonché cappellano militare della Marina, con passata esperienza di conforto spirituale ai sommergibilisti, Oleg Artyomov. Il pope ortodosso è diventato così il primo morto russo in territorio russo dall’inizio della guerra.

Gli ucraini non possono sperare, se non con spie e sabotatori, di creare problemi all’apparato industriale e logistico russo nell’immenso paese. Perciò Kiev si deve consolare diffondendo voci d’intelligence non confermabili secondo le quali la maggior fabbrica di carri armati della Russia, la celebre Uralvagonzavod di Nizhni Tagil, vicino agli Urali, avrebbe “sospeso la produzione per mancanza di componenti”. Pare tuttavia molto difficile, quasi incredibile, che una simile industria strategica non abbia approntato magazzini d’emergenza in vista del conflitto.

La chiamata della NATO

Nonostante la NATO abbia riaffermato, ancora durante il grande vertice straordinario del 24 marzo a Bruxelles, il suo appoggio al presidente ucraino Volodymir Zelensky, oltre alle sanzioni economiche alla Russia, l’unico supporto a Kiev resta un massiccio rifornimento di armi leggere, anticarro e antiaeree, tuttavia insufficienti, da sole, a ribaltare gli equilibri. Il segretario generale dell’alleanza, il norvegese Jens Stoltenberg, il cui mandato è stato prorogato di un anno, ha confermato durante il vertice: “Stiamo fornendo molti diversi tipi di aiuti all’Ucraina, ma abbiamo anche chiarito che non manderemo soldati NATO sul terreno, né aerei NATO nei cieli. La NATO ha la responsabilità di far sì che il conflitto non si estenda oltre l’Ucraina”.

Il vertice si è svolto sotto l’egida dell’egemone, ovvero il presidente americano Biden, per la prima volta giunto in Europa dopo lo scoppio del conflitto, che ha proclamato: “La nostra dichiarazione congiunta oggi mostra come la Nato sia forte ed unita più che mai”.


E sancendo la costituzione di quattro nuovi battaglioni, per circa 4.000 militari totali, da inviare nei prossimi giorni in Slovacchia, Romania, Bulgaria ed Ungheria, sommandosi ai circa 40.000 soldati complessivi che coprono il fianco Est dell’alleanza, ha aggiunto: “Da qui al summit NATO di giugno svilupperemo piani per forze aggiuntive e capacità per rafforzare le difese dalla NATO, adotteremo un Concetto strategico aggiornato in modo da garantire che la Nato sia pronta ad affrontare ogni sfida nel nuovo e più pericoloso ambiente di sicurezza”.

Frattanto è stato concordato che i paesi membri porteranno gradualmente le loro spese militari alla soglia del 2% del Pil che gli Stati Uniti raccomandavano da decenni. Certo, non sono state ascoltate le richieste di Zelesnky volte a ottenere, se non l’impossibile no-fly zone, la fornitura all’Ucraina “dell’1% dei carri armati e aviogetti dell’alleanza”. Nei paralleli vertici dell’Unione Europea e del G7 svoltisi a Bruxelles è stata concordata la vendita agli alleati europei di 15 miliardi di metri cubi annui di gas liquefatto statunitense, trasportato via nave, per diminuire la dipendenza dal gas russo, ma la quantità è troppo esigua e raggiungerà 30 miliardi di metri cubi solo verso il 2030.

Secondo la CNN sono arrivate in Ucraina le prime forniture di armi della partita da 800 milioni di dollari voluta dal presidente americano Joe Biden, e comprendenti ulteriori missili anticarro Javelin, ma hanno confermato nuove consegne anche i tedeschi, che invieranno presto 2.000 lanciarazzi anticarro Matador RGW-90 e Panzerfaust 3, i quali però sono efficaci solo su brevi distanze, fino a 300/500 metri ed espongono chi li usa a enormi rischi, a differenza dei Javelin, lanciabili anche da 1-4 chilometri.


Da Berlino sono in arrivo anche grandi quantità di combustibile ma fonti ucraine parlano anche di 1500 missili antiaerei ‘Strela’ surplus piuttosto datati dell’esercito della Germania Est, mitragliatrici e 8 milioni di munizioni per armi leggere.

Il premier britannico Boris Johnson ha promesso “6000 nuovi missili” antiaerei e anticarro e 25 milioni di sterline a Kiev per pagare gli stipendi ai militari che si aggiungono ai 4mila missili e 400 milioni già consegnati: la Svezia offre 5000 armi anticarro spalleggiabili e antiaeree e la Finlandia armi non meglio specificate.


La Slovacchia offre inoltre la sua vecchia batteria antiaerea a lungo raggio S-300 con 5 missili di origine russo-sovietica, in quanto di un tipo d’uso già abituale per gli ucraini. Sul rischio che i russi possano attaccare direttamente i convogli logistici alleati appena oltre i confini ucraini, il Consigliere per la sicurezza nazionale USA, Jake Sullivan, ha avvertito: “Gli Stati Uniti stanno definendo i piani di risposta alla possibilità che la Russia scelga di colpire il territorio della NATO nel contesto di un raid contro convogli di armi diretti all’Ucraina o qualsiasi altro”.

Nel complesso, ciò che si teme è che la NATO finisca col fornire a Kiev il minimo indispensabile per tenere in vita una resistenza stentata contro il gigante russo, allo scopo semplicemente di far impegolare Mosca in una specie di “Siria europea” che possa durare anni, con conseguenze, in prospettiva, disastrose più per il popolo ucraino che per la Russia. Del resto, fra gli esperti serpeggia l’ipotesi che si stia ormai assistendo a una “guerra per procura” USA-Russia in cui, in pratica, la Russia combatte in prima persona, mentre gli ucraini sono strumento di Washington.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le illazioni occidentali circa un possibile uso di armi chimiche o perfino nucleari tattiche da parte russa come “antidoto” al presunto fallimento sul campo, tutto ancora da dimostrare. E quando il portavoce di Putin, Dmitri Peskov ha osservato che “la Russia userebbe le armi nucleari solo nel caso in cui ne fosse minacciata l’esistenza”, il portavoce del Pentagono John Kirby l’ha tacciato di “irresponsabile” solo perché aveva ricordato un tratto noto da tempo della dottrina nucleare russa, che contempla in alcuni casi “il primo uso” esattamente come quella americana.


Di questi messaggi di nervosismo calcolato fanno parte forse anche rivelazioni come quella del New York Times, che il 24 marzo ha svelato l’esistenza di una struttura consultiva che la Casa Bianca ha costituito fin dal 28 febbraio scorso, 4 giorni dopo l’inizio del conflitto.

E’ il roboante “Tiger Team”, squadra di funzionari della sicurezza nazionale USA che si riunisce “tre volte la settimana in sessioni segrete”, per esaminare la situazione e codificare in anticipo le possibili opzioni d’azione, soprattutto nel caso di utilizzo da parte della Russia di armi chimiche, biologiche o nucleari.

Secondo il NYT, il Tiger Team sta organizzando il sostegno americano all’Ucraina, anche in forniture di armi e forse, nell’ipotesi di una presenza occulta di addestratori, anche in impiego di unità speciali come quelle prima citate. Fra i compiti della commissione “fantasma”, anche consigliare Biden su cosa fare se i russi attaccassero paesi vicini che non fanno parte della NATO, come Georgia o Moldavia. Lo stesso Biden ha ricordato il 25 marzo che “gli Stati Uniti sono pronti a usare anche armi nucleari in casi estremi”, non precisati.

Mosca respinge le accuse relative a tentazioni di uso di armi NBC e, anzi, ha ricordato i sospetti sui programmi di armi biologiche sviluppati congiuntamente da USA e Ucraina e concretizzatisi secondo i russi in ben 30 laboratori segreti. Peskov ha il 25 marzo osservato: “È chiaro che gli americani cercano di distogliere l’attenzione parlando di una pretesa minaccia russa sullo sfondo dello scandalo provocato dai programmi di sviluppo delle armi chimiche e biologiche che gli Stati Uniti hanno organizzato in diversi Paesi, compresa l’Ucraina”.


Intanto, Igor Kirillov, capo della Forza di Protezione Chimica e Biologica, ha mostrato dei documenti ucraini e americani, che sarebbero stati scoperti le operazioni in Ucraina e che testimonierebbero il ruolo del fondo d’investimenti Rosemont Seneca Partners, presieduto da Hunter Biden, figlio del presidente americano, nel finanziare i presunti laboratori di armi biologiche in Ucraina

Secondo Kirillov, ne sarebbero complici il Pentagono, l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale, i Centri per il Controllo e la prevenzione delle malattie e anche la fondazione di George Soros, il miliardario americano già accusato da vari paesi, come l’Ungheria, di trame destabilizzanti. Kirillov ha inoltre sostenuto che “gli USA e i loro alleati hanno evacuato dall’Ucraina oltre 16.000 campioni biologici, sviluppati per scoprire quali sono gli agenti patogeni più dannosi per una data popolazione”.

E prosegue: “Attraverso il progetto UP-8 avrebbero fatto test di anticorpi per hantavirus a 4.000 soldati di Leopoli, Kharkiv, Odessa e Kiev, più 400 per la febbre Congo-Crimeana. Almeno 10.000 campioni sono stati trasferiti ai laboratori del Lugar Research Center di Tblisi, in Georgia, altri al Loeffler Institute in Germania. Tutto ciò crea rischi di sicurezza biologica per tutte le regioni in cui i campioni sono stati ricollocati”.

Il livello della sfida, insomma, si fa via via più pericoloso al crescere delle reciproche accuse, come mai era accaduto durante la Guerra Fredda.

Foto: NATO, Difesa.it. Ministero della Difesa Russo, Ministero della Difesa Ucraino, Twitter, ISW e TASS

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