L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 marzo 2022

Il clero televisivo ci intrattiene regalandoci emotività à gogo, sensazionalismo a raffica, dibattiti estenuanti e asfittici. È passato dalla Paura&Terrore dell'influenza covid alla guerra con una disinvoltura unica e senza nessuna ammenda del suo comportamento folle, adotta i principi della pubblicità, batti e batti il chiodo entrerà, e non è un caso che tra una pubblicità e l'altra ci sommergono di melma ideologica, snaturando il pensiero razionale e critico

Negate nella guerra al virus, libertà e democrazia riesumate per la guerra vera. Ma con che credibilità?

di Gianluca Spera, in Politica, Quotidiano, del 7 Mar 2022, 03:57


Da quando è iniziato tutto il martellamento pandemico, me li immagino schierati come nella iconica copertina di Sgt. Pepper’s, uno dei più famosi album dei Beatles: chi in prima fila accanto ai Fab Four e chi più defilato a scrutare l’orizzonte, chi al posto del tenebroso Edgar Allan Poe e chi al posto del più glamour Tony Curtis, chi al posto del rivoluzionario Karl Marx e chi al posto del “menestrello” Bob Dylan, chi al posto dello scrittore beat Borroughs e chi al posto dell’angelica Marlene Dietrich. Parlo ovviamente dei virologi che hanno occupato per diversi mesi i palinsesti televisivi e adesso vedono spegnersi le luci della ribalta. Infatti, ora che “WarNews24” trasmette ininterrottamente da mattina a sera, si è passati da un’infodemia all’altra senza soluzione di continuità con inevitabile calo d’attenzione sull’emergenza che ha tenuto gli italiani inchiodati in casa e davanti alla televisione per un bel po’ di tempo. Inevitabilmente, a tutti i personaggi che hanno affollato i salotti televisivi sono subentrati gli esperti di questioni geopolitiche. Lo schema è sempre lo stesso: emotività à gogo, sensazionalismo a raffica, dibattiti estenuanti e asfittici.

Eppure al lessico bellico ci eravamo abituati. Basta riportare tutta una serie di dichiarazioni che già all’epoca erano sembrate parossistiche e ora assumono toni quasi profetici. Proprio il professor Galli fu uno dei primi a usare la metafora bellica a metà marzo del 2020: “Siamo in guerra, servono soluzioni eccezionali”. In effetti, il Paese era da poco entrato nel lockdown durissimo imposto dal governo Conte ma ancora non si era compreso quanto sarebbe durato questo stato di sospensione e fin dove si sarebbero spinte le leggi “marziali”. Più avanti nel tempo, è stato Marcello Sorgi su La Stampa a prefigurare l’ipotesi di un governo militare nel caso in cui i partiti avessero messo i bastoni tra le ruote a Draghi che, nel frattempo, era approdato a Palazzo Chigi. Ma, d’altronde, uno dei primi atti del governo guidato dall’ex capo della Bce è stato proprio la nomina del generale Figliuolo a commissario straordinario in sostituzione di Arcuri. Così gli italiani hanno imparato a riconoscere la divisa piena di lustrini messa al servizio dell’emergenza sanitaria. Si va à la guerre comme à la guerre, come si suol dire. E, allora, a quel punto, si agisce di conseguenza sia “somministrando l’informazione con modalità meno democratiche” (ancora meno?, ndr) come suggerito dall’ex premier Mario Monti o usando perfino il diritto penale contro i renitenti come consigliato sobriamente dal filosofo Galimberti.

Per cui, il risveglio sotto le bombe è stato scioccante ma almeno non ha richiesto un cambio dei toni e dei registri linguistici. Risulta, però, paradossale che nel frattempo siano stati rispolverati parole e concetti che sembravano banditi. Si è registrato una sorta di tardivo risorgimento intellettuale dopo il torpore pandemico. L’aggressione armata sferrata da Putin ha riportato in auge i valori della tradizione occidentale messi in soffitta per molti mesi: la libertà, i diritti, la democrazia. Peccato che, mentre ci si appassiona giustamente per quanto di orribile sta accadendo in Ucraina, si resta inflessibili sulle norme sanitarie. Tanto è vero che, di fronte alla prospettiva di un’eliminazione delle rigide misure ancora in vigore, il primo a infervorarsi è stato Galli: “Evitiamo il condono sanitario che avrebbe effetti peggiori di quello fiscale”. Per poi passare direttamente al cuore del nuovo problema. La sua tesi è piuttosto discutibile: le riaperture vengono usate dai politici per distrarre dai veri problemi con tanto di tirata d’orecchie allo “sguaiato” Boris Johnson e al “distratto” Mario Draghi. Concetto rafforzato da Ricciardi che ha parlato di “patto scellerato” tra cittadini e governo di Sua Maestà sulle riaperture, nonché di sanità britannica simile a un “girone infernale”.

In effetti, è un po’ azzardato parlare di riaperture in Italia, perché la carta verde non sarà eliminata almeno fino al mese di giugno con timidi allentamenti per tentare di salvare in extremis almeno il comparto turistico già gravemente compromesso da queste norme ottuse. Anche se, prima che cessi lo stato d’emergenza sanitario, è già stato proclamato quello bellico fino al 31 dicembre così da smentire il pensiero di Galli, in quanto appare evidente che ormai l’eccezione è diventata la regola e serve alla politica per costruirsi una propria trincea difensiva.

Perciò, appare bislacca pure la tesi sostenuta da molti secondo cui chi ha contestato le misure sanitarie, definendole liberticide, dovrebbe pentirsi di fronte all’autocrazia putiniana che sta distruggendo un Paese sovrano e mostrando al mondo cos’è davvero un potere tirannico. Un ragionamento di questo tipo, però, risente di un’eccessiva approssimazione. Per quanto sia innegabile il dispotismo del capo del Cremlino (e molti sono stati per lo meno disattenti negli ultimi vent’anni), confondere i piani della discussione non giova a un dibattito articolato e conduce a conclusioni banali. Semplificando: il fatto che Putin invada l’Ucraina non sposta il giudizio sul Green Pass. Eppure, c’è chi sostiene con fervore questa teoria come Aldo Grasso sul Corriere della Sera, il quale ha scritto che ci sarebbe da provare imbarazzo per tutte le espressioni usate a vanvera tipo “dittatura sanitaria”. “Di fronte alla tragedia, ai morti, ai palazzi sventrati, alla deriva totalitaria del putinismo, un senso di vergogna dovrebbe aiutarci a rimettere certe parole al loro posto”, conclude Grasso.

Beh, si potrebbe pure concordare sulla chiosa ma a patto di rivedere le premesse. Forse, le parole fuori posto sono quelle che sono state passate in rassegna nella parte iniziale di questo pezzo. Sono i riferimenti bellici a risultare del tutto inappropriati, quasi irritanti quando poi ci si ritrova davanti a una vera guerra che può estendersi fino a coinvolgere le principali potenze mondiali con esiti che sarebbero catastrofici. Così come ci sarebbe da arrossire innanzi all’ormai famoso lasciapassare al cui possesso sono subordinati diritti fondamentali, perfino quello al lavoro e alla retribuzione. Perciò, con tutto il rispetto per chi la pensa come Grasso, la cosa più giusta da fare sarebbe abolire la carta verde immediatamente. E sarebbe assurdo continuare a mantenere uno strumento coercitivo e discriminatorio proprio adesso che siamo davvero coinvolti in un conflitto militare e ci troviamo ad affrontare un nemico subdolo e pericoloso che punta a distruggere i nostri valori fondativi.

Ora che il caravanserraglio pandemico è stato oscurato dai palazzi sventrati di Kiev e silenziato dal frastuono delle bombe che squarciano il territorio ucraino provocando morti e feriti, è arrivato il momento di ripristinare lo stato di diritto ed eliminare anche l’ultima restrizione sanitaria. Così, forse avremo anche maggiore autorevolezza e credibilità sul piano internazionale per affrontare i signori della guerra.

A meno che non si voglia dar retta a quelli che ancora non si rassegnano all’evidenza come Walter Ricciardi, il già citato consulente del ministro Speranza, il quale in un doppio intervento domenicale (editoriale su Avvenire e intervista al Messaggero) fa sapere che non solo non intende ammainare la certificazione verde ma rilancia a modo suo la metafora militare: “Si tratta di vere e proprie guerre e nessuna delle due va sottovalutata da chi vuol costruire una pace giusta”. E, su questo finale così accorato e sulle guerre che raddoppiano, Orwell gongolerebbe: il Green Pass non solo è sinonimo di libertà come ci hanno insegnato, ma adesso è pure speranza di pace. Speranza intesa come sostantivo, naturalmente.

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