L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 marzo 2022

Il servilismo del VOSTRO criminale Draghi è stanato tutti lo evitano ad esclusione del clero televisivo e del Circo mediatico italiano

Piange il telefono: l’irrilevanza di Draghi nel panorama internazionale e i pericoli per l’economia italiana
Il premier Mario Draghi è ignorato da tutte le cancellerie internazionali sulla guerra ucraina, sebbene impatti sull'economia italiana
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 12 Marzo 2022 alle ore 15:47


Dov’è finito “Super Mario”? A quanto pare, strada facendo avrà perso molti suoi superpoteri, compreso quello di magnetizzare i suoi interlocutori. Da quando sono esplose le tensioni geopolitiche nel cuore d’Europa, del premier Draghi non v’è traccia nei consessi internazionali. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, era stato ignorato dalle cancellerie europee, con Francia, Germania e Regno Unito ad avere gestito i colloqui con Mosca e Kiev nel tentativo di evitare la guerra. Quando questa è scoppiata, l’Italia ha continuato ad essere ignorata.

In sede di comminazione delle sanzioni contro la Russia, l’opposizione di Draghi è stata spenta due sabati fa, allorquando la stampa americana lanciava la notizia che il suo governo avrebbe trattato con i russi di affari a favore di società italiane fino alla metà del febbraio scorso. La stigmatizzazione di un comportamento, che è finito per isolare e paralizzare l’iniziativa italiana.

La marginalità di Draghi fuori dall’Italia

E l’altro ieri, è arrivata la notizia che il presidente cinese Xi Jinping ha parlato al telefono con il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron, cercando di mediare per risolvere il conflitto in Ucraina. Ancora una volta, Draghi non pervenuto. E’ un grosso guaio per l’economia italiana, che dalle sanzioni rischia più di tutte. La sua dipendenza energetica dalla Russia è maggiore di quella di qualsiasi alto paese europeo. Eppure, il nostro governo sta mostrando alcuna capacità d’influenza decisionale in Europa. Subiamo passivamente le iniziative concertate a Berlino come a Parigi e che difficilmente tengono conto dell’interesse nazionale italiano.

Draghi sembrava essere l’asset perfetto per tornare a proteggere gli interessi italiani, ammesso che lo abbiamo mai fatto in passato. Figura autorevole, competente e con una visione delle cose. I risultati sin qui conseguiti appaiono fallimentari, in linea con quelli di tutti i suoi predecessori. Così come la Francia bombardò la Libia nel 2011, sottraendola alla sfera d’influenza italiana e in cambio rifilandoci da oltre un decennio sbarchi incessanti di clandestini, anche stavolta rischiamo che altri decidano sulle nostre teste senza neppure consultarci e finendo per danneggiarci.

Ignorati gli interessi dell’economia italiana

Se l’Europa non ha (ancora) imposto alcun embargo su petrolio e gas russi, lo dobbiamo alla sola opposizione di Germania e Olanda. La voce dell’Italia è stata semplicemente ignorata, anzi non c’è stata. Roma è paralizzata dal chiacchiericcio che da anni gira attorno a sé e che la vedono ora troppo vicina alle posizioni di Mosca, ora a quelle di Pechino. Con il governo “giallo-verde”, solamente tre anni fa firmavamo l’intesa con la Cina per fare parte della Via della Seta, un’iniziativa senza precedenti in Europa e che attirò le ire dell’America e le perplessità dell’Unione Europea.

Siamo stati percepiti come il cavallo di Troia cinese in Occidente. Di quella firma, per fortuna, non se ne fece nulla, a conferma che l’Italia non sappia neppure cosa vada sottoscrivendo e con quali conseguenze. Ma di quell’accordo sono rimasti il sospetto delle altre cancellerie e il disgusto di Pechino per il cambio successivo di linea dell’Italia. Il partito filo-cinese esiste tuttora a Roma e vanta molteplici esponenti nel Partito Democratico e nel Movimento 5 Stelle. Viceversa, il partito filo-russo albergava fino al mese scorso sempre tra i 5 Stelle e parte della Lega. Draghi è rimasto vittime di queste contraddizioni: si pone a capo di un governo occidentalissimo, quando al suo interno esistono posizioni diametralmente opposte.

Per l’economia italiana è una sciagura. Dalla guerra ucraina uscirà verosimilmente un equilibrio geopolitico, economico e finanziario mondiale differente da quello odierno e che regolerà i rapporti tra gli stati nei prossimi decenni.Il mondo post-’89 è finito. L’Italia rimase travolta dalla caduta del Muro di Berlino, non riuscendo più a mantenersi strategica per la superpotenza americana da un lato e il resto d’Europa dall’altro. E rischia di vanificare anche questa nuova opportunità di rimescolare le carte, a causa di una leadership dal grande spessore tecnico, ma politicamente irrilevante e incapace. L’emissione di nuovi eurobond per sostenere i costi della guerra sembra l’ennesimo contentino a un paese, che all’estero è relegato alla marginalità con il pretesto di essere indebitato e dipendente dalla generosità fiscale e monetaria altrui. Draghi avrebbe dovuto sovvertire tale destino; invece, lo sta rendendo fatalisticamente ineluttabile.



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