L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 marzo 2022

Io sano, non inoculato, non posso andare alla posta a ritirare la pensione

Le pesanti eredità culturali e sociali della pandemia: i danni più preoccupanti per l’Occidente


 di Fabrizio Borasi, in Politica, Quotidiano, del 14 Mar 2022, 03:48


La pandemia, “adesso che va via”, come direbbe Checco Zalone, uno dei pochi artisti ancora dotati di un senso dell’umorismo non ideologico, capace di far riflettere anche nelle situazioni più drammatiche, lascia dietro sé, oltre alle vittime e agli enormi danni economici, tutta una serie di eredità culturali e sociali negative che minacciano di condizionare pesantemente negli anni a venire la vita civile dei Paesi occidentali. E in particolare del nostro, uno dei più sensibili alle modifiche culturali in atto, dato che tipica della mentalità italiana è da sempre la corsa alla perfezione astratta, quella che risulta dai principi ideali, che quando sono di tipo negativo, finiscono per creare dei disvalori difficili da contrastare.

Molti affermano che i valori e i criteri che si sono affermati nel gestire la pandemia rappresentano in sostanza una (ulteriore) applicazione dei principi, già di per sé ampiamente criticabili in precedenza, propri del politicamente corretto (“pandemicamente corretto” è l’espressione usata da qualcuno). Il discorso è troppo complesso da affrontare in questo breve scritto, ma è un fatto che un certo tipo di mentalità, diretto a realizzare anche nel caso particolare il mondo perfetto, quello a “Covid zero”, e a realizzarlo in modo “corretto”, senza “sporcarsi le mani”, senza cioè prendersi la responsabilità di sbagliare e di riconoscere i propri errori (che rappresentano le uniche vie per ottenere risultati positivi nel nostro mondo fisicamente e moralmente imperfetto), ma vantandosi sempre di fare la “cosa migliore” o addirittura “l’unica possibile”, ha influito non poco sul modo di affrontare la malattia, e soprattutto ha messo radici, grazie alle scelte dei governanti e all’azione dei mass e social media, nel tessuto sociale e rischia di permanervi ancora a lungo negli anni a venire.

Ora la gestione dell’epidemia, come la versione precedente di un’app, non è più di moda, la stessa non interessa più ai mass media, e se qualcuno ne è ancora toccato (da noi le persone a tutt’oggi prive del lavoro e di alcuni diritti fondamentali) viene quasi pregato di non disturbare i discorsi sulla nuova emergenza, quella legata alla guerra in Ucraina, quasi che avessero ragione coloro che prevedono che stiamo andando verso un mondo dove ogni evento drammatico diventa emergenza e il vero stato di eccezione diventa la normalità. Vale però la pena, anche se qualcuno le giudicherà fuori tempo massimo, fare alcune brevi considerazioni sulle istituzioni culturali e sociali intaccate da quanto accaduto negli ultimi due anni.

La prima (ed è naturale che sia così) è stata la medicina moderna, la medicina sperimentale, l’arte che per eccellenza si basa sui propri errori e impara da essi. Lo storico e politologo scozzese trapiantato in America Niall Ferguson nel suo fondamentale libro sulla genesi e l’evoluzione futura della civiltà occidentale (“Civilisation – The West and the rest”, tradotto in italiano con il titolo “Occidente – Ascesa e crisi di una civiltà”), tra i fattori che hanno determinato il successo planetario della nostra civiltà comprende anche la medicina moderna, che ha portato il benessere fisico e prolungato in maniera la vita media degli uomini in tutti i continenti. Ad essere per primo intaccato sin dall’inizio dell’epidemia è stato il carattere sperimentale della medicina: al dovere di affrontare la malattia anche basandosi sui propri errori (inevitabili soprattutto di fronte ad un virus nuovo e frutto probabilmente di un errore di laboratorio) si è sostituito l’imperativo dell’azione perfetta, quasi che i sanitari non dovessero mai sbagliare, e il risultato è stato che poiché non esisteva una cura perfetta (cioè sicuramente efficace) per il Covid, allora non si doveva intervenire, ma limitarsi a consigliare la “vigile attesa”. Un approccio simile è stato seguito nel modo di valutare ed affrontare i sintomi della malattia: anche se sin dall’inizio si è capito che solo una minoranza dei contagiati (positivi ai tamponi) si ammalava in maniera grave, la semplice possibilità di ammalarsi rendeva ogni contagiato un futuro malato e anziché curare le persone a rischio si è pensato essenzialmente di impedire i contagi, perché solo quella era l’azione “corretta”. Così la medicina ha rinunciato alla mentalità sperimentale (salvo lodevoli eccezioni, è giusto dirlo, che da noi hanno portato i loro protagonisti ad avere vita dura dal punto di vista professionale e civile) e si è trasformata in una medicina dogmatica con un unico imperativo: quello di realizzare la scelta senza difetti, anche a costo di non confrontarsi con le conseguenze delle proprie decisioni.

La seconda vittima intaccata da questa mentalità è stata la politica, l’arte di realizzare il bene collettivo: da sempre nella cultura occidentale (Ferguson nel suo libro lo mette in luce in maniera molto chiara) la medicina ha svolto un ruolo “separato” rispetto ai valori incarnati dalla politica (a differenza della medicina di tipo religioso che dava ai suoi seguaci anche un potere politico) e questa è sempre stata la forza dei suoi successi. Nell’affrontare il Covid invece, in conseguenza della comune volontà di agire in maniera corretta, di non commettere errori, si è creata una confusione tra politica e medicina che ha portato i governanti a emanare in sostanza delle prescrizioni sanitarie che sono andate ad incidere sulla vita individuale dei cittadini, e gli “esperti” sanitari a dettare di fatto le regole politiche di interesse collettivo. In questo modo la politica ha rinunciato a sua volta ad esercitare il nucleo centrale della sua arte, quello di sapere graduare e saper mirare i suoi provvedimenti con riferimento alle diverse situazioni concrete (ad esempio alle fasce di età delle persone), preferendo adottare, vantandosene, le decisioni più restrittive possibili.

Come in un effetto domino, dopo la politica ad essere intaccato è stato il diritto, l’arte di stabilire e di applicare le regole della convivenza civile. I poteri di cui lo stato dispone (art. 32 Cost.) di imporre un trattamento sanitario obbligatorio anche collettivo, presuppongono che i governanti (il governo e il parlamento) si assumano la responsabilità di valutare i pro e i contro di scelte che, incidendo sulla disponibilità del proprio corpo, intaccano pesantemente i diritti individuali, e presuppongono una altrettanto necessaria chiarezza da parte dello stato nel collegare tra loro gli effetti dei provvedimenti e le finalità degli stessi, nel senso che deve esistere un legame ragionevole tra i primi e i secondi; in caso contrario si ha quello che si chiama tecnicamente “eccesso di potere”, un potere cioè esercitato per fini diversi da quelli previsti. Nel momento in cui l’unico fine pubblico privo di difetti è diventato quello di evitare i contagi in generale (anche delle persone sane) e non quello di tutelare i probabili malati (le categorie a rischio) ogni restrizione è diventata in pratica possibile, anche le più irrazionali e anche quelle che non solo non sono state utili dal punto di vista sanitario, ma hanno privato e privano i cittadini di diritti fondamentali quali quello al lavoro e alla libertà di circolazione e di riunione, e tutto ciò nel nome della mentalità che ha fatto dell’approccio “corretto” (privo di errori) all’epidemia l’unico possibile.

La conseguenza forse più grave di tutto questo è stata il fatto che gli stessi rapporti sociali, talora anche quelli personali e familiari, sono stati intaccati e modificati dalla pandemia. Anche qui la mentalità dell’azione corretta, amplificata e diffusa capillarmente dei mass media, ha creato in molte persone una paura non riferita alla propria possibilità empirica di ammalarsi (che dovrebbe essere graduabile in base alla proprie condizioni individuali), ma al concetto astratto di un pericolo non conosciuto (e la disinformazione è stata un’altra piaga determinata dalla mentalità di cui stiamo parlando), che si può affrontare solo se si agisce nell’unica maniera corretta possibile, quella indicata dall’alto. In base a questa mentalità, molti, erroneamente equiparando possibilità astratta di contagio e malattia reale hanno invocato misure sempre più dure verso i “criminali” che non si vaccinano, o hanno approvato in maniera acritica le misure del governo affermando che “la gente va educata”, e (cosa grave) persino molti bambini hanno rifiutato di giocare con i figli di persone non vaccinate.

Causa ed effetto di questa trasformazione dei rapporti sociali è stata infine l’attività dei mezzi di informazione, altra vittima di questa mentalità perfettista, che nel momento in cui non ammette la possibilità di sbagliare non ammette nemmeno il confronto con le posizioni contrarie, anche solo moderatamente e parzialmente contrarie, come ad esempio quelle di chi ritiene i vaccini utili, ma solo per determinate fasce di età e per determinate situazioni anche professionali, persone tutte queste demonizzate come no-vax. La cosa triste nei dibattiti e nelle opinioni dei mass media (a parte qualche lodevole eccezione) non è stata tanto la divergenza tra i diversi punti di vista (cosa che è fisiologica non solo nel campo politico, ma anche in quello scientifico), quanto il carattere dogmatico di chi parla per slogan e con slogan risponde ai ragionamenti critici, anche quelli più argomentati e più moderati.

Allo scrittore britannico cattolico Gilbert K. Chesterton, creatore del personaggio del prete-detective padre Brown, viene in genere attribuita una frase significativa: “Il grosso rischio di non credere più in Dio non è quello di non credere in nulla, ma quello di credere a tutto”. La pandemia ha messo in luce che una mancanza di fondo di valori (relativismo morale) e di criteri di verità (relativismo scientifico), comunque basati su principi “trascendenti” rispetto alla realtà materiale, anche se non necessariamente legati alla fede religiosa, porta troppo spesso gli esseri umani a credere ciecamente, dogmaticamente (ogni relativismo è sempre dogmatico) alle opinioni che affermano di essere le uniche corrette e che grazie anche al ruolo dei mass media, anch’essi condizionati da tale mancanza di valori e criteri oggettivi, si impongono come tali nell’ambito “ufficiale” (o mainstream, come si usa dire) della scienza, del diritto e della politica.

Le conseguenze di tutto questo sono quelle cui si è accennato in precedenza, e che comunque i lettori conoscono probabilmente meglio di chi scrive. Una nuova emergenza è già in atto ed altre probabilmente verranno, ma forse la consapevolezza delle conseguenze drammatiche di questo cedimento culturale ai dogmi dell’azione senza difetti, dell’azione corretta “a rischio zero”, che poi si traduce in quello che tradizionalmente si chiamerebbe un peccato di superbia, può essere d’aiuto ad affrontarle in maniera diversa, più ragionevole e più (mi si permetta il termine) “umana”. Si tratta di una sfida culturale importante nella quale molti Paesi (soprattutto, nonostante i molti errori commessi anche da quelle parti, i Paesi anglosassoni) che hanno superato l’emergenza pandemica mantenendo i loro valori tradizionali sono avvantaggiati, ma che anche il nostro che per tanti aspetti è stato all’avanguardia in senso opposto può è deve affrontare: il rischio è quello di una perdita irreversibile dei valori occidentali, e per l’Italia il rischio è la prospettiva di una lenta trasformazione in uno stato autoritario e arbitrario, inefficiente e repressivo, forte e debole al tempo stesso, e gestito da poche élites di (presunti) esperti, uno stato di tipo sudamericano.

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