L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 marzo 2022

La crescita sarà decrescita ma non diciamolo a Draghi che ha dato le armi agli ucraini gettando benzina sul fuoco, adesso forse capisce che sta facendo delle stupidaggini enormi

L’economia italiana sprofonda e Draghi cambia registro: ora vuole telefonare a Putin
Il premier Mario Draghi sta prendendo atto che la guerra in Ucraina rischia di mandare l'economia italiana in recessione e cambia strategia
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 29 Marzo 2022 alle ore 15:40


L’Ucraina ha inserito l’Italia nella lista dei paesi “garanti per la sicurezza” insieme a Canada, Germania, Turchia e i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU (ad esclusione della Russia, s’intende). Una bella notizia per il nostro Paese, il quale può adesso ambire credibilmente ad avere voce nel dopoguerra ucraino che verrà. Il premier Mario Draghi si era spinto fino a ipotizzare l’ingresso di Kiev nell’Unione Europea, quando il presidente Volodymyr Zelensky si era collegato con Montecitorio nei giorni scorsi. E forse questa frase è valsa all’Italia tale riconoscimento.

Ma l’economia italiana sta pagando un prezzo molto alto per questa guerra. Le forniture di gas continuano a costare sei volte i livelli di un anno fa, il petrolio resta nei pressi dei 110 dollari al barile e solamente per fare benzina gli automobilisti italiani hanno speso 9 miliardi di euro in più negli ultimi sei mesi. Le previsioni di crescita sono state tagliate con l’accetta. Per Prometeia, il PIL quest’anno salirà del 2,3%, meno della metà del 4,7% atteso dal governo con il NADEF di settembre. L’Istat stessa lo ha già rivisto al ribasso dello 0,7% rispetto alle stime precedenti, ma avverte che la minore crescita potrebbe essere di dimensioni “molto superiori”.

Nel frattempo, la fiducia dei consumatori secondo l’ISTAT è crollata a marzo a 100,8 punti dai 112,4 di febbraio. Tra le imprese regge ancora a 105,4 punti dai 107,5 del mese precedente. Il caro benzina è stato scalfito per questo mese con il taglio delle accise di 25 centesimi, ma tornerà a divorare il potere d’acquisto delle famiglie tra qualche settimana. Il caro bollette costringe, poi, il governo Draghi a paventare un aumento del deficit per coprire parte delle spese extra di famiglie e imprese.Intanto, l’inflazione italiana a febbraio è salita al 5,7% annuo, al 6,1% secondo il dato armonizzato con il resto dell’Eurozona. A marzo, si prospetta un’ulteriore accelerazione sopra il 6%. Praticamente, la guerra ci sta lasciando più poveri e indebitati.

Draghi ora più attento all’economia italiana

Draghi sa che l’economia italiana non può reggere a lungo agli effetti delle sanzioni contro la Russia, come avverte Confindustria. Molte imprese spariranno dal mercato con costi di produzione così alti e, a quel punto, centinaia di migliaia di posti di lavoro rischiano di essere perduti definitivamente. Dopo avere assecondato la strategia di USA ed Europa contro Mosca – e la gravità della situazione imponeva all’Occidente di mostrarsi compatto e duro contro Vladimir Putin – negli ultimi giorni a Palazzo Chigi è cambiata l’aria. Complice l’uscita critica di Enrico Letta, segretario del PD, nei confronti del presidente Joe Biden e della sua battuta su “Putin macellaio”, il premier sta prendendo coscienza dell’impossibilità di vestire solo i panni del combattente con l’elmetto.

Peraltro, finora l’Unione Europea non sta mostrando alcuna reazione compatta alla crisi dell’economia provocata dalla guerra. Al vertice di Bruxelles di inizio marzo, Draghi ha preso un bel due di picche sugli eurobond, rifiutati da Olanda e Svezia. E dopo avere organizzato un vertice degli stati del Sud Europa a Roma, le sue proposte su acquisti comuni e tetto ai prezzi del gas non sono state recepite a Bruxelles. In altre parole, quando c’è stato di accollarsi i costi della “guerra” economica alla Russia siamo stati uniti, adesso che si deve discutere di come dare una mano alle economie in sofferenza a causa della guerra ucraina e del caro energia, ognuno fa per sé (solo le anime candite stanno prendendo coscienza che in Euroimbecilandia c'è il Progetto Criminale dell'Euro che deve andare avanti, sempre troppo tardi)

Da questa presa d’atto, Draghi starebbe meditando di sentire Putin al telefono. Non sarebbe un gesto rivoluzionario, dato che il Cremlino ha mantenuto il filo diretto con Parigi e Berlino. Roma dimostrerebbe di voler contribuire a risolvere la crisi, consapevole che più essa dura e più l’economia italiana sarà trascinata nel baratro. Deve anche dare risposte a una grossa parte della sua maggioranza contraria all’innalzamento della spesa militare al 2% del PIL. Nel Movimento 5 Stelle è battaglia contro tale scelta del governo, così come dalla Lega l’umore non è dei migliori. Di certo c’è che dopo le dichiarazioni belliche e con sbavature (vedasi il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio) delle prime settimane successive all’invasione dell’Ucraina, siamo passati dalla reazione emotiva al calcolo razionale. E già si scorgono minori elmetti tra ministri e segretari di partito. Cresce la voglia di diplomazia a Roma, dove si teme che il conto della guerra divenga insostenibile per l’economia italiana.

Nessun commento:

Posta un commento