L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 17 marzo 2022

La Fed di fatto attende. La Bce si è trovata completamente spiazzata dalle sue stesse affermazioni in cui rinuncia ad acquistare obbligazioni quando il suo mercato ha un bisogno disperato di liquidità dovuta al caro materie prime e dove forse dovrà dare sostegno diretto ad aziende che di per se fanno profitti enormi e se questo dovesse accadere sarebbe l'alibi perfetto affinché la Fed ritorni indietro e rinunci ai rialzi programmati.

La Fed alza i tassi ma grazie alle sanzioni può attendere che sia la Bce a deragliare

16 Marzo 2022 - 20:53

Come previsto, la Federal Reserve aumenta di un quarto di punto e conferma altri 6 ritocchi nel 2022. Ma la notizia è la richiesta di liquidità d’emergenza della European Federation of Energy Traders


Tutto come da copione. La Fed alza i tassi dello 0,25 per la prima volta dal 2018 e conferma altri sei ritocchi nel corso dell’anno, il tutto come risposta a un’inaspettata e violenta fiammata inflazionistica. Anche il dimagrimento dello stato patrimoniale dopo la mega-scorpacciata del Qe pandemico sarà più rapido che in passato e potrebbe finalizzarsi già al meeting di maggio. Insomma, nulla che stupisca.

Questa volta, però, per una ragione differente dal passato. E lo dimostra la reazione di Wall Street, decisamente più rapida e pragmatica degli osservatori nel prezzare in positivo i messaggi sottostanti all’ufficialità. Un quarto di punto di aumento è nulla a fronte di un’inflazione al 7.9% e con la prospettiva di una crisi energetica che potrebbe perdurare e acuirsi in base agli sviluppi incerti della crisi ucraina e delle tensioni attorno all’accordo sul nucleare iraniano. Se davvero fosse l’inflazione il problema, quantomeno si sarebbe seguita la strada tracciata da James Bullard in seno al board, unico a votare contro e propendere per un rialzo immediato di mezzo punto. Opzione anch’essa catalogabile come aspirina per contrastare una broncopolmonite ma, quantomeno, segnale di una direzione precisa.

Invece la Fed attende. In primis, ciò che mostrano da subito le curve dei rendimenti finite in inversione su almeno un paio di scadenze: ovvero, policy error all’orizzonte, ancorché mitigato nella magnitudo proprio dal minimo sindacale di rialzo operato. Con la crescita del primo trimestre attorno allo 0% e un’inflazione in area 8%, una Fed che agisca in questo modo lascia aperte solo due ipotesi di epilogo: recessione pressoché immediata e violentissima o, peggio, stagflazione di lungo corso. Perché l’ultima volta che il trend dei prezzi aveva raggiunto i livelli attuali, i tassi Fed Funds erano al 12,5%. Inutile proseguire con le disamine. Perché quelle curve invertite, di fatto, parlano chiaro: al netto dei proclami, già si prezza un primo taglio entro novembre 2023.

Ma la Fed questa volta ha potuto giocare in serenità, quasi si trattasse di un’amichevole estiva. E non perché l’epilogo del FOMC fosse scontato, bensì perché ha potuto porsi nella cosiddetta posizione a specchio, esattamente come i soldati Usa di stanza a Guantanamo rispetto ai loro omologhi cubani dall’altra parte delle rete. E la ragione sta tutta nell’appello lanciato dalla European Federation of Energy Traders, un organismo commerciale che vanta tra i suoi membri calibri come BP e Shell e commodity traders come Vitol e Trafigura, attraverso una lettera datata 8 marzo. Il contenuto? Un grido di allarme agli organismi di mercato come la European Investment Bank o la Bce e la Bank of England affinché forniscano linee di supporto per la liquidità limitate nel tempo ma immediate, affinché si permetta al mercato del gas e dell’energia in generale di continuare a operare.

Insomma, le sanzioni contro la Russia stanno già mietendo vittime in Europa e non negli Usa. E le continue margin calls, ultima delle quali ha visto la svizzera Trafigura costretta a richiedere finanziamenti al comparto del private equity, rischiano di far saltare completamente le dinamiche di un settore tanto fondamentale, quanto sotto pesantissimo stress. Sia finanziario che geopolitico. Il problema è che la stessa Bce ha voluto a sua volta bruciare le mosse della Fed, annunciando la fine anticipata degli acquisti obbligazionari e del supporto diretto: muovendosi in questo modo, ha compiuto l’enorme errore di farsi trovare in fuori gioco, quando invece intendeva mettere in offside proprio la Federal Reserve.

Se infatti l’Eurotower arrivasse a rompere il tabù di un sostegno diretto verso aziende notoriamente riconosciute per gli enormi profitti, la Fed potrebbe immediatamente garantirsi il primo obiettivo: mettere subito in discussione i sei rimanenti rialzi, potendo vendere al mercato la mossa del dimagrimento di bilancio a partire da maggio. Perché quando il tuo stato patrimoniale è di 9 trilioni di dollari, i tempi per normalizzarlo sono ovviamente biblici. E prezzati come tali.

Insomma, utilizzando una terminologia anglosassone, la Bce jumped the gun. Finendo clamorosamente squalificata. E la Fed ora può permettersi il lusso di attendere lungo il fiume che la corrente delle sanzioni trasporti a valle la stagflazione tedesca. Praticamente, il Nirvana strategico di ogni banchiere centrale Usa. Soprattutto in vista del voto di mid-term di novembre.

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