L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 31 marzo 2022

La guerra prima della sanità è giusto e umano, il Vostro Draghi ha vinto. Il NEMICO non esiste ma l'ho creiamo, con il clero televisivo, il Circo mediatico a senso unico è facile facile

Per la spesa militare nessuna copertura. Se vi serve una Tac, rivolgetevi a Zelensky

30 Marzo 2022 - 18:12

Sull’aumento al 2% del Pil, l’Ue non chiede garanzie, né extra-gettito. E il governo impone un putiniano regime di obbedienza. Tradotto, serve subito warfare contro una recessione che ci farà a pezzi.


Un paio di dati di fatto, tanto per contestualizzare. Traslando gli attuali livelli di contagio e ospedalizzazioni solo a tre mesi fa, oggi l’Italia sarebbe in lockdown. Invece, siamo ormai al countdown finale verso la fine delle restrizioni e dello stato di emergenza.

Il ministro Speranza è sparito, i virologi televisivi pure. Impazzano in compenso gli analisti di geopolitica e gli elmetti, veri e simbolici. Viene da chiedersi se siamo in presenza di un’irresponsabile sottovalutazione della situazione attuale o se, al contrario, abbiamo vissuto in un regime di allarme immotivato e liberticida per due anni.

Secondo elemento di riflessione: la minaccia di Vladimir Putin di staccare il gas all’Europa già dall’1 aprile, in caso a partire da quella data i pagamenti non giungano in rubli, è da ritenersi talmente un bluff che la Germania ha già attivato il piano di emergenza nazionale. Tradotto, razionamenti in vista e comunicazione ai propri cittadini di potenziali disagi e blackout. Non ultima conseguenza della decisione, il prezzo del gas ad Amsterdam è nuovamente esploso al rialzo. Insomma, se si tratta di un bluff, per ora è decisamente riuscito.

In tutto questo, domani il Parlamento si troverà ad affrontare la prova di forza del dl Ucraina, provvedimento che incorpora in sé l’aumento delle spese per la difesa fino al 2% del Pil. Di fatto, un impegno che l’Italia ha preso in passato con la Nato e che avrebbe dovuto divenire realtà entro il 2024. Poi, quell'inezia chiamata pandemia aveva acceso le sinapsi dei decisori e fatto riflettere sulla maggior necessità di spesa sanitaria. O quantomeno di uno stop a tagli continui, lineare e indiscriminati a quel comparto, soprattutto negli ambiti territoriali e di prossimità.

Di fatto, si trattava di uno dei retaggi positivi lasciatici in eredità dalla tragedia del Covid, l’elemento principale dello slogan-auspicio dell’andrà tutto bene e del ne usciremo migliori. Invece, ne usciremo soltanto più armati. Con somma gioia di Leonardo e Finmeccanica. E di un governo del «warfare» a geometria variabile che ha visto l’esecutivo addirittura accogliere senza voto l’ordine del giorno di Fratelli d’Italia in favore della corsa all’armamento. Insomma, se M5s dovesse davvero andare fino in fondo e rischiare la crisi di governo in caso di voto di fiducia, Giorgia Meloni salverebbe la baracca. Ovviamente, millantando il tutto con il termine patria. Una simile convergenza sulla sanità non si è mai registrata. Mai.

Ovviamente, chi difende a spada tratta la decisione del governo di accelerare la pratica, ha due ottimi argomenti di spendere, oltretutto godendo di una grancassa mediatica al 99% in modalità embedded: la crisi ucraina impone un aumento delle capacità difensive dalla minaccia russa che ormai incombe persino su Paesi Nato e, soprattutto, offrire il contributo concreto dell’Italia al prodromo di difesa comune europea accelerato proprio dagli eventi di Kiev e Mariupol.

A parte la bizzarria dell’armarsi contro un nemico che ci fornisce tuttora il gas e con cui fino a un mese e mezzo fa tutte le nostre grandi imprese, partecipate dallo Stato in testa, facevano affari, giova sottolineare come la questione del Donbass nasca dalla presenza russofona storicamente e culturalmente radicata in quell’area: abbiamo forse delle enclave a rischio in Irpinia o nella Carnia?

E in attesa dell’ennesimo Godot, in questo caso proprio quello dell’esercito europeo, forse occorrerebbe porsi un quesito meramente pratico: se ogni Paese sta stanziando miliardi per garantire affari (e quindi contributo al Pil nazionale) alle proprie aziende della difesa, di quanti tipi di elicotteri e carri armati disporrà quell’esercito? Una cinquantina?

Quale grado di interscambiabilità fra soldati ci sarà, se prima di andare in battaglia un tedesco dovrà prendere la mano con un mezzo francese o viceversa? L’Europa infatti non parla di appalti a livello comunitario, di spesa comune e di un piano interforze, magari coordinato in ambito Nato: semplicemente, mostra plaudente luce verde al deficit per i cannoni.

Ed ecco l’altro punto, il sommo esempio di ipocrisia. Il quale, giova ammetterlo, può contare su un precedente a dir poco storico e autorevole: quando andò al potere, Ronald Reagan lo fece con un’agenda ultra-liberista e anti-statalista che si sintetizzava nel motto starve the beast, affama la belva.

Ovvero, basta spesa pubblica. Bene, nel corso della sua presidenza, il «warfare» esplose a livelli mai conosciuti dalla Seconda Guerra Mondiale. Erano gli anni del Muro in sgretolamento, dei prodromi del crollo dell’impero sovietico. Un po’ come oggi, almeno stando alla retorica da tweet di Joe Biden. E l’America, comunque, è da sempre Paese dove la sanità è privata, se non quella assolutamente minima e basata sul sistema delle assicurazioni. Nessuno imputava a Ronnie Rambo la sua brutale scelta fra mitragliatori e flebo.

Qui è diverso. Basti prendere l’ultimo Def, quello faticosamente arrivato in Europa per l’approvazione: alla sanità, dopo due anni di mea culpa per i machete utilizzati in sede di bilancio, sono arrivate le briciole. E alcuni ospedali sono stati addirittura chiusi, in nome delle razionalizzazioni. I medici di base scarseggiano ovunque, persino nelle grandi città.

In compenso, pensiamo di difenderci dal pericolo del Cremlino garantendo commesse miliardarie alle aziende del comparto difesa. E la cosa più grave è che questo avviene senza che la stessa Europa che ci controlla anche le virgole abbia alcunché da obiettare su indebitamento, scostamento e deficit di guerra: nessuna garanzia, nessun extra-gettito, nessuna copertura da indicare chiaramente.

Il governo italiano, poi, ritiene platealmente quelle spese come debito buono. Poiché non solo non propone alcun tipo di incremento del gettito fiscale a compensazione ma, nel silenzio pressoché totale dei partiti (anche di opposizione), si guarda bene dal comunicare quali spese si andranno a tagliare, in ossequio ai dogmi dei saldi invariati.

D’altronde, il Def quest’anno nascerà e dovrà essere presentato con quasi sei mesi di anticipo rispetto al solito: praticamente, oggi. Ovvero, in piena emergenza bellica. E, soprattutto, in piena ondata emotiva. Come per il Covid. Ma in quel caso, la paura servì solo a imporre restrizioni e divieti e non a spingere il parlamento verso un’auspicata moltiplicazione degli stanziamenti per la sanità.

Insomma, se mai Vladimir Putin decidesse di attaccarci, forse resisteremmo 14 minuti di più prima di essere annientati. Se vi servono una Tac o una mammografia entro l’anno, invece, rivolgetevi a Zelensky. Forse perché chi decide può permettersi il reparto solventi?

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