L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 marzo 2022

L'inflazione si mangia il debito pubblico e distrugge i redditi della famiglie impoverendole impedisce alle aziende di produrre margini di profitto accettabili o chiudono o diminuiscono i fatturati creando recessione. Inflazione+recessione=STAGFLAZIONE

INFLAZIONE +5,7%/ Per le famiglie si avvicina il taglio dei consumi
Pubblicazione: 02.03.2022 - Ugo Arrigo
L’inflazione a febbraio è cresciuta del 5,7% su base annua. E ancora non si sono sentiti gli effetti della guerra in Ucraina

(LaPresse)

Gli effetti economici della grave crisi internazionale, scatenata con l’invasione russa dell’Ucraina, si faranno inevitabilmente sentire nei mesi a venire anche sul livelli dei prezzi e dunque sul tasso d’inflazione. Ma in febbraio non si può dire che abbiano già iniziato a manifestarsi.

Ciò nonostante nel mese che si è appena chiuso l’inflazione ha realizzato un ulteriore gradino di crescita portandosi al 5,7% su base annua, dunque rispetto a febbraio 2021. Il mese precedente era al 4,8% e in dicembre al 3,9%. In sostanza in ognuno degli ultimi due mesi abbiamo assistito a un incremento di nove decimi di punto. A giugno scorso l’inflazione era ancora all’1,3%. Dunque in otto mesi abbiamo preso 4,4 punti di incremento, più di mezzo punto in media al mese.

La conclusione che possiamo trarre è che l’inflazione è tornata a turbare le nostre economie dopo mezzo secolo di sostanziale stabilità dei prezzi e questo avrà inevitabili effetti sul potere d’acquisto delle famiglie, data la stabilità dei salari e dei redditi in generale.

Se i salari fossero indicizzati sarebbe peggio per il sistema economico nel suo complesso perché avvierebbe, come negli anni ’70 ormai lontani da noi, una spirale prezzi-salari con tassi d’inflazione facilmente a due cifre. Ma il fatto che non lo siano è peggio per le famiglie, dato che, a parità di reddito disponibile, dovranno contrarre i consumi in quantità. La riduzione dei consumi determinerà a sua volta effetti recessivi e probabilmente avremo dei trimestri col segno meno davanti alla cifra della variazione del Pil. In sostanza se non ritorniamo agli anni ’70 della spirale prezzi-salari siamo invece destinati a tornare agli anni ’80 della stagflazione, con un Pil stagnante e prezzi in crescita. Non è una bella alternativa.

Vi si può porre rimedio? Intanto bisognerebbe andare a fondo nell’indagine sulle cause. In entrambi quei decenni le crisi che si manifestarono ebbero origine da precise crisi petrolifere, originate nei Paesi arabi da fattori geopolitici. Il problema del gas russo potrebbe essere di questo tipo, ma esso non si è ancora manifestato se non in minima parte. Invece i prezzi dell’energia sono già esplosi. Infatti, la crescita dell’inflazione registrata a febbraio è dovuta prevalentemente ai prezzi dei beni energetici, saliti dal +38,6% di gennaio al +45,9%. Essi in pratica costano quasi la metà in più di un anno fa. Al loro interno, inoltre, sono saliti nel mese prevalentemente quelli non soggetti a regolamentazione dei prezzi (dal +22,9% al +31,3%), mentre la crescita dei regolamentati sembra essersi fermata ma solo dopo un loro quasi raddoppio rispetto a febbraio 2021 (+94,4% rispetto al +94,6% di gennaio). Non lasciamoci tuttavia ingannare dall’illusione ottica della loro revisione solo trimestrale: adeguati a gennaio essi saranno nuovamente rivisti in aprile, mese in cui dovremo attenderci un ulteriore peggioramento. Nel loro insieme gli energetici fanno un +45,9% contro il +38,6% di gennaio.

Al di fuori dei beni energetici, la crescita più consistente è quella degli alimentari, con i non lavorati, gli agroalimentari (da +5,3% a +6,9%), più dinamici dei lavorati (da +2,2% a +3,2%).

Se togliamo dal paniere dell’Istat i due gruppi più soggetti a fluttuazioni, gli energetici e gli alimentari freschi, otteniamo la cosiddetta “inflazione di fondo”, che è ancora contenuta ma comunque in crescita (da +1,5% a +1,7% nei due ultimi mesi). Essa è determinata, oltre che dagli alimentari lavorati, dai servizi (il cui gruppo sale da +1,8% a +1,9%) e dai beni non alimentari non energetici, che continuano a fungere da freno all’indice generale, salendo comunque al +1% dal +0,7% di gennaio. Essi potrebbero essere quelli più condizionati nei prossimi mesi dal prevedibile calo dei consumi che si renderà necessario alle famiglie per pagare la crescente bolletta energetica.

Infine, l’inflazione acquisita per il 2022, quella che si realizzerebbe se il livello dei prezzi restasse fermo per i prossimi dieci mesi al loro livello di febbraio, dunque un’ipotesi puramente teorica, è già pari al +4,3%.

Grafico 1 – Tasso di crescita dei prezzi a febbraio 2022 in % rispetto a febbraio 2021

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