L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 marzo 2022

Nel Parlamento italiano non tutti sono così imbecilli ad aver dichiarato formalmente guerra alla Russia. Molti parlamentari ancora non si sono resi conto di quello che hanno fatto.

Pino Cabras: il discorso contro l’invio di armi all’Ucraina
Maurizio Blondet 20 Marzo 2022

Quando pochi giorni fa, con soli 25 voti contrari il Parlamento italiota – unico fra quelli europei – ha votato apertamente per l’invio di armamenti a Zelenski – di fatto dichiarando guerra alla Russia forse senza saperlo – l’onorevole Pino Cabras si è opposto, con uno splendido discorso.

Qui sotto il testo del discorso:

“Presidente, l’ingresso nelle svolte più drammatiche della storia può dunque avvenire in un modo banale, quasi dalla porta di servizio. L’Italia fornisce armi a un Paese in guerra assieme a tutta l’Unione europea, a sua volta soggetta a una mutazione istituzionale che passa dalla retorica dei 65 anni di pace alla nuova genetica di un’istituzione votata alla guerra. Il Ministro dell’Economia e delle finanze del Paese che ha la Presidenza di turno dell’Unione europea, il francese Le Maire, dice che faremo una guerra economica e finanziaria totale contro la Russia. “Guerra totale”: la locuzione descrive una guerra in cui gli Stati usano la totalità delle loro risorse allo scopo di distruggere l’abilità di un altro Paese di reggere la guerra. È un modo di combattere che coinvolge l’intera popolazione civile, ha come unica misura la rovina completa, la e innesca un meccanismo incontrollabile ed estremo di rappresaglie e ritorsioni che potenzialmente portano alla mutua distruzione assicurata.

Siccome viviamo in un mondo che ha attraversato la soglia di Hiroshima, cioè la porta che rende possibile all'umanità la sua autodistruzione, non misuriamo più le guerre con le vecchie categorie. Prima di Hiroshima, la specie umana era il dato da cui partire, oggi, la specie umana è solo un possibile, nel senso che il suo spazio è quello della pura contingenza, circoscritta per intero dal potere delle scelte umane. La nostra specie sperimenta questa sua nuova condizione come quotidiana possibilità di morte totale. Questo rischio è stato ben presente nella mente e nel cuore delle generazioni che hanno vissuto la Guerra fredda prima del collasso dell’Unione Sovietica. La fine dell’URSS ha, invece, illuso una nuova generazione di politici sul fatto che lo spazio della razionalità politica potesse fare a meno di considerare l’orizzonte nucleare.

Rimane come consapevolezza nei dirigenti politici delle potenze nucleari che ragionano e agiscono su un piano diverso dai Paesi non nucleari, come il nostro.

Invece, lo spettacolo offerto dal sistema politico italiano nonché dal sistema mediatico in questi giorni è, da questo punto di vista, molto preoccupante: pose guerresche, parole intransigenti, semplificazioni brutali, maccartismo, liste di proscrizione, inviti pugnaci alla belligeranza, sottovalutazioni immani dei contraccolpi. La disponibilità a combattere, sì, ma fino alla vita dell’ultimo ucraino. “Armiamoci e partite”, come nella tradizione interventista che tanti danni ha fatto, il tutto con una voglia pervicace di uno scontro frontale con la Federazione russa.

Lo sottolineavamo ieri in occasione dell’informativa del Ministro Di Maio. Vladimir Vladimirovich Putin, uno di quei capi delle potenze nucleari che partecipa al gioco globale con le regole di quel club, ha giocato una carta tremenda che ha comportato l’aggressione a un Paese sovrano e pur nell'ambito di un noto, dove altri membri del club nucleare si sono spesso concessi aggressioni a Paesi sovrani, nulla appare ordinario. È come il passaggio di livello di un in un ambiente nuovo, con più insidie, più veloci e più indeterminabili, con la differenza decisiva che nel mondo reale si muore davvero.

La responsabilità di questo salto di livello della guerra latente è gravissima e lede il cuore del diritto internazionale. Tuttavia, questo non era imprevedibile. Molti sviluppi erano iscritti in una vicenda complessa, che è stata spinta alle sue peggiori conseguenze. È la crisi internazionale più pericolosa degli ultimi sessantanni, paragonabile, per portata, alla crisi dei missili di Cuba del 1962. Il terremoto ucraino avviene lungo una delle linee di faglia del confronto strategico planetario, durante un momento in cui, mentre crescono le tendenze di un mondo multipolare, una parte delle classi dirigenti occidentali vorrebbe spegnere la potenza russa riemersa dopo le sue umiliazioni post-sovietiche. Avantieri, un articolo sull'era intitolato: “Sull’Ucraina chi vi dice «ma è più complesso» è complice di Putin”. Noi pensiamo, invece, che ridurre le posizioni a questa polarizzazione sia pura barbarie .

Nel 2014, agli albori dell’attuale crisi ucraina, in Germania decine di grandi intellettuali politici di tante tendenze, ex Presidenti della Repubblica, giornalisti, esponenti religiosi con ruoli mondiali, lanciarono un appello drammatico in favore della distensione, per non demonizzare la Russia. L’appello si intitolava: “Un’altra guerra in Europa? Non in nostro nome”. Interi settori delle classi dirigenti tedesche vedevano profilarsi il rischio sempre più concreto di una guerra mondiale; assistevano sgomenti alle campagne di isteria antirussa sui e notavano la subalternità dei governanti tedeschi ed europei che, come un gregge suicida, obbedivano a cattivi pastori egemonizzati dai di Washington e dalle classi dirigenti ipernazionaliste nel frattempo formatesi nell’Est Europa. Le menti più aperte della Germania indicavano le gravi responsabilità dei media, infestati di editorialisti e commentatori che demonizzano intere Nazioni, senza dare sufficiente credito alle loro storie. Ricordavano le elezioni micidiali della storia, che vedono nella Russia una potenza con una funzione dirigente inaggirabile per la vita politica europea.

Sebbene queste eminenti personalità tedesche richiamassero già allora anche le classi dirigenti russe alla necessità della legalità internazionale, il loro dito era puntato contro un tentativo folle e fallimentare, il terzo dopo Napoleone e Hitler, volto a sloggiare la Russia dall'Europa. Lo dicevano personalità che si sono sempre espresse con toni molto moderati. Cosa dicevano? “Nessuno vuole la guerra, ma il Nord America, l’Unione europea e la Russia vi si stanno dirigendo senza scampo, se non si adopereranno per porre fine alla deleteria spirale di minacce e contro minacce. Tutti gli europei, inclusa la Russia, condividono la responsabilità per la pace e la sicurezza. Solo chi non perde di vista questo obiettivo può evitare di imboccare la strada sbagliata”.

Il conflitto in Ucraina dimostra che la sete di potere e di dominio non sono problemi superati. Nel 1990, alla fine della Guerra Fredda, ci avevamo tutti sperato, ma il successo della politica di distensione e delle rivoluzioni pacifiche ci ha reso incauti e sonnolenti, a Est come a Ovest. Sia tra gli americani, sia tra gli europei e i russi si è perso il principio guida di bandire definitivamente la guerra dai loro rapporti. Al centro di questo discorso, il concetto che l’allargamento occidentale verso Est è stato minaccioso per la Russia, in assenza di un contestuale approfondimento dei rapporti di collaborazione con Mosca.

Dal superamento di questa separazione, doveva nascere un duraturo ordine europeo di pace e di sicurezza esteso da Vancouver a Vladivostok, come stabilito nel novembre 1990 da tutti i Capi di Stato e di Governo dei 35 Stati membri dell’OSCE nella Carta di Parigi per una nuova Europa. Sulla base di principi concordati e delle prime concrete misure attuative, bisognava costruire una casa comune europea, in cui ciascuno Stato membro avrebbe potuto godere dello stesso livello di sicurezza.

Questo fondamentale obiettivo della politica del dopoguerra fino ad oggi non è stato raggiunto e gli europei hanno ancora da temere. Fornire armi, che potrebbero finire in mani sbagliate, ci coinvolge irresponsabilmente in un’ della guerra e ci consegna pericolosamente agli oltranzismi del mondo polacco, baltico, ucraino e di una parte del mondo anglosassone, che si illudono, da anni, che esista una soluzione basata su una prova di forza militare. Le notizie delle ultime ore sul vertice di alcuni Capi di Governo dell’Est a Kiev sono estremamente preoccupanti, perché ci portano direttamente in un campo di confronto diretto fra NATO e Russia, cioè a pochi minuti dalla mezzanotte nucleare.

Abbiamo bisogno di una nuova politica di distensione per l’Europa e questa ci può essere solo sulla base di un’eguale sicurezza per tutti e fra con eguali diritti e rispetto reciproco. La soluzione politica è a portata di mano. Non comporta rese o cedimenti di principio; comporta una generosa negoziazione di un nuovo equilibrio europeo in cui la sicurezza dell’Europa non sia a scapito della Russia e la sicurezza della Federazione russa non sia a scapito dell’Europa. Un trattato che regoli le questioni irrisolte del pluridecennale sommovimento post-sovietico, con garanzie reciproche, territori neutrali, tra cui l’Ucraina, reciproci controlli e visite , con un processo di denuclearizzazione che ha illustri e pratici precedenti. Pertanto, occorrerà trasformare la nostra percezione del mondo e ricostruire la trama diplomatica, che ha ancora molte soluzioni disponibili. Occorrerà trasformare l’Ucraina nel laboratorio dell’interdipendenza, garantendo che sia un Paese neutrale, federale, indipendente, con pieno e garantito multilinguismo e una di sicurezza collettiva fra Russia ed Europa. Il resto è guerra, penuria, insicurezza!

Perciò, come Alternativa, diciamo “no” al decreto di guerra, “no” all’economia di guerra, “no” al riorientamento della vita di noi tutti alla guerra, come vuole il Governo dell’impoverimento. Se vuoi la pace, prepara la pace!”

E’ ovviamente dopo il voto parlamentare inaudito atto di ostilità per legge – che “Il Cremlino con tono fermo ma sereno si è augurato che “a Roma tornino in sé” e ha ricordato – rivolgendosi a Roma – che la Russia ha molto aiutato l’Italia per il Covid, aggiungendo che le aziende russe non hanno ridotto o sospeso le forniture di energia. Avverte che se la guerra economica e finanziaria mossa dall’Europa – a dispetto di accordi e trattati sottoscritti e in essere – dovesse assumere toni più aspri, le conseguenze potrebbero ritorcersi e i rapporti, anche con l’Italia, potrebbero arrivare a livelli di rottura irreversibile. Un ragionamento logico e prevedibile.

Risposta di Di Maio e di Letta: “le minacce di Mosca sono inaccettabili”. Abbiamo capito tutto. Complimenti.

Quanto alla Cina, ecco il messaggio a Washington che li vorrebbe spingere a fare pressione su Putin:

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