L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 marzo 2022

Non è un caso che a Mariupol i neo-nazisti scappando hanno bruciato le carte, magari dimenticando quella dei cecchini mercenari che sparavano in piazza Maidan. E pare che a Kiev ci siano altre carte che coinvolgono le personalità politiche statunitense. Zelensky e le sue capriole degne di un guitto più che di un Presidente di un paese, ci sono molti oltreoceano che lo vogliono morto compirebbe molteplici funzioni e diventerebbe anche EROE

A Kiev è nascosta la verità sul Russiagate che fa tremare molti. In vista del mid-term

01/03/2022 - 23:30

Nei giorni precedenti l’attacco russo, la connection ucraina che lega i destini di Trump, Biden e Clinton ha riservato sviluppi e colpi di scena. Con Zelensky depositario (a rischio) di molti segreti


Putin è pazzo, questo il nuovo mantra mainstream degli ultimi giorni. Apparentemente, il presidente russo sarebbe però in buona compagnia. L’11 febbraio scorso, infatti, 37 deputati Repubblicani del Congresso capeggiati dal rappresentante del Texas, Ronny Jackson, hanno firmato una lettera nella quale esprimevano viva preoccupazione per la salute mentale di Joe Biden e chiedevano che lo stesso si sottoponesse al più presto a un test cognitivo, come al tempo fece anche Donald Trump.

Da mesi, infatti, si susseguivano episodi pubblici in cui l’inquilino della Casa Bianca appariva assente, incapace di argomentare o addirittura di trovare le parole per esprimersi. Un handicap latente che non è sfuggito all'opinione pubblica, come mostra questa grafica

Il titolo sul sondaggio choc di Politico e la headline al riguardo della CNN Fonte: Politico

relativa al sondaggio compiuto non più tardi dello scorso novembre dalla prestigiosa testata Politico in collaborazione con Morning Consult e dal quale si evinceva come il 48% degli americani fosse preoccupato per la salute mentale dell’inquilino della Casa Bianca contro il 46% che invece lo riteneva in uno stato di efficienza. Al netto del gap a sfavore dell’equilibrio psicologico del Presidente, ad aggravare il quadro il fatto che solo il mese precedente il vantaggio di chi riteneva Joe Biden fit to lead fosse di 21 punti. Un tracollo.

Nelle stesse ore, il Consigliere Speciale, John Durham, ha rivelato - nel corso del processo sul caso Alfa Bank - come la campagna elettorale di Hillary Clinton complottò per infiltrare quella di Donald Trump attraverso servers della Casa Bianca, al fine di fabbricare false accuse di collusioni con i russi. Nemmeno a dirlo, l’ex Presidente ha tuonato via Twitter, parlando di scandalo maggiore del Watergate. Ma a rendere la questione tanto delicata, quanto attuale c’è il fatto che al centro di quell’affaire ci sia un ex consigliere e poi funzionario della campagna elettorale di Hillary Clinton, Jake Sullivan. Il quale, casualmente, oggi è nientemeno che Consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden. Di fatto, l’uomo incaricato anche di gestire il fascicolo Ucraina.

Sgradevole coincidenza temporale. E una connection di interessi incrociati e inconfessabili che fa riflettere. Appare infatti altamente improbabile il profilo di mera casualità rispetto a quanto emerso nell’arco del fine settimana del SuperBowl attorno alla presidenza Biden, tutto gravitante attorno a quello che all’epoca che fu denominato Russiagate e portò addirittura alla procedura di impeachment per Donald Trump. E se in realtà non fosse solo Mosca ad avere tutto l’interesse a destabilizzare l’Ucraina per finalità geopolitiche e di deterrenza in chiave anti-Nato, bensì anche il cuore politico degli Usa, al fine di evitare che il segreto inconfessabile che giace sepolto a Kiev venga a galla? E, anzi, in caso di instaurazione di un governo filo-russo in Ucraina possa terminare direttamente sulla scrivania del Cremlino, terremotando davvero la politica Usa e occidentale a livello di Watergate e garantendo a Putin un’arma di ricatto imbattibile.

Al centro di tutto figurano le connessioni fra Joe Biden e il regime di Poroshenko prima e Zelensky poi, in primis l’assunzione del figlio del Presidente, Hunter, nel cda del colosso del gas ucraino, Burisma, nel 2014, subito dopo il golpe di Piazza Maidan. Figura chiave in tal senso è quella di Victor Shokin, procuratore capo che stava investigando proprio sulla corruzione e la malversazione di fondi nel gigante statale. Un vero Zelig per la recente storia politica americana. Da un lato è l’uomo che, a detta dei Democratici, incarnava la prova concreta del tentativo di Donald Trump di sabotare le elezioni del 2020, avendo il Presidente fatto pressioni su Kiev perché investigasse sempre più a fondo al fine di screditare il competitor, Joe Biden. Nemmeno a dirlo, la base dell’impeachment.

Dall’altro lato, invece, Victor Shokin - lungi dall’essere in realtà corrotto o al soldo dell’Amministrazione Trump - stava investigando seriamente e senza doppi fini. E proprio per questo nel 2016 divenne argomento di conversazione a quattr’occhi fra l’allora Presidente ucraino, Viktor Poroshenko e proprio Joe Biden, all’epoca inviato dell’uscente amministrazione Obama per l’Ucraina. Il contenuto di quella conversazione è noto, tanto che lo stesso Presidente Usa lo confermò nel corso di un incontro al Council on Foreign Relations, facilmente reperibile su Internet. In soldoni, ecco cosa l’attuale Presidente Usa impose all’ex numero uno ucraino: se Kiev voleva il rinnovo del prestito da un miliardo di dollari approvato da Washington, doveva silurare il troppo zelante Procuratore capo. Detto fatto, Poroshenko acconsentì.

Da lì, l’inizio della procedura di impeachment e tutto ciò che ne conseguì, fino al voto del novembre 2020. E cosa c’entra tutto questo con l’attuale crisi ucraina? Primo, recenti memos del Dipartimento di Stato hanno dimostrato come sei mesi prima del siluramento di Victor Shokin, l’amministrazione Usa si definisse impressionata dall’ambizioso programma anti-corruzione di Kiev portato avanti proprio dal procuratore capo. Di colpo, divenuto invece un corrotto da far rimuovere. Il problema è che quanto accaduto è noto a molti in Ucraina. Moltissimi. Ma soprattutto al Presidente Zelensky. Il quale - si mormora - avendo perso nel 2014 la Russia come partner commerciale, ora necessita di un appoggio economico permanente.

Ma, persuasosi fino a queste ultimissime ore che l’Ue non avrebbe mai aperto le proprie porte a Kiev, ha optato per la sponda Usa. La quale, a sua volta, fino all’escalation della crisi ha fallito nel garantire all’Ucraina la priorità assoluta: il boicottaggio di Nord Stream 2, poiché quel gasdotto farebbe perdere miliardi di diritti di transito alle casse statali di Kiev, bypassandone il territorio. Ed ecco che Zelensky si sarebbe fatto leone e avrebbe minacciato gli Usa, nella fattispecie il loro Presidente, ventilando la possibilità che i retroscena dell’affaire Shokin possano venire a galla. Praticamente, la fine dell’Amministrazione Biden, uno scandalo globale e la clamorosa riabilitazione pubblica della figura politica di Donald Trump. Casualmente, tornato in pubblico e in pista con la sua piattaforma social di news proprio in queste ore.

Inaccettabile. Al punto da mettere in campo la duplice ipotesi. Da un lato, forzare la mano con la Germania, affinché inviasse segnali inequivocabili di messa in discussione di Nord Stream 2. Detto fatto, sospensione delle autorizzazioni arrivata addirittura prima delle sanzioni Ue. Dall’altro, spingere a tal punto sull’acceleratore dell’isteria bellica da creare le condizioni per uno scontro fra Mosca e Kiev, utilizzando come detonatore la regione ribelle del Donbass. A quel punto, le priorità di Kiev sarebbero state ben altre rispetto alla volontà di scoperchiare il vaso di Pandora della connection dei Biden con l’Ucraina. E l’America sarebbe tornata ad essere l’alleato da coccolare e non da ricattare. Guarda caso, l’epilogo di queste ore.

Inoltre, per gli Usa pareva sostanziarsi la classica mossa che garantisce di prendere due piccioni con una fava: isolare la Russia dal mondo e soprattutto dall’Ue, scaricandole addosso le responsabilità di un’invasione e spingendola giocoforza nelle braccia della Cina. La polarizzazione da neo-Guerra fredda che piace al Pentagono, al comparto bellico-industriale e a larga parte del Deep State che ne cura gli interessi. Non a caso, Serghei Lavrov, il ministro degli Esteri russo, prima che Usa e Ue accelerassero il processo di sostegno concreto dell’Ucraina, aveva chiaramente detto come Mosca riconoscesse Zelensky come presidente legittimo, sottolineando come il problema fosse il governo ucraino. Tradotto, una promessa di assicurazione sulla vita. A quale prezzo?

E in un primo momento, lo stesso Zelensky si era detto pronto a negoziare. Poi, di colpo, il cambio di postura e addirittura i proclami da martire della Patria in abiti militari, invitando i cittadini a resistere e gli alleati occidentali a fornire armi e sanzionare senza pietà Mosca. Anche in maniera autolesionista. Tutto in 48 ore. Quale controproposta irrinunciabile era giunta da Washington? Oggi, poi, nuova capriola: via libera a negoziati diretti con Mosca in Bielorussia. Il Cremlino ha alzato il tiro della proposta o della minaccia? Sullo sfondo - ma non troppo - il potenziale do ut des offerto su procura da Washington e sostanziatosi nell’apertura senza precedenti di Ursula Von der Leyen all’ingresso-sprint di Kiev nell’Unione Europea (nuovo obiettivo di Zelensky, prioritario quanto o più di Nord Stream 2) e l’invio diretto di armamento letale da parte dei Paesi dell’Unione all’Ucraina. Atto di cui Mosca li riterrà direttamente responsabili, in caso quelle armi risultassero utilizzate nel conflitto.

Tre sono le certezze. Primo, lo scandaloso silenzio dei media sulla connection ucraina dell’amministrazione Usa. Secondo, il fatto che Zelensky abbia volutamente messo le mani avanti - nel primo videomessaggio alla nazione - rispetto all’ipotesi del suo omicidio. Chi avrebbe (avrà) più interesse a farlo, però? Terzo, in vista del voto Usa di mid-term previsto a novembre, fino a dove si spingeranno i protagonisti per accaparrarsi il Sacro Graal di tutti gli scandali?

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