L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 marzo 2022

Scognamiglio ha ragione la guerra è una follia disumana. Kossovo, Afghanistan, Libia, Iraq, Siria, Yemen

UCRAINA


«GLI STATI UNITI SONO CADUTI NELLA TRAPPOLA DI TUCIDIDE»

02/03/2022 
 La Russia, la follia criminale di Putin, le sanzioni, gli errori dell'Occidente, la debolezza dell'Europa, il coraggio dell'Ucraina, il ruolo di papa Francesco nella mediazione del conflitto per arrivare alla pace. Parla l'ambasciatore Giuseppe Scognamiglio, direttore della rivista di geopolitica Eastwest


Giuseppe Scognamiglio.

«Che una guerra sia una follia disumana nel 2022 e che non risolva le controversie internazionali lo do per scontato. Putin è un folle, non è più equilibrato. Ma la sua è una lucida follia». “Eastwest”, la rivista di geopolitica diretta dall’ambasciatore Giusepe Scognamiglio, esce proprio oggi con un fondo dedicato alla guerra e alla politica estera degli Stati Uniti intitolato “La trappola di Tucidide”. Le incrollabili logiche geopolitiche della guerra del Peloponneso, la guerra fredda tra Atene e Sparta, sono da sempre studiate dagli analisti del Pentagono e infatti tornano anche nel terzo millennio. «Quando il generale e storico ateniese del quinto secolo avanti Cristo analizza le ragioni della guerra», spiega Scognamiglio, «individua tre elementi: l’onore, la paura e gli interessi. Tutti aspetti che Atene, antenata dell'impero americano, aveva travalicato. Lo ha fatto quando la polis, che già dominava il Mar Egeo grazie alla Lega "delio-attica", in un periodo di floridezza ha cominciato a mangiare nel piatto di Sparta, rompendo gli equilibri di quella pace duratura che gli antichi greci chiamavano "koiné irene"»

Tornando alla nostra epoca, gli Stati Uniti-Atene hanno mangiato nel piatto della Russia-Sparta?

«Esattamente. Secondo gli analisti, anche quelli americani, sta succedendo la stessa cosa di quanto avvenuto ai tempi di Tucidide. Da quando è crollata l’Unione sovietica, gli Stati Uniti hanno quasi avuto fretta di chiudere la partita e anche di chiuderla rapidamente. Hanno accelerato un’operazione di accerchiamento dell’ex impero sovietico attraverso l’espansione della Nato ai Paesi dell’Est, tradizionali Stati cuscinetto della Russia, arrivando fino ai Paesi di lingua russa, come le Repubbliche Baltiche».

E questo accerchiamento non si è svolto in modo democratico?

«Sì ma bisognava tener conto delle altre prospettive del prisma, quelle geopolitiche per esempio. Alla fine, l’espansionismo americano è arrivato a sbattere in Georgia. A quel punto, Putin ha detto basta. In Ucraina, il cui popolo coraggioso sta vivendo un vero e proprio martirio, c’era già stata una crisi nel 2014. Il presidente Zelensky nel 2019 ha fatto inserire nella Costituzione la prospettiva di aderire alla Nato».

Gli Stati sovrani non hanno il diritto di scegliersi il proprio futuro?

«Sì ma devono evitare le conseguenze nefaste di questa libertà di scelta. La Finlandia si è scelta il proprio futuro? Direi proprio di sì; ma non si sognerebbe mai di aderire alla Nato. Putin rappresenta l’eredità degli zar; è normale che reagisca così. Gli Stati Uniti, come l’Atene di Tucidide, sono caduti nella trappola con una politica schizofrenica, come se non si rendessero conto di quello che stanno facendo. Henry Kissinger, che un po’ di geopolitica se ne intende, nel 2014 , in un articolo sul Washington Post, diceva che mai l’Ucraina dovrebbe entrare nella Nato. Purtroppo assistiamo alla schizofrenia di un Paese che non è capace di reinventarsi un ruolo. Da una parte vuole rinunciare al suo ruolo di potenza equilibratrice; dall’altra, è entrata in una competizione feroce con Cina e Russia».

E il ruolo dell’Unione europea quale dovrebbe essere?

«L’Europa è il vero anello mancante: si è svegliata tardi e male, soprattutto a livello nazionale. Macron, Scholz e Draghi non sono riusciti a giocare un ruolo. Solo la Von der Leyen sta facendo bene ma lo fa solo dopo che i buoi sono scappati dalla stalla. Noi europei rischiamo di subire conseguenze drammatiche. Occorre parlare con una voce sola, con una politica estera e di difesa accentrata a Bruxelles. Leader forti come Macron, Scholtz e Draghi hanno parlato con determinazione e coerenza, ma purtroppo sono interventi inutili. Putin non li tiene in conto».

Non pensa che lo zar del Cremlino sia in preda a una lucida follia criminale?

«Certo! Se un uomo nel terzo millennio conduce una guerra, che come diceva già Tolstoj è il sovvertimento di tutto ciò che ha un valore positivo e umano su questa Terra, equilibrato non è. La mia analisi è molto banale: siamo in presenza di un signore al potere di 23 anni alla soglia dei 70 anni di età con un potere quindi limitato dal tempo, che però ha dei problemi di governo. C’è un problema non capito dagli Usa e sottovalutato dagli europei. Putin non ha più tempo: vuole lasciare alla storia un segno che la Russia è sfuggita alla sindrome da accerchiamento».

Come giudica il dissenso e le manifestazioni di protesta che provengono dalle piazze russe, soffocate finora dal regime?

«Quello che giunge da parte della società civile russa è un bel segnale. Purtroppo finora non ha impedito la tragedia ucraina».

Le sanzioni alla Russia danneggiano più il tiranno o il popolo?

«Più il popolo, senza dubbio. E oltretutto più il popolo europeo che quello russo e americano. L’interscambio commerciale russo è per il 40% con l’Europa e solo il 3% con gli Stati Uniti. Il tiranno ne verrà toccato solo se il popolo avrà il coraggio e la forza di spodestarlo. Si tratta però di un evento drammatico che non accade facilmente».

Quale può essere il ruolo della diplomazia vaticana in questa vicenda?

«La diplomazia vaticana può fare molto, attraverso i suoi rapporti con la Chiesa ortodossa, che è molto influente su Putin. Resta però il tema del tempo che manca allo zar per evitare di rimanere schiacciato sugli Urali. Ma lo stesso papa Francesco per il suo carisma può avere un ascendente sull’uomo, sensibile alle interlocuzioni con i grandi».

Come si può uscire da questo incubo e da questa tragedia il prima possibile?

«Attenzione anche alla spinta che stiamo provocando non solo verso gli Urali ma verso Pechino. Questo è un ulteriore effetto della schizofrenia americana. Se ne esce con il Donbass indipendente o annesso alla Russia, un governo a Kiev che elimini la prospettiva Nato dalla Costituzione e dall’agenda politica e un impegno della NATO a non cercare ulteriori allargamenti a Est. Ma l’Occidente è pronto a concedere tutto questo? Se non lo farà, rischiamo anche una bomba nucleare. Quindi, io chiederei alla diplomazia vaticana di non parlare solo con Mosca, ma anche con Washington e con gli Europei. Dobbiamo mollare noi, perché Putin non lo farà».

(nella foto, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden mentre pronuncia il discorso sullo stato della Nazione al Congresso. Dietro di lui, da sinistra, la vicepresidente Kamala Harris e lo speaker Nancy Pelosi)

Nessun commento:

Posta un commento