L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 24 marzo 2022

Vladimir Putin ha deciso di inviare il suo personale messaggio di buon lavoro al vertice europeo di domani: da oggi in poi, la Russia non accetterà pagamenti in euro o dollari per il suo gas. Soltanto rubli. Tempistica perfetta, una genialata di Putin o chi per lui

Il gas russo si paga solo in rubli. Tradotto, un sistema commodity e non QE-backed

23 Marzo 2022 - 17:15

La mossa di Putin fa volare del 27% il prezzo del Dutch ma è il valore strategico a tramutarla in un chicken game: chi cederà per primo? Perché Mosca obbliga chi la sanziona a sostenere la sua valuta?


Preso atto dell’ennesima cedola obbligazionaria pagata in tempo, delle file ai bancomat ormai sparite e di un rublo che dai 140 sul dollaro dell’8 marzo, oggi viaggiava già in area 100, Vladimir Putin ha deciso di inviare il suo personale messaggio di buon lavoro al vertice europeo di domani: da oggi in poi, la Russia non accetterà pagamenti in euro o dollari per il suo gas. Soltanto rubli.

Et voilà, il prezzo del Dutch (il gas naturale europeo) ad Amsterdam ha segnato un sobrio +27%. Come dire, se volete andare avanti con le sanzioni, includendo anche il comparto energetico, fate pure. Questa volta Mosca ha scelto la strategia d’anticipo e non il contropiede. E ad occhio e croce, il Cremlino punta su una strategia da chicken game, la gara automobilistica di Gioventù bruciata dove perde chi si lancia per primo dal veicolo in corsa: chi cederà in vista del burrone? E il no secco e preventivo dell’Ungheria a misure che colpiscano il settore dell’energia pare far intendere che l’esito non sia affatto scontato come alcuni strateghi di Bruxelles lasciavano intendere.

Ma al di là della mera questione legata ai costi del gas, la mossa russa assume una triplice valenza. Primo, mostrare all’Occidente e alle sue Banche centrali, impegnate in un’operazione di stamperia a ciclo continuo degna della tipografia Lo Turco de La banda degli onesti, quale sia l’alternativa che potrebbero dover fronteggiare da ora in poi. Ovvero, un gas-backed ruble, un rublo legato a una commodity strategica e non a un piano di Qe. Insomma, se l’opzione turca di mettere mano alle riserve per tamponare la caduta libera della valuta locale è stata bloccata dalle sanzioni e dal congelamento degli assets della Banca centrale russa, Mosca bypassa il problema. Creando domanda di rubli. E non artificiale, bensì drammaticamente concreta. Come mostrano plasticamente le bollette di famiglie e imprese e i continui interventi dei governi per tamponarne l’impatto su potere d’acquisto e redditi.

Secondo, inviare un segnale di resilienza finanziaria. Poiché imporre il pagamento in rubli presuppone - almeno a livello teorico e di messaggio politico - il mettere in secondo piano la necessità di valuta straniera per pagare le importazioni: chi vuole il gas deve comprare rubli. E garantirne in maniera plateale il rafforzamento nel cambio. Nemmeno a dirlo, una mossa con pesantissima valenza propagandistica interna. Terzo, spingere l’Ue a un’accelerazione nei conti con la realtà. Se infatti in un primo tempo le autorità di Bruxelles avanzavano ottimistiche previsioni di affrancamento dalla dipendenza energetica entro fino 2022, già oggi si parla di almeno 3 anni per un’indipendenza sostenibile da Mosca. E come mostrato dallo studio di Wood Mackenzie, se oggi l’Europa può contare su riserve di gas sufficienti per superare l’estate è solo perché Gazprom finora ha continuato a garantire forniture. Di più, ancora due settimane di flussi come quelli garantiti fino a metà marzo e l’Ue e il Regno Unito potranno vantare stoccaggi per 27 miliardi metri cubi, in linea con la media a 5 anni.

Insomma, Mosca mette l’Europa di fronte a una mano di poker tutta basata su bluff e contro-bluff: davvero Bruxelles ha in mano un’alternativa valida al gas russo oppure naviga a vista, fra Qatar, Algeria e Israele? Se i Paesi dell’Unione dovessero cedere al ricatto e pagare in rubli, chiaramente la disfatta sarebbe doppia. Svelare da un lato appunto il bluff sullo stop alla dipendenza dalla Russia e trovarsi nella sgradevole posizione di imporre sanzioni spacciate per bazooka ma ridotte a mera pistola ad acqua, proprio dall’apprezzamento della divisa russa grazie alla domanda europea.

Infine, la mossa del cavallo verso le Banche centrali occidentali: un eventuale no al pagamento in rubli, dove spedirebbe il costo del gas e quindi il peso dell’energia nel computo di un’inflazione già alle stelle? E Mosca, a differenza dei tempi biblici americani ed europei sull’atto pratico di estromissione da Swift, ha imposto a Gazprom una revisione immediata dei contratti: flussi e condizioni inalterati ma pagamento in rubli già da aprile. Chi si lancerà per primo dall’auto in corsa?

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