L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 marzo 2022

Xin Jinping ha lavorato sul fronte interno per migliorare il partito con una selezione ancora più spietata combattendo la corruzione, sul fronte esterno ha pianificato la ripresa di Taiwan la provincia ribelle creando le condizioni che questa cada naturalmente e si integri nella Nazione cinese

VI SPIEGO PERCHÉ TAIWAN HA MOTIVI PER NON STARE SERENA


(di Antonio Vecchio)
12/03/22

Della dottrina difensiva di Taiwan ne abbiamo già scritto, così come delle misure che l’isola ribelle intende mettere in atto per fronteggiare una invasione cinese.

L’assertività dell’era di Xi Jinping, d’altronde, non lascia presagire nulla di buono, come confermato dalla notizia circa il proposito di disporre, entro la fine del decennio, di almeno 1000 testate nucleari.

Anche le recenti immagini1 satellitari, più volte commentate dallo U.S. Naval Institute di Annapolis, si inseriscono nell’ampia letteratura in materia.

Gli scatti ritraggono la sagoma, in dimensioni originali, di una portaerei e di due cacciatorpedinieri statunitensi, utilizzate come bersaglio per test di missili balistici, nel deserto di Taklamakan, nella regione nord occidentale della Xinjiang.

Ulteriore prova, semmai ve ne fosse bisogno, del fermo proposito di consolidare le capacità Anti Access/ Area Denial (A2/AD) da spendere nello stretto di Taiwan e nei mari cinese orientale e meridionale.

Ancora una volta, ci si chiede se quella di una possibile azione cinese manu militari contro l’isola bella - (Formosa è il nome che le fu dato dai portoghesi per la bellezza dei paesaggi) - sia qualcosa di più che una mera ipotesi da scuola di guerra.

Certo è che, solo guardando la carta geografica, Pechino ha più di un motivo per tentare l’azione militare contro Taipei.

Taiwan, per la sua posizione di cerniera tra il mar cinese settentrionale e quello meridionale, si presenta come la naturale prosecuzione del sistema difensivo del Giappone a nord, e con quello delle Filippine a sud: stati che sono stretti alleati degli Stati Uniti.


In quanto tale, costituisce un bastione del sistema USA di contenimento della Cina entro la prima catena di isole2: il sistema insulare che congiunge il Giappone con il Vietnam, lambendo Taiwan, Filippine, Brunei e Malesia.

Un sistema che Pechino ha invece necessità di oltrepassare per dare profondità strategica alla sua postura marittima e alla difesa del proprio spazio vitale.

Comprensibile, quindi, che riponga grande importanza al forzamento di questo “accerchiamento”, che le impedisce di raggiungere indisturbata l’Oceano Pacifico, alle cui acque blu la prima marina militare al mondo per tonnellaggio non può sottrarsi se vuole raggiungere il rango di potenza marittima globale.

Già oggi, infatti, la marina militare cinese supera quella americana. A fine 2020, a fronte di 300 navi statunitensi, la flotta del Dragone contava3 360 navi, che entro il 2024 saliranno a 400.

Una capacità operativa importante, alla quale vanno sommate sia quella offerta dalla Guardia Costiera, cui una recente misura normativa ha esteso alcune delle prerogative di impiego dei vascelli militari, come l’utilizzo4 delle armi per la difesa della costa; sia quella della flotta di pescherecci5.

Questi ultimi, il cui numero è pari alla metà della flotta mondiale, sono spesso utilizzati nel mar cinese in azioni di disturbo e intelligence.

Vi sono, evidentemente, anche ragioni economiche a spingere Pechino verso Taipei. Oltre l’80% dei rifornimenti energetici destinati ad alimentare l’ingente macchina industriale cinese passa in quel quadrante geografico, così come le merci destinate ai mercati asiatici e europeo.

Un flusso che oggi risulta vulnerabile in quanto costretto ad attraversare i colli di bottiglia naturali, come lo stretto di Malacca e quello di Rydkyu: tutti, non a a caso, controllati dagli USA e dai loro alleati.

Inoltre, i principali porti cinesi son collocati a monte dello stretto di Taiwan, e per raggiungere le destinazioni devono allungare non di poco le rotte, in acque presidiate dagli Stati Uniti.


Vi sono, infine, ragioni che riguardano direttamente la leadership di Xi Jinping e il “sogno cinese”, il progetto su cui è incentrata la sua azione politica.

Esso si traduce nel cosiddetto "ringiovanimento della nazione cinese”, che si pone come obiettivo quello di restituire la Cina alla grandezza del suo passato, e assicurare ai cittadini livelli superiori di benessere economico, di servizi, di assistenza e di condizioni abitative.

Il termine “ringiovanimento”, durante il discorso per i 100 anni del partito, è stato citato6 da Xi ben 29 volte, una più della parola “socialismo” e sette volte più di “comunismo”, a dimostrazione della centralità che questo riveste nell’attuale progetto politico.

Il “sogno cinese” prevede la trasformazione della Cina in una "società moderatamente benestante" entro il 2021, a 100 anni dalla fondazione del partito comunista cinese; e il raggiungimento di una Cina, “prospera, forte, democratica, armoniosa e con una cultura avanzata” entro il 2049, centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare.

Nel suddetto programma, evidentemente, non rientra una Taiwan indipendente, che costituisce, al contrario, una spina nel fianco, la dimostrazione agli occhi del popolo della incapacità della sua leadership di portare a compimento la riunificazione territoriale della patria.

Un elemento, quest’ultimo, che è centrale, perché la radice confuciana della Cina prevede che la credibilità della leadership, e quindi la stabilità del regime, siano legate a doppio filo alla capacità del partito di agire nell’interesse della nazione e rispondere alle istanze del popolo (tra cui, per l’appunto, quella di vedere Taiwan politicamente integrata alla madre patria cinese) .


Un’ultima considerazione. Xi Jinping, alla fine del prossimo mandato, avrà 73 anni (78 anni se ne farà ancora un’altro). L’attuale leader si è certamente fatto molti nemici, e molti ancora se ne farà, che non aspettano altro che la perdita del potere per vendicarsi.

Da questo punto di vista, lasciare lo scranno con una Taiwan cinese, significherebbe entrare di diritto nel pantheon della Repubblica Popolare in una posizione addirittura superiore a quella dello stesso Mao, e diventare - lui e la sua famiglia - intoccabili.

Una considerazione non secondaria, per chi negli ultimi 9 anni ha sfoltito drasticamente i ranghi del partito e delle forze armate lottando contro la corruzione.

Anche questo particolare, con ottime probabilità, ha un suo peso nel futuro dell’”isola formosa”.



3https://www.askanews.it/esteri/2021/03/08/la-cina-supera-gli-usa-ha-la-più-grande-flotta-militare-al-mondo-pn_20210308_00137/




Foto: MoD Cina / Google Maps / State Council of the People’s Republic of China / Xinhua

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