L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 21 aprile 2022

Gli Stati Uniti hanno messo l'Occidente in un grande recinto dove fanno i padroni. In Italia il LORO/VOSTRO servo Mario Draghi ha costruito il recinto per gli italiani privandoli di diritti, salari, togliendo la sanità e l'istruzione, dove quattro mentecatti fanno il bello e cattivo tempo, pensando che loro non saranno toccati dalla miseria economica e soprattutto culturale e anzi pensando di essere furbi

La guerra di Mario



Anna Lombroso per il Simplicissimus

Da maggio il governo darà il via all’«operazione termostato», con l’obiettivo dichiarato di ridurre i consumi di metano per 4 miliardi di metri cubi all’anno Un emendamento al decreto Bollette prevede in tutti gli uffici pubblici — al netto di ospedali e case di cura — di tenere i condizionatori a non meno di 27 gradi con una tolleranza massima di due (dunque 25 gradi). In inverno invece i riscaldamenti dovranno rispettare il limite di 19 gradi, con una tolleranza fino a 21.

Senza la vis letteraria e senza l’istinto profetico degli scrittori distopici non è comunque difficile prevedere come sarà il nostro futuro sotto il tallone di ferro di un regime autocratico e di polizia che agisce grazie all’instaurazione di uno stato di guerra preparato accuratamente da due anni di emergenza che hanno costituito un test della sopportazione dei cittadini alla repressione, della loro assuefazione alla rinuncia di diritti fondamentali, delle libertà di circolazione e espressione, dei loro standard di assoggettamento a ricatti e intimidazione.

Come è ormai banale dire la guerra è stata dichiarata su due fronti, uno esterno in forma di aperta belligeranza e in applicazione del mandato della Commissione a sua volta esecutrice dei comandi Usa e che proprio oggi per bocca della baronessa von der Leyen gorgheggia sulla necessità di irrigidire le sanzioni contro la Russia, e uno interno con l’imposizione di una strategia di razionamenti, di ricorso a approvvigionamenti costosi economicamente e ambientalmente, che incrementa la nostra dipendenza dai signori dell’energia, penalizza le produzioni, porta al fallimento piccole e medie imprese e sta già mettendo sul lastrico migliaia di lavoratori.

Lo stato maggiore nazionale che dirige su mandato esterno le operazioni è rappresentato da un impiegato di banca, un mezzemaniche che dopo aver esercitato per anni le sue mansioni con gretto formalismo feroce, ha deciso che può esuberare dai limiti imposti dal suo ruolo esecutivo per trarre più soddisfazione dal suo sporco lavoro, appagando frustrazioni e miserabili arrivismi grazie a posizioni e rendite più ambiziose, da una cerchia di politicanti sfuggiti miracolosamente alla selezione delle risorse professionali grazie a compromessi indecenti, tradimenti vergognosi, e interessata a arrivare a una scadenza che le garantisca la pensione dopo una breve vita parassitaria.

A dare manforte un’altra cricca, la stampa addomesticata e arruolata grazie a aiuti pubblici e al ruolo di propaganda attribuitole da editori impuri in perpetuo conflitto di interesse, intellettuali talmente organici da preferire le dimissioni non solo dall’esercizio della critica, ma anche da quello del pensiero. E infine, ma non ultimi, i sindacati.

Qualche giorno fa il segretario della Cgil si è intrattenuto con le mosche cocchiere, si sarebbe detto una volta, di Repubblica, e in quell’occasione si è detto disposto a sottoscrivere un’alleanza con padronato e Governo per un “blocco dei salari”, come richiesto dall’Esecutivo che sta allestendo un decreto ad hoc per impedire che paghe e pensioni vengano adeguati all’inflazione, che nel mese di marzo ha raggiunto il 6,7% .

Gli effetti sono ovvi anche per chi non ha frequentato la Bocconi: in presenza di un aumento accelerato dell’inflazione e dunque di un incremento dei prezzi delle merci e del trasporto dei prodotti, dei servizi e delle bollette, il blocco delle remunerazioni significa abbattere il potere di acquisto e surrettiziamente diminuire l’entità della busta paga e al tempo stesso i costi della manodopera per le imprese, a cominciare da quelle energetiche e energivore, che da mesi scaricano già sui consumatori gli aumenti delle materia prime e dei processi di trasformazione.

A chi obietta che si tratterebbe di una misura transitoria che coinciderebbe con questa particolare emergenza che ne segue e precede altre come insegna la cronaca che ha perso il posto della molesta storia, e che sarebbe suicida avviare un processo di scoraggiamento dei consumi con l’effetto di una diminuzione fisiologica delle vendite e dei profitti, è facile rispondere che si tratta di interventi compatibili con quella visione della “crescita” che impone la selezione naturale di capitale umano e dei attività, in modo da emarginare e soffocare chi toglie ossigeno alla forza lavoro meritevole, che si adatta ai canoni produttivi, e alle grandi imprese multinazionali, le uniche dotate dei requisiti per occupare il mercato, eliminando o cannibalizzando le piccole e medie aziende parassitarie.

Siamo caduti così in basso che se il neoliberismo è una religione e Draghi il suo profeta in terra italiana, la casta sacerdotale che ne celebra i riti sacrificali è identificabile con i cascami velenosi dell’ex sinistra riformista, con una “formazione” che tra andirivieni, scissioni, abbracci e stilettate tra le scapole, ha officiato non a caso il suo tradimento a un antico mandato dentro a una vecchia e gloriosa fabbrica, preferendo il Lingotto d’oro di incarichi, prebende, privilegi, sine cure, dichiarando in quell’occasione di volersi rivolgere a un nuovo pubblico, una piccola e media borghesia, professionisti, piccoli imprenditori, tutti dichiaratamente aderenti a un modello e a uno stile di vita integrato e compatibile con i canoni progressisti.

Ma mentre questo pubblico, questa “clientela” veniva sottoposta a un processo inarrestabile di proletarizzazione il ceto partitico di riferimento pretendeva e si agitava per essere ammesso alla corporazione oligarchica, infiltrando pubblica amministrazione, aziende pubbliche, banche (non gli bastava più averne una), fondazioni, realizzando l’incubo di Berlusconi e occupando i luoghi della conoscenza per far fuori la memoria dei vecchi “operatori” culturali” sostituiti da sgargianti agit prop della regressione in atenei, giornali, case editrici, Rai e televisioni.

E come non bastasse un partito sempre più esiguo è diventato ago della bilancia non per il suo contributo di elaborazione politica, ma grazie alla occupazione della filiera oggi più strategica, quella della Difesa.

La nomenclatura che si è stanziata nel comparto vanta il ministro – che oggi più che mai dovrebbe tornare a chiamarsi della Guerra – Lorenzo Guerini, ex Alpino che immaginiamo in estasi in attesa della festosa ricorrenza del 26 gennaio quando si celebrerà la Campagna di Russia di Mussolini, mentre c’è una ex ministra, quella Pinotti, cui dobbiamo il teorema secondo la quale la pace si garantisce con la guerra e con l’approvvigionamento di aerei taroccati, a presiedere la Commissione Difesa del senato.

Mentre è il suo ex consigliere il già deputato del Pd Fausto Recchia, l’Ad di Difesa e Servizi, società per azioni con socio unico il Ministero della Difesa, che opera come soggetto giuridico di diritto privato per la gestione economica di beni e servizi derivanti dalle attività istituzionali del Dicastero.Il ruolo di segretario del Consiglio supremo di difesa è ricoperto da Francesco Saverio Garofani per tre legislature parlamentare e molto caro al Presidente Mattarella che lo ha beneficato con questo incarico di fiducia.

Il direttore generale dell’Agenzia Industrie Difesa è l’ex senatore di stretta fede dalemiana, Nicola Latorre, mentre Andrea Manciulli dopo una lunga permanenza a Fincantieri, dove si occupava anche dei rapporti con la Nato, è emigrato a Leonardo, il cui presidente è Luciano Violante, ex presidente della Camera noto per perseguire sì la pace, ma con i ragazzi di Salò, mentre l’amministratore delegato è Alessandro Profumo, ex presidente del Monte dei Paschi di Siena ed ex amministratore delegato di Unicredit, simpatizzante eccellente per sua stessa dichiarazione.

Due giorni fa è passata sotto silenzio la data del 18 aprile, il giorno della sconfitta del Fronte. Ma come vien buono il ritornello della canzone “Vi ricordate quel diciotto aprile d’aver votato democristiani Senza pensare all’indomani a rovinare la gioventù. O care madri dell’Italia e che ben presto vi pentirete, I vostri figli ancor vedrete abbandonare lor casolar”.

Si non ci pentiremo abbastanza e sarebbe ora di svegliarci per non vivere e morire fascisti.

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