L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 aprile 2022

Lo spettacolo delle parole e l'inconcludente spendita di tempo

Una serata in TV
di Guido Cappelli*
25 marzo 2022

Martedì scorso sono stato ospite alla trasmissione di Giovanni Floris, invitato a parlare per 2 minuti e 9 secondi senza possibilità di replica. Non mi lamento: lo supponevo ed era un’esperienza che volevo fare, e che è risultata, politicamente e antropologicamente, molto, molto interessante. Intanto ho capito che, al di là delle filìe e delle fobie per questo tipo di programmi, è vero che non si tratta, propriamente, di informazione. Lo dice il nome stesso e l’ho potuto comprovare: è un talk show. Cioè uno spettacolo di parole. La messa in scena di un dibattito accalorato. Un circo linguistico. Quanto più da bar, meglio. L’effetto è quello della ridda, o della rissa permanente, a maggior gloria di un solo ed unico soggetto: il giornalista-demiurgo, che alla fine, senza che nessuno se ne sia accorto, ha imposto, come un dato di natura una determinata angolatura, una precisa visione delle cose – non necessariamente la sua personale: microfisica del potere.

Noi, cosiddetti “oppositori”, siamo il sale che serve a legittimare questo sistema di comunicazione-spettacolo, il quale peraltro non è neanche palesemente manipolato e parziale, ma, più semplicemente, sceglie un focus, un punto di vista, che essendo quello del Potere, esclude per definizione ogni visione realmente alternativa, condannandola al ridicolo o all’irrilevante: è come se il sistema dicesse: “vedete che le idee strane sono in minoranza (e per giunta noi che siamo buoni gli diamo spazio)?”. Anche chi si oppone, non può che farlo dal di dentro del quadro interpretativo fabbricato dal potere, i termini stessi del dibattito sono stabiliti da loro. Del resto, non abbiamo un presidente della Repubblica che si è lamentato della “troppa visibilità” data a chi non si allinea?

L’argomento era, ovviamente, la guerra. E il testosterone bellico si sprecava. Sembrava di essere tornati agli anni trenta, alla retorica dell’Italietta fascistissima e pseudoimperiale. Qualche voce discordante (compresa la mia, sia pur flebile) in funzione di legittimazione, e poi un ricco parterre di giornalisti con l’elmetto, politicanti d’assalto, passionarie dal verbo tanto fiammeggiante quanto inconcludente, vecchie glorie del militarismo atlantista. Persino un capo dei servizi, sì, quelli segreti, che all'improvviso compare in uno spezzone d’intervista (registrata), inopinatamente, proprio a ridosso degli interventi critici mio e di un collega, per lanciare una curiosa, chiamiamola così, analisi “politica” su un presunto legame tra “no vax” e “putiniani”: vedete voi il livello. Una coincidenza: non si riferiva direttamente a noi. Ma l’occasione è ghiotta per chiedersi, e chiedere a quel signore, perché posizioni politiche fino a prova contraria legittime, e certamente argomentate e razionali, alternative anche se ovviamente non rispondenti alla sua rozza caricatura, debbano essere da “non sottovalutare” (cosi sì è espresso). Spero sia ancora lecito porre una tale domanda a un dipendente dello Stato.

E io che credevo che le posizioni legittime, argomentate e razionali fossero l’essenza della democrazia! Non la pensa anche Lei così, signor Gabrielli? Se tutta la retorica bellica che ci state ammannendo si sostiene su una presunta “superiorità” democratica, una riposta-chiarimento da parte di un dipendente dello Stato pagato, e legittimato, dai contribuenti sarebbe il minimo. Non ebbi la possibilità di domandare a quel signore dal tono vagamente intimidatorio, dietro l’aria del capo-detective professionale. Glielo domando qui perché credo che per la salute democratica di un Paese sia molto importante avere ai vertici individui al di sopra di ogni sia pur minimo sospetto di illiberalità; e approfitto anche per chiedergli la cortesia di non incasellare in caricature dozzinali il dissenso politico, perché, forse non lo ricorda preso dai troppi impegni di intelligence, questo non è quel che si dice un atteggiamento democratico, ma è più proprio dei “regimi” che lui e i tanti funzionari come lui dicono di combattere in nome della “democrazia”.

Ritorna – come una nemesi, come una condanna – la vecchia legge dell’ipocrisia umana: quanto più si proclamano dei valori, tanto più significa che questi valori sono in via di estinzione. Così è accaduto con la democrazia in Occidente – e con tante altre belle “costruzioni etiche”, allegramente annichilite dalla nostra Decostruzione. In questo caso il nostro detective aveva ragione: ci ha definiti “antisistema”, ed è vero: sono profondamente avverso a questo sistema del caos e del collasso democratico e civile. Detesto un sistema in cui il dissenso sta diventando un’arte pericolosa soggetta a censure più o meno dissimulate, intimidazioni più o meno velate, pressioni più o meno legittime. Io sono un uomo d’ordine, appartengo all'ultima generazione erede di una cultura millenaria che per secoli ha elaborato i concetti di razionalità politica, democrazia, sovranità popolare. Mi piacerebbe sapere come la pensano i signori che si preoccupano tanto delle mie idee.

Così è accaduto con l’Occidente stesso, come concetto, come idea, come entità storica. Un vecchio frontman del berlusconismo più becero ha infatti liquidato le mie considerazioni sul tradimento delle élite occidentali (quelle che hanno provocato e cavalcato un’emergenza sanitaria e ora bellica) come “odio per l’Occidente”. Mio caro, tu lo ignori, non si sa se artatamente, ma l’Occidente di cui ti riempi la bocca non è certo questa macchina tecnocratica e postmoderna che sta divorando i propri popoli e cancellando, letteralmente, la propria cultura millenaria. Occidente è Achille che si commuove sui capelli bianchi del padre del nemico ucciso. Occidente è lotta per i diritti, la democrazia, la cittadinanza, la libertà di espressione e di pensiero e la libertà di scelta. Parrhesia è parola greca. Proprio quello che tu, e i transumanisti come te – che siano poliziotti solerti, politici furbacchioni, giornalisti mainstream o deputati d’assalto – state contribuendo a distruggere. La gente, qui in strada, nella vita reale, non vuole la guerra. La gente resiste alla vostra vuota e sinistra retorica del sacrificio e della morte, che copre solo il vostro nichilismo spettrale. Non ve lo permetteremo. In nome dell’Occidente e dei suoi valori migliori.

* Docente di Letteratura italiana, Università degli Studi di Napoli L’Orientale

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