L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 aprile 2022

Ma ancora non avete capito chi è il Vostro Mario Draghi? Certo siete duri di comprendonio dopo tanti mesi. Mario Draghi è un vuoto a perdere, una marionetta senza anima, sa solo obbedire, non è proprio capace di far politica, non capisce i contesti, non riesce a destreggiarsi nei mutevoli contesti.


L’imbarazzante mediocrità politica di Mario Draghi
-1 Aprile 2022

Roma, 1 apr – La premessa stavolta è la mediocrità politica di Mario Draghi, e coincide in modo deprimente con la conclusione, anche se ci prodigheremo nel dare le dovute spiegazioni per un giudizio che si basa semplicemente sull'osservazione dei fatti.

Mediocrità politica di Mario Draghi, parte prima

Forse una considerazione preliminare, nonostante il lapidario attacco, va fatta: era molto difficile, a mio modesto avviso, aspettarsi un bilancio tanto negativo. Magari non ci si sarebbe potuti attendere chissà quali meraviglie, dal sedicente “supermario”. Ma un tale livello di impalpabilità, quella forse no. La prima argomentazione che genera quasi naturalmente il giudizio sulla mediocrità politica di Draghi afferisce al banale concetto di opportunità.

L’unica azione di ampio respiro che il presidente del Consiglio ha dimostrato di avviare in questo suo anno di mandato, è nel merito della politica interna. E, tralasciando quasi per benevolenza quanto essa sia stata debilitante, tutto ciò che se ne è ricavato è la sua applicazione grazie alla sostanziale mancanza di opposizione. Sì, perché il caro supermario ha messo molta poca farina del suo sacco nell’operazione di appiattimento di qualsiasi opposizione o dissenso. Gli è stata concessa praticamente ogni cosa, da ogni formazione politica, al netto di qualche strillo del tutto futile (Lega e, in misura quasi inesistente, M5s).

Ha avuto, come si suol dire, carta bianca. Dal primo istante in cui ha messo piede a Palazzo Chigi. Per realizzare cosa, poi? Nient’altro che un’evoluzione degenerativa della già scellerata gestione del Covid operata dal suo predecessore Giuseppe Conte.

Parte tragica: la guerra

La mediocrità politica di Draghi si è però espressa nel peggiore dei modi a livello internazionale. Tralasciando piccole scaramucce con Bruxelles nella fase di gestione pandemica che nulla hanno spostato in termini di equilibri tra la soffocante presenza franco-germanica e la subalternità italiana, anche dallo scoppio della guerra di Ucraina il sedicente supermario, aspirante Cristiano Ronaldo del mondo politico (ma con la tecnica individuale di Giorgio Chiellini) è parso fin da subito un pesce fuor d’acqua. Basti pensare al modo in cui gli stessi altri leader europei lo hanno trascurato. Ma anche come egli stesso non abbia agito in nessun modo per porsi in una condizione differente.

Dal 24 febbraio il signor Mario Draghi è parso come un Luigi Di Maio un po’ più educato, ma con la stessa imbarazzante propensione a non leggere le situazioni, a non comprenderle e a provare almeno ad indirizzarle nel contesto del nostro Paese. Mentre Emmanuel Macron ha sempre cercato per lo meno di recitare il ruolo diplomatico (per carità, in modo piuttosto scialbo e privo di sostanza, visto il ripiegamento totale della Francia come del resto d’Europa alle politiche sanzionatorie verso Mosca impresse da Washington), supermario si accodava al suo ministro degli Esteri nell’attacco a tutto spiano verso Putin in totale spregio di ogni interesse nazionale, facendo discorsi in Parlamento pieni di ridicola enfasi bellica ma privi di qualsiasi spirito.

A oltre un mese dall’inizio della guerra, con la minaccia incombente dello stop alle forniture di gas, si è palesata, forse, la squallida consapevolezza di aver sbagliato completamente direzione, pur nella limitatezza della sottomissione agli Stati Uniti. E allora i toni si fanno d’improvviso più dolci, come d’incanto spunta l’annuncio di voler avviare colloqui con Putin. Telefonate, come quella di ieri, che aumentano l’imbarazzo. Per noi soprattutto. Che siamo rappresentati da un sedicente leader completamente incapace di seguire le scie più consone e privo di ogni fiuto politico.

Stelio Fergola

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