L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 1 aprile 2022

Mentre il clero televisivo, il Circo mediatico si fanno i complimenti a vicenda di quanto siano fichi e intelligenti e di come sono bravi a insinuarsi nella testa dei telespettatori per ingannarli e fargli credere che gli asini volano, Putin con gesti essenziali, razionali mette all'angolo quelle comari che riempiono il cielo stellato occidentale

Putin bluffa, è pazzo e ha sbagliato tutto. Figuriamoci quando ne azzeccherà una..

31 Marzo 2022 - 19:45

Il presidente russo firma il decreto per il pagamento del gas in rubli da domani. Non accadrà nulla ma il messaggio è chiaro. E per sottolinearlo, Lavrov va in India, il vero «bancomat» del Cremlino


Al lungo elenco di manchevolezze e difetti attribuiti a Vladimir Putin, da oggi se ne è aggiunto un altro: dopo pazzo, macellaio, incapace di progettare la strategia bellica e intento a condurre bluff infantili, ora il presidente russo è tacciato di essere fuorviato dai suoi generali con informazioni errate o falsate. Praticamente, al Cremlino per l’Occidente risiede un minus habens.

E se invece il problema fosse proprio la supposta superiorità politica, morale e militare con cui Usa e Ue stanno cercando di vincere la guerra, dando vita a una campagna di continua e volontaria sottovalutazione dell’avversario? Il quale, infatti, ha appena firmato il decreto che impone il pagamento del gas in rubli. Da domani. Le aziende europee, quindi, devono aprire conti in valuta russa, altrimenti i contratti in essere verranno immediatamente cancellati,. Tradotto, rubinetti chiusi. Francia e Germania hanno risposto a minaccia con minaccia, dicendosi pronte a bloccare da subito le importazioni. E in vista di eventuali distacchi e blackout, Berlino e Vienna hanno già attivato i piani di emergenza e razionamento energetico. Mario Draghi, nel corso dell’incontro con i giornalisti alla stampa estera, ha invece mostrato certezze granitiche: Nessun problema con le forniture.

E in effetti, ha ragione. A nessuno conviene arrivare a una rottura reale delle relazioni energetiche. Resta un punto, però: alla fine, la Russia ha il coltello dalla parte del manico. Perché se il mancato export va a colpire gli introiti e quindi aumenta i rischi per i conti pubblici, occorre essere molto onesti: le sanzioni occidentali finora hanno esentato tutto ciò che serve a Mosca per resistere. Ovvero, gas, petrolio, agricoltura, fertilizzanti e prodotti minerari. Certo, ha congelato le riserve della Banca centrale e formalmente estromesso alcuni istituti di credito dal sistema SWIFT ma il fulmineo trend con cui il rublo ha riassorbito tutte le perdite belliche - solo sventolando di fronte al mercato il drappo di un implicito backing con gas e oro -, parla chiaro.

E non basta. Questo lancio di agenzia

Il lancio di agenzia relativo alla telefonata Putin-Scholz Fonte: AGI/AFP

mostra chiaramente come Vladimir Putin stia continuando ad alzare la posta, un rilancio basato però su carte vincenti e non su un bluff come finora in molti avevano pronosticato. La quasi totalità dei giornali, infatti, oggi parlavano di un presidente russo che era tornato sui suoi passi dopo le telefonate con Olaf Scholz e Mario Draghi. La realtà è un po’ differente: Vladimir Putin aveva sì aperto al pagamento in euro ma depositati su un conto presso Gazprombank che poi sarebbe stato immediatamente convertito in rubli. E la mossa era più simbolica che operativa: facendo notare come l’Ue avesse interessatamente esentato il braccio finanziario di Gazprom dalla sanzioni, il Cremlino vedeva a sua volta il bluff europeo. Difficile anche vendere la vulgata del granitico no dei Paesi importatori, quando Berlino ha chiesto informazioni scritte per capire meglio la proposta avanzata.

E non basta. Poco prima dell’annuncio del Cremlino, il ministero degli Esteri russo annunciava una due giorni di visita ufficiale a Nuova Delhi del suo titolare, Serghei Lavrov. All'epoca già in viaggio. E di cosa si discuterà nella giornata di domani? La Russia intenderebbe proporre all'India di aderire al suo sistema di messaggistica SPFS per pagamenti denominati sul cambio rublo/rupia. E al di là della questione meramente commerciale e di interscambio (essendo Nuova Delhi uno dei due clienti alternativi del gas russo, insieme alla Cina, in caso di showdown con l’Ue), è altro che deve far riflettere.

L’India, infatti, ha operato da bancomat della Russia dal 24 febbraio ad oggi, garantendo un booster ulteriore al +36% del rublo dai minimi del 7 marzo. Di fatto, l’India pagava il petrolio russo in dollari, con cui Mosca acquistava rubli, forzando domanda interna di valuta domestica. Dopodiché Nuova Delhi ricomprava quei rubli per pagare altro petrolio alla Russia. Una semplice partita di giro in grado però di annullare anche il minimo sindacale di danno patito dall'economia per il regime sanzionatorio.

E infine, il fatto che Joe Biden abbia sentito il bisogno di lanciare la più grande riduzione delle riserve strategiche da 40 anni a questa parte come risposta a quello che ha definito il Putin’s price hike, dimostra chiaramente che in vista del voto di mid-term il prezzo al gallone della benzina comincia a diventare un problema serio. Come mostra il grafico,

Correlazione fra riserve strategiche Usa e prezzo del future WTI Fonte: Bloomberg/Zerohedge

la mossa del presidente ha portato le riserve di petrolio Usa al livello più basso in assoluto. Ma la timida reazione del prezzo del WTI e le notizie in arrivo dall’OPEC sembrano confermare come il presunto bluff di Putin basato sulla sua arma strategica stia creando nervosismo a ogni latitudine. D'altronde, questa immagine finale

Mappa dei controvalori di esportazioni globali di commodities russe Fonte: Bloomberg

riassume plasticamente la partita in corso e la posta in palio: cercare di chiudere in un angolo un supermercato a cielo aperto di commodities come la Russia, operando oltretutto con sanzioni che lasciano totalmente illesi proprio quei commerci esiziali, equivale a voler perdere in partenza. O avere un’agenda nascosta da perseguire. Tertium non datur. Qualunque sia la risposta, giova porsi una domanda: se Putin è pazzo, bluffa, sbaglia ogni mossa ed è mal consigliato, cosa accadrà quando ne azzeccherà una?

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