L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 1 aprile 2022

Russia umilia gli Stati Uniti. Gli statunitensi importano petrolio dai russi ma il clero televisivo, il Circo mediatico insiste a dire che questo paese è autosufficiente. Bugiardi, Biden per non sottostare all'UMILIAZIONE infertagli da Putin e pagare il petrolio importato in rubli come decreto di Mosca ha dovuto dar mano alle sue riserve che non possono durare che per un periodo limitato e quindi o lo dovranno importare dal Venezuela o dall'Iran. Quindi doppia, tripla beffa per l'orgoglio, l'arroganza, la supponenza degli statunitensi

SPILLO USA/ I problemi seri di Biden tra oro, petrolio e inflazione
Pubblicazione: 13.03.2022 - Giovanni Ricci

Gli Stati Uniti, contrariamente a quanto viene detto e sbandierato, non sono energeticamente indipendenti. E il ruolo benchmark del dollaro è a rischio

(Pixabay)

Giovedì scorso il Dipartimento del Labour of Statics degli Stati Uniti ha diffuso il dato dell’inflazione tendenziale di febbraio e tale valore è risultato essere del 7,9% per il paniere complessivo dei beni e dei servizi al consumo e pari al 6,4 % per la componente core. Il consensus Bloomberg degli operatori di mercato stimava il 7,9% per il dato complessivo; mentre, le stime da me condotte sono risultate in eccesso di un leggero 0,2%, avendo predetto l’8,1-8,2% con valore minimo di intervallo del 7,8%.

La causa fondamentale di tale incremento risiede da mesi nell’intensificazione dello scontro strategico con la Russia, che da un anno a questa parte aveva la manifestazione più sensibile nel braccio di ferro in seno all’Opec + tra i due contendenti in oggetto; poi, nel corso dell’anno, insieme alle tensioni sulle risorse energetiche, ha iniziato drammaticamente ad accelerare la crisi in Ucraina, sfociata come si sa in guerra aperta dal 24 febbraio scorso.

A riprova di ciò, si vadano a riprendere le dichiarazioni del Presidente Usa Biden da un anno a questa parte e con tratto intensificato da agosto col ritiro da Kabul degli americani: la Russia ricatta il mondo con le risorse energetiche, con le armi atomiche e con le armi ipersoniche e termobariche.

Infatti, andando a rileggere i comunicati stampa delle riunioni Opec + nel corso del 2021 emergono costanti bracci di ferro sugli incrementi produttivi richiesti e desiderati dagli Stati Uniti e negati sostanzialmente dalla Russia; già a maggio 2021 il Dipartimento del Commercio internazionale degli Usa parlava dello scenario potenziale inflattivo se non si fosse arrestata e gestita la corsa all'innalzamento del prezzo del petrolio.

Si può dire invece che la guerra in Ucraina abbia ulteriormente accentuato tali dinamiche, al punto tale che al momento, e cioè l’11 marzo 2022, si può già stimare un’inflazione per marzo negli Stati Uniti tra l’8,5 % e il 9,1 %; mentre scenari più in là, e cioè da aprile in poi, dipendono in maniera diretta e lineare dalla composizione della crisi; detto meglio, se nel corso di marzo cesseranno le operazioni militari, da aprile avremo i primi effetti di fine corsa della crescita dei prezzi.

Personalmente, io credo che le operazioni in Ucraina non andranno oltre marzo e addirittura mi aspetto in ogni istante dichiarazioni di cessazioni ostilità da parte di tutti e due gli schieramenti per accordo trovato… nel merito è facilmente intuibile.

Giova però a questo punto sottolineare un aspetto formale: in questi giorni tra dimensione geo-strategica degli eventi e analisi macroeconomica internazionale non c’è soluzione di continuità, e quindi si nota l’emergere di innumerevoli pareri e teorie di esperti dei campi più disparati; come al solito, le vere distinzioni che contano sono tra quelli che ci piacciono e quelli che ci irretiscono, e alla fine tra i bravi e i somari. Io posso solo affermare che alcune azioni del Presidente Biden mi spiazzano nel profondo, come le ultime di andare a chiedere la sostituzione dei 700.000 barili di petrolio giornalieri russi importati con quelli del venezuelano e nemico Maduro; è del tutto evidente che se il Venezuela accettasse – e secondo me accetterà -, gli extra-profitti li cederà al suo reale e storico protettore e cioè la Russia: a dirsi dollari americani che arriveranno tramite triangolazioni Swift alla Russia, ma anche in modalità cartacea.

Tra gli innumerevoli aspetti in cui nelle giornate odierne geo-strategia e macroeconomia sono tra loro aperte e fluide vi segnalo il seguente: su un importante canale televisivo trasmesso in Italia è andata in onda da qualche giorno la dimostrazione, tramite anche grafici e numeri, della supposta indipendenza energetica degli Stati Uniti (anche giornalisti prezzolati e pseudo esperti si aggiungono al coro), mostrando che la sommatoria del fabbisogno di importazione di petrolio e gas è scesa attualmente al 4% circa del fabbisogno energetico dell’intera nazione. Dove inerisce la manipolazione di questa informazione? Inerisce al fatto che si sono sommati i comparti di gas e petrolio e si è presentato il dato aggregato che crea effetti illusori. La verità vera è che gli Stati Uniti grazie all’estrazione di gas da scisto condotta dal 2002 circa in avanti sono diventati esportatori netti di gas a livello mondiale, ma per quel che riguarda il petrolio, sebbene siano riusciti, sempre dal 2002 in avanti, a raddoppiarne la produzione e portandola così da 5,5 milioni di barili giornalieri (1 barile 155 litri) a 11,5 milioni, grazie al fatto che estraendo gas da scisto si recupera in gran quantità anche petrolio da tali rocce, restano però deficitari di circa 10 milioni di barili che devono importare dall’estero.

In sostanza, la verità vera è che gli Stati Uniti hanno un consumo giornaliero di circa 21,5 milioni di barili di petrolio, di cui 11,5 milioni circa lo riescono a produrre all’interno e il resto – circa 8,5-10 milioni – lo devono importare dal resto del mondo. Si capisce ora perché le mosse di questi giorni di Stati Uniti e Gran Bretagna è propaganda pericolosa e superficiale, e perché gli Stati Uniti hanno incominciato a trovarsi di fronte nel corso del 2021 a un’inflazione oramai moderata? Dipendono dal petrolio, e non hanno la tanto declamata televisiva indipendenza energetica!

Giova ricordare di nuovo, dato che l’ho già fatto innumerevoli volte, che posto il consumo di energia mondiale pari a 100, il petrolio pesa per 35 e il gas per 16/18; il gas è utilizzato soprattutto dai Paesi ricchi del mondo per il riscaldamento e l’elettricità, ma anche nei Paesi ricchi il petrolio svolge funzioni di riscaldamento e di produzione; la vera dimensione diabolica del petrolio è che per circa il suo 50% di utilizzo a livello mondiale è anelastico. È cioè non sostituibile nemmeno nel medio periodo; si pensi, infatti, al parco delle automobili a livello mondiale, alle navi, agli aerei, agli usi dei mezzi militari, per non parlare poi degli utilizzi nelle plastiche di ogni tipo e grado. In più chiare lettere, è da un anno che il petrolio sta dando il maggior contributo al fenomeno inflattivo e da gennaio 2022 le tensioni già presenti si sono ulteriormente acuite. Quindi, chi sostiene altro mi trova in profondo disaccordo di analisi e di valutazioni.

Un altro aspetto va ora focalizzato che è un poco sottotraccia, parliamo del rapporto tra oro e dollaro americano; martedì 8 marzo l’oro ha rispuntato di pochissimo il record di agosto 2020, toccando i 2.070 dollari/oncia; bene, se tale quotazione raggiungesse i 2.600-2.700 dollari per oncia, il ruolo del dollaro americano come valuta di riserva e di scambio mondiale sarebbe seriamente compromesso; questa è un’altra grana severa per l’Amministrazione Biden, e quando poi si sentono Senatori americani che hanno presentato un progetto di legge che vorrebbe sanzionare la inconvertibilità tra l’oro della Banca centrale russa e il dollaro americano, mi dico nel profondo che l’isteria e il fuori giri degli Stati Uniti è a un livello preoccupante; se passasse una legge del genere, a quel punto la Russia per vendere al resto del mondo le sue materie prime pretenderebbe in cambio solo oro, e quel punto le quotazioni del metallo giallo potrebbero toccare anche i 5.000 dollari/oncia, con il dollaro americano polverizzato nelle sue funzioni di moneta benchmark.

Ultimo tra i tanti e gli innumerevoli aspetti di questi giorni: il ruolo e la dimensione della Cina; tutto sopravvalutato e distorto, in quanto attualmente le superpotenze vere sono solo due: la 1A più importante e sistemica che sono gli Stati Uniti, e la 1B più ristretta e militarista che è la Russia; dietro questo aggregato, c’è quello degli Stati giganti che è formato da Cina, India e Brasile, con la Cina notevolmente più attrezzata e vasta rispetto agli altri due e con la velleità di cambiare pelle e diventare la terza superpotenza (cosa comunque non di questi giorni); la Cina è grande, ma non globale come pensano tanti soloni; un dato esemplificativo: il debito pubblico che ha in suo possesso degli Stati Uniti è pari a 3.200 miliardi di dollari circa, cifra indubbiamente enorme, ma pari al 10% del debito pubblico americano.

In sintesi, i cinesi hanno intrapreso una strada seria e robusta per affrancarsi in un futuro più o meno prossimo o lontano dalle imposizioni delle due nazioni egemoni mondiali: Stati Uniti e Russia.

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