L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 29 maggio 2022

Con il VOSTRO Mario Draghi, il vile affarista al servizio della finanza internazionale, impossibile discutere di pensioni, 67 anni e basta.

Riforma pensioni impossibile con Draghi, ecco perché torneremo alla legge Fornero
L'Unione Europea vuole il ritorno alla legge Fornero e la riforma delle pensioni esce dall'agenda del governo. Nuove misure improbabili.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Maggio 2022 alle ore 06:36


L’Unione Europea bacchetta l’Italia: spende troppo sulle pensioni. E indica la strada per contenere gli esborsi: il ritorno alla legge Fornero senza più eccezioni. Bocciate tutte le misure di questi anni, da quota 100 a quota 102, ma anche le numerose clausole di salvaguardia e Opzione Donna. Non si salva praticamente nulla dai rimproveri di Bruxelles. E così, una riforma delle pensioni all’insegna della “flessibilità” tanto acclamata da partiti e sindacati si allontana. A dire il vero, il tema non è più neppure in agenda per il premier Mario Draghi. Si sarebbe dovuto stringere su un accordo già agli inizi di febbraio, ma lo scoppio della guerra ha stravolto i piani. Le priorità dell’esecutivo sono altre, caro bollette in testa.

Niente quota 41, si torna alla legge Fornero

Scettico sulla possibilità di chiudere su una riforma delle pensioni in questa legislatura anche il presidente INPS, Pasquale Tridico. Sua la proposta della pensione in due tempi: a circa 63 anni di età fuori dal lavoro per chi lo desidera, ma percependo solo la quota contributiva dell’assegno maturata. A 67 anni, l’assegno diverrebbe pieno con l’erogazione anche della quota retributiva.

La Lega di Matteo Salvini si spinge oltre: quota 41 per tutti. In pensione con 41 anni di contributi e indipendentemente dall’età. Sul punto ha già incontrato i sindacati, che concordano. Problema: una riforma delle pensioni di questo genere costerebbe troppo. Del resto, Matteo è bravissimo a trovare soluzioni mediatiche efficaci, un po’ meno i soldi.

Sul finire del 2021, Draghi era stato chiarissimo: sì alla flessibilità, purché non minacci la stabilità dei conti previdenziali. Tradotto per l’uomo comune, possibile solo una riforma delle pensioni impostata sul metodo contributivo.Chi volesse uscire dal lavoro prima dell’età pensionabile ufficiale, dovrebbe accettare un assegno più basso e tarato sui contributi versati. Ad occhio, la media di un 25-30% in meno.

Riforma pensioni rinviata alla prossima legislatura?

Né si può pretendere che Draghi faccia quello che neppure i politici sono riusciti a fare negli anni passati, vale a dire smantellare la legge Fornero. Il suo è un governo semi-tecnico, nato per occuparsi della vaccinazione anti-Covid e dell’implementazione del Pnrr. La prima è stata un successo, sul secondo siamo in alto mare. Ed esso prevede per l’Italia sussidi per un’ottantina di miliardi di euro entro il 2026, cioè finanziamenti a fondo perduto.

In cambio, l’Europa pretende che non sperperiamo i soldi di tutto il continente con sprechi e misure non sostenibili. E mandare in pensione i lavoratori prima del tempo non è sostenibile per un’economia come quella italiana, che ha un tasso di occupazione sotto il 60% contro una media europea di quasi il 70%. E già un sesto del PIL se ne va in pensioni, mentre l’età a cui i lavoratori percepiscono il primo assegno risulta più bassa di qualche anno della media OCSE. Solo un governo politico, verosimilmente tra un anno da oggi, potrà prendere in mano il dossier assumendosi la responsabilità delle scelte. Ma non sperate che il suo primo pensiero sarà la riforma delle pensioni, perché nessuno vorrà succedere a Draghi debuttando in Europa contro la Commissione. Il ricordo del 2018 resta vivido. La lezione è stata (forse) imparata.

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